di Riccardo Bizzarri (*)
C’è un Paese che sta finendo, ma non come ci avevano promesso nei talk show. Non sotto i colpi della recessione, né per un crollo istituzionale, né per l’ennesima riforma che non riforma niente. No: l’Italia sta finendo in Comune, allo sportello dell’anagrafe, con un signore di 57 anni travestito da sua madre morta per rinnovarle la carta d’identità.
Questa non è una notizia di cronaca: è un referto medico.
Il referto di una Nazione che non sta più bene.
La storia ormai la conosciamo: in provincia di Mantova, un uomo ha nascosto il cadavere della madre in cantina per tre anni, continuando nel frattempo a incassarne la pensione. Fin qui, triste routine. Ma il capolavoro si è compiuto quando, per rinnovare il documento della defunta, il figlio si è presentato in Comune camuffato da anziana: parrucca, vestito, voce improvvisata. Un tentativo disperato di truffa, certo. Ma anche un simbolo perfetto di ciò che siamo diventati.
Perché quell’uomo in parrucca non è un caso isolato: è l’Italia che cerca di sembrare ancora viva mentre è chiusa in cantina da anni.
È l’Italia che si traveste per non affrontare la realtà.
È l’Italia che finge, che recita, che barcolla tra burocrazia e disperazione, incapace di guardarsi allo specchio. È l’Italia che si aggrappa alle pensioni come un naufrago a un salvagente bucato.
Mentre da un lato c’è chi ruba una pensione, dall’altro c’è una vedova che dorme in auto con 614 euro mensili. E mentre chi ha un cadavere in cantina spera di non essere scoperto, ci sono interi pezzi del Paese, economia, servizi, sanità, scuola, che marciscono alla luce del sole senza che nessuno senta la puzza.
Il problema, però, non è il singolo truffatore: il problema è il contesto che lo rende possibile. Un Paese dove travestirsi sembra più semplice che denunciare una morte. Dove l’ingegno viene sprecato per abusare dell’INPS invece che per costruire qualcosa. Dove la burocrazia è così assurda che qualcuno arriva a pensare che un travestimento sia una strategia plausibile.
La verità è amara: non siamo più la nazione dei cervelli, ma quella delle parrucche. Non quella dei progetti, ma quella degli escamotage. Non quella dell’etica, ma del “vediamo se me la faccio passare”.
E allora sì, ridiamoci pure su, perché l’alternativa sarebbe piangere di fronte al corridoio dell’anagrafe di Borgo Virgilio, ma teniamolo a mente:
quando un Paese arriva a questo punto, il problema non è il singolo uomo travestito da madre morta. Il problema è tutto il resto.
Perché oggi è una parrucca allo sportello. Domani, chissà, potremmo scoprire che a essere travestita è direttamente la nostra idea di civiltà.
(*) Giornalista
