di Giuliano Longo
Mentre gli alleati nordamericani Canada e Messico stanno esaminando le tariffe del 25% imposte daTrump, la Cina se l’è cavata con solo 10% il che ha rappresentato una sorpresa per i vertici di Pechino che temevano il peggio. .
È pur vero, Ottawa e Città del Messico hanno ottenuto una proroga di 30 giorni ma le tariffe stanno arrivando e gli impegni di entrambe le nazioni ad inasprire la sicurezza delle frontiere non impediranno a Trump di raggiungere un obiettivo pluridecennale, per poi adottarlo per altri paesi compresi quelli della Unione Europea.
La risposta soft di Xi Jinping suggerisce che il leader cinese sta mantenendo aperte le sue opzioni di rappresaglia. Al momento Pechino ha annunciato una tariffa limitata al 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tassa del 10% sul petrolio greggio, sulle macchine agricole, sulle auto a e sui camioncini, ma resta sullo sfondo una ritorsione di più grandi dimensioni.
Per ora, Xi ha tutte le ragioni per credere che potrebbe avere il sopravvento su Trump, mentre The Donald ha fretta, ma la guerra commerciale 2.0 potrebbe innescare una stagflation che coinvolgerebbe non solo il commercio USA-Cina, ma anche con altri importanti partner commerciali.
Tuttavia il caos sia appena iniziato. La spinta delle tariffe sul Messico serve infatti a ricordare che si è entrati in un ciclo per il quale agli annunci tariffari seguono appelli al negoziato, per poi ricadere in annunci di vittoria di una o di altre parti per poi ricominciare da capo. Quella che è sparita in questo contesto conflittuale è la buona volontà.
L’assalto di Trump alla Organizzazione Mondiale del Commercio non sarà presto dimenticato. E la velocità con cui ha minacciato di distruggere l’economia colombiana per pochi migranti rimpatriati su aerei militari USA, lascia poche speranze che agisca in buona fede.
D’altro canto la Cina è consapevole di essere meno dipendente dagli Stati Uniti oggi rispetto al 2017, la prima volta che Trump entrò alla Casa Bianca e ritiene che l’impatto delle sue tariffe sia gestibile. Quindi utilizzerà probabilmente una combinazione di esenzioni fiscali e misure deflazionistiche per compensare l’impatto delle tariffe, proprio come quelle adottate durante la prima guerra commerciale.
Già il ministero del commercio cinese ha indicato piani per portare il caso all’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha promesso “contromisure corrispondenti” non specificate, per proteggere i suoi diritti e i suoi interessi.
A novembre, dopo la vittoria elettorale di Trump, la Cina ha intensificato gli sforzi per presentarsi come una Potenza più stabile e cedibile, custode dell’ordine globale basato sulle regole che Washington sta ribaltando e Xi ha guidato la Cina come il protettore del libero scambio, della globalizzazione e delle istituzioni multilaterali.
Poi c’è il potenziale inflazionistico di ciò che Trump sta facendo, poiché l’effetto di tariffe e contro tariffe è per sua natura inflazionistico e porta a prospettive globali più deboli di crescita.
A Seoul, dove il sistema politico è nel caos, le elite vedono Pechino con rinnovato affetto. Idem per il Partito Liberal Democratico al potere del Giappone il cui leader Shigeru Ishiba è riuscito ad ottenere un faccia a faccia con Trump dopo mesi di tentativi.
In teoria, fuori dall’Asia, le tariffe imposte a Messico e Canada consentono al tycoon di consolidare il potere nella sfera storica dell’influenza economica americana, rimodellando le catene di approvvigionamento più vicine e incoraggiando i migranti a rimanere a casa.
Invece la Cina Fine modulosta lavorando a un’offerta di apertura per i colloqui commerciali, come riporta la stampa americana, che prevede il rilancio dell’accordo “Fase 1” che Trump ha firmò con Xi nel 2020, ma questo non lo soddisferà. Ma allo stesso tempo, la Cina ha un margine di maggiore pos di rappresaglia rispetto al 2017, rispetto a quando Trump è entrato alla Casa Bianca la prima volta
Naturalmente, la Cina si preoccupa molto della minaccia tariffaria del 60% di Trump e molti economisti calcolano che dazi di tale entità taglierebbero la crescita annuale del 2,5% il prodotto interno lordo (praticamente la metà del tasso di crescita cinese)
. In Tal caso Xi potrebbe prendere di mira con contromisure gli Stati USA governati dai Repubblicani riducendo gli acquisti agricoli e tassando i beni di Amazon, Costco, Target e Walmart. Non solo, ma potrebbe imporre sovrapprezzi alle società americane come Boeing a General Motors a John Deere a Starbucks Apple, Microsoft, Nike e altre multinazionali.
Anchenche Musk potrebbe trovarsi in pericolo. Oltre a produrre veicoli elettrici per la Cina– che ora rappresentano oltre un terzo delle vendite di Tesla – la sua “gigafactory” di Shanghai è un importante produttore di veicoli elettrici che vanno in paesi terzi.
Per ora nessuno sa davvero cosa aspettarsi da Trump, ma di sicuro c’è che la Cina potrebbe infliggere colpi dolorosi alla economia statunitense ove prevalesse il bullismo trumpiano.
Un segnale importante viene anche dalla Unione Europea sino a poco tempo fa disponibile a seguire eroicamente la linea anti cinese di Washington eroicamente.
Ieri Infatti ieri la presidente Commissione Ursula von der Leyen nel corso dell’incontro con gli ambasciatori ha confermato la necessità di riequilibrare il rapporto Ue-Cina per difendere gli interessi economici e di sicurezza dell’Europa.
Ma, e qui sta la novità, ha anche detto che “c’è anche spazio per impegnarci in modo costruttivo con la Cina e trovare soluzioni nel nostro reciproco interesse. Possiamo trovare accordi che potrebbero persino espandere i nostri legami commerciali e di investimento. E’ una linea sottile su cui dobbiamo camminare. Ma può condurci a una relazione più equa e bilanciata con uno dei giganti economici del mondo”’.
