di Giovanni Currado
Il 19 settembre 1985 Italo Calvino moriva a Siena, lasciando un vuoto immenso nella letteratura italiana e internazionale. A quarant’anni dalla sua scomparsa, le sue parole continuano a risuonare con una forza sorprendente, soprattutto quando affrontano il rapporto tra immagine e memoria.
Uno dei testi più profetici in tal senso è L’avventura di un fotografo. Composto intorno al 1955 e incluso nella raccolta Gli amori difficili (Einaudi, 1970), il racconto mette a nudo la tensione tra la necessità di fermare il tempo e il rischio di annullare il ricordo. “Fotograferemo tutto e saremo incapaci di ricordare ciò che conta davvero”, scrive Calvino, anticipando un destino che oggi, nell’era digitale, appare compiuto.
Negli anni Cinquanta la fotografia era ancora un gesto solenne, lento, tecnico. Non esisteva la compulsione dello scatto istantaneo, né l’accumulo ossessivo di archivi digitali. Eppure Calvino aveva già colto il pericolo: l’immagine come surrogato dell’esperienza, lo scatto che ruba spazio al ricordo. Oggi viviamo immersi in questo paradosso. Produciamo miliardi di foto che restano invisibili nei nostri dispositivi, confondendo l’essenziale con il banale. Quel che per Calvino era un timore, per noi è realtà: affidiamo la memoria a un archivio sterminato e impersonale, e nel moltiplicare all’infinito le immagini finiamo per cancellare ciò che davvero conta. La lezione di Calvino resta attuale. Il fotografo, nel suo racconto, non è solo colui che ferma un istante, ma chi rischia di anestetizzare la memoria. La fotografia, da linguaggio poetico, diventa accumulo sterile se non recupera il senso profondo dello sguardo. Nel ricordare Calvino a quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua voce ci invita a un gesto di resistenza: imparare a scattare meno, guardare di più, e soprattutto ricordare davvero.
(Fonte: Agrpress, 19.9.2025)
