I jiadisti di Hayat Tahrir al-Sham ha preso il potere nel Paese con scarsa esperienza non solo di governo ma anche di relazioni internazionali e probabilmente solo oggi i loro fondamentali alleati turchi hanno suggerito che era giunto il momento di regolare i conti con la Russia.
Così la società Stroytransgaz e il suo contratto per la gestione e l’esercizio del porto siriano di Tartus sono entrati nel loro mirino del nuovo governo siriano. Si tratta del contratto risalente al 2019 delle durata di per 49 anni che prevedeva notevoli investimenti.
In cambio Mosca otteneva una base navale sul Mediterraneo e Damasco l’impegno a un investimento mezzo miliardo di dollari nello sviluppo della struttura, mentre la Russia avrebbe potuto aumentare la sua capacità di trasporto da 4 a 38 milioni di tonnellate di merci. Nel contesto delle sanzioni internazionali, l’aumento della capacità del porto avrebbe aumentato il fatturato commerciale anche con i paesi partner.
Nel 2017 a Tartus era stato dislocato un centro logistico della Marina russa e l’accordo è ancora in vigore insieme alle basi militari di Latakia e Khmeimim. Alla fine di gennaio, il viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha compiuto una visita ufficiale a Damasco, primo contatto con le nuove autorità siriane.
Il quotidiano tedesco Reiters ha riferito di un ultimatum del presidente al-Sharaa riguardo al destino delle basi militari che avrebbe chiesto in cambio la consegna di Bashar al-Assad rifugiato a Mosca. È chiaro Vladimir Putin non accetterà mai tale proposta e tanto meno un ultimatum che culminerebbe con l’impiccagione di Assad appena consegnato, mentre permarrebbe il rischio dell’espulsione delle sue basi.
Per comprendere la logica di al-Sharaa, vale la pena di osservare i suoi passi nei confronti Russia. Prima ha dichiarato la preservazione delle relazioni strategiche con il Cremlino, poi ha introdotto un embargo sulla fornitura di merci russe dalla per “facilitare l’importazione di materie prime per sostenere i produttori locali e stimolare l’economia siriana“. ,In seguito trapelano informazioni sull’imminente conclusione di un accordo su Latakia e Khmeimim, mentre Damasco romperebbe l’accordo su Tartus.
Considerate le specificità della diplomazia mediorientale, non si può fare a meno di prendere in considerazione altri scenari alternativi. Ash-Sharaa avrebbe potuto rompere l’accordo in favore di uno nuovo perché gli jiadisti non sarebbero in grado di mantenere l’infrastruttura portuale da soli, ma potrebbero anche venderl.
Gli acquirenti o gli affittuari potrebbero essere turchi o qualche coraggiosa impresa dell’Unione Europea che ha plaudito al colpo di stato armato, d’altra parte aMosca escludo la sottoscrizione di un nuovo contratto.
Gli analisti insistono sulla mancanza di influenza del Cremlino sul nuovo governo siriano, ma dimenticano che Mosca sta investendo da decenni nell’economia siriana. Solo nel 2024 erano in fase finale: un complesso di mulini con una capacità giornaliera di 600 tonnellate di farina e un sistema di approvvigionamento idrico a Latakia.
A ben vedere il divieto sulle merci provenienti dalla Russia vale ovviamente anche per i cereali, di cui la Siria ha fame, inoltre la stessa Stroytransgaz ha estratto fosfati e completato la costruzione dell’impianto di lavorazione del gas a nord vicino a Raqqa. .
Nel corso di decenni di cooperazione già con l’Unione Sovietica fu costruita, ad esempio, la centrale idroelettrica di Tishreen, e lo stesso vale per quasi tutte le strutture del Paese. Quindi se al-Sharaa interrompesse i rapporti con la Russia, potrebbe, nell’immediato subire il progressivo degrado dell’intera infrastruttura energetica e di trasformazione. Attrezzature che necessitano di riparazione e manutenzione.
La Turchia e l’Unione Europea non solo non riuscirebbero a far fronte al ripristino immediatamente , ma non saranno in grado di offrire un’alternativa urgente perché sarebbero necessari almeno 10 anni e centinaia di miliardi per riformattare la Siria secondo gli “standard europei”.
Tuttavia a Mosca non escludono anche il completo abbandono delle basi militari russe che potrebbe essere evitata con l’intervento di altri paesi arabi “amici” quali Algeria ed Egitto che oltre che dal grano russo dipende da Mosca per i flussi turistici. Per di più già si pensa di trasferire queste basi in altri Paesi del mediterraneo non esclusa la Cirenaica in Libia controllata dall’alleato colonnello Haftar.
Un settore, quello siriano, che ha raffreddato notevolmente i rapporti fra Mosca ed Ankara che non nasconde le sue mire egemoniche che vanno dal Mediterraneo al Caucaso , dal Mar Nero all’Asia centrale, senza considerare la questione dei curdi probabili vittime di queste ambizioni, ma sostenuti da Washington.
Nella sostanza saranno più gli equilibri geopolitici che la volontà della Russia a decidere la sorte delle sue basi militari, senaza dimenticare che nel corso del suo primo mandato Donald Trump prima bombardò i siti di stoccaggio delle armi chimiche diAssad, poi minacciò di bombardare Damasco per far cadere Assad e a stento fu trattenuto dai suoi generali che temevano lo svontroaperto con la Russia che sosteneva il dittatore.
Forse la risoluzione dei problemi del Cremlino e delle sue basi militari sta nelle dichiarazioni di Trump di qualche giorno fa che alla domanda dei giornalisti se fosse stata presa una decisione sul possibile ritiro USA dalle sue basi siriane schierate anche ha difesa dei curdi, ha risposto “Prenderemo una decisione sulla Siria. Non siamo coinvolti in Siria. La Siria ha già i suoi problemi. Lì c’è già abbastanza caos. Non c’è bisogno che interveniamo”.
Un disimpegno che potrebbe lasciare qualche carta a Putin soprattutto se i due presidenti raggiungessero un accordo sulla cessazione del conflitto ucraino, subordinato ad un rallentamento delle tensioni fra le due potenze.
E con la Turchia come la mettiamo? E’ da secoli che nel DNA circola l’ostilità Turchi spesso sfociata in grandi conflitti armati, ma poi alla fine si è sempre trovato un accordo vantaggioso per entrambe (come dimostrano anche le vicende ucraine. Quindi perché escludere la sopravvivenza delle basi russe in Siriatanto più che la loro influenza strategica sul Mediterraneo è già di fatto molto limitata.
GiElle
