Primo piano

La guerra fredda culturale

 

di Piero Bevilacqua (*) Storico e scrittore

 

Chiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.

Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.

Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.

Nell’opera della Saunders viene ora disvelato in forma sistematica un altro ambito di intervento, quello della cultura, della teoria, delle ideologie politiche, per neutralizzare il marxismo e le culture comuniste considerate dominanti tra le élites europee. Così, insieme al Piano Marshall, che nel dopoguerra apre un mercato sterminato alla fiorente industria americana, grazie alla collocazione di basi militari nei territori nazionali, tramite l’intromissione nella vita politica ed elettorale dei vari paesi (come accadde a partire dal 1948 in Italia), si viene realizzando un progetto di completo assoggettamento del Vecchio Continente. Col controllo sulla cultura si inaugura un capitolo assolutamente inedito di dominio coloniale. Nulla di simile si era mai visto nel corso dell’era volgare.

Un continente relativamente giovane, un multiforme aggregato di immigrati, ne conquista un altro di antichissima civiltà. Senonché, a differenza di quanto avvenne nel mondo antico, non si verificò il fenomeno sintetizzato dal verso di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit. I selvaggi americani che ci invasero non furono conquistati dalla nostra cultura, ma ci imposero la loro. L’americanismo è diventato, infatti, la cultura dell’Europa.

Il libro della Saunders, pubblicato per la verità nel Regno Unito prima dei due testi appena citati, nel 1999, e l’anno seguente negli USA, e che vede la luce in traduzione italiana in questo 2026, disvela dunque un altro fondamentale aspetto della storia segreta d’America: l’opera di conquista culturale dell’intellettualità europea a una visione americana del mondo attraverso una gigantesca, sistematica, capillare operazione della CIA.

Il centro della vicenda, che consente all’autrice di ordinare lo sterminato materiale documentario in un coerente quanto affascinante percorso narrativo, è la fondazione del Congress for Cultural Freedom (CCF), Associazione per la Libertà della Cultura, finanziata ufficialmente da numerose fondazioni, tra cui la Ford e la Fairfield, ma essenzialmente dalla CIA, che ne era l’ente promotore. Essa nacque a Berlino nel 1950 e venne soppressa nel 1967, quando si scoprì, con clamore, che il Congress era una creatura della CIA.

Al culmine della sua influenza, l’organizzazione spionistica contava uffici in 35 paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di venti riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, conferenze internazionali di alto livello, concerti, mostre, ricompensava artisti, musicisti e letterati con premi e riconoscimenti. E aveva un raggio d’influenza a scala mondiale, operando però soprattutto in Europa, grazie all’attività, più o meno consapevole e diretta, di scrittori, artisti, filosofi, giornalisti e cineasti che per quasi vent’anni lavorarono a creare l’immaginario culturale filoatlantico degli europei. Come scrive l’autrice nell’introduzione: «La sua missione consisteva nel distogliere l’intellighenzia europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way».

Le riviste finanziate più prestigiose e attive furono Der Monat, in Germania, Preuves, in Francia, Tempo Presente, in Italia, ed Encounter, in Gran Bretagna, per limitarci alle più note. E di non minore prestigio erano circondati i nomi delle figure intellettuali e artistiche coinvolte, a vario titolo, cui si può solo accennare: da Igor Stravinskij e Sergej Prokof’ev a uomini di cultura liberali, democratici, di sinistra non marxista, come Bertrand Russell, John Dewey, Karl Jaspers, Benedetto Croce, ma anche tanti ex comunisti o uomini della sinistra radicale delusi, come Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi, Italo Calvino, Vasco Pratolini, Raymond Aron e Arthur Koestler.

Alcuni sapevano, altri sospettavano. «Altri ancora, probabilmente, ne erano ignari. In ogni caso, tutti erano fortemente motivati dal fine.»

 

Per la verità, Calvino e Pratolini – molto probabilmente all’oscuro di tutto – compaiono nel testo solo per la loro collaborazione a Tempo Presente, diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, fra i più attivi e più direttamente coinvolti nell’opera della CIA in Italia. Non è ovviamente facile, in questa complessa storia, che l’autrice ricostruisce con superba maestria e accurato equilibrio, stabilire il grado di informazione che tutti i diversi protagonisti possedevano del disegno occulto da cui tutto discendeva. Del resto, non si tratta di portare a processo degli imputati. Ma non si può non convenire con la conclusione d’insieme della Saunders: «Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a questa impresa segreta.»

Gli agenti promotori e sostenitori della vasta e sempre più fitta rete furono, agli inizi, alcuni agenti della CIA che avevano già partecipato a operazioni di intelligence nel corso della guerra, come Michael Josselson o Frank Lindsay, anch’egli veterano dell’OSS, che tra il 1949 e il 1951 avrebbe organizzato in Europa la rete di stay behind, denominata Gladio. Ma c’erano anche nuovi adepti come Nicolas Nabokov, un russo bianco che era vissuto a Berlino prima di emigrare negli USA, che la Saunders presenta così: «Alto, bello, espansivo, che coltivava amicizie (e mogli) con estrema facilità ed eleganza». E non meno attivi e influenti furono personaggi di grande prestigio, come lo scrittore anglo-ungherese ed ex comunista Arthur Koestler – che tuttavia si scontrò spesso con la CIA – o come l’influente storico americano Arthur Schlesinger, i quali impressero sul Congress l’indirizzo desiderato dalla CIA.

Ma se questi erano alcuni delle figure apicali, vasto era il “consorzio” dell’élite che operava sul campo, che promuoveva incontri, organizzava mostre, attivava salotti, realizzava opera di persuasione attraverso il lavoro molecolare delle relazioni personali: la massa ricca e potente di imprenditori, avvocati, diplomatici, esponenti politici, giornalisti, sindacalisti, magnati della stampa. In una parola, «l’élite che decideva la politica estera statunitense e le linee della legislazione interna».

Il lettore avrà capito che siamo di fronte a un libro che costituisce un’arditissima sfida storiografica e intellettuale, resa possibile da un lungo e imponente lavoro di ricerca. Chi conosce l’avvincente fatica dell’indagine storica non può non identificarsi, anche sentimentalmente, con le parole dell’autrice: «Per scrivere questo libro mi sono trasformata per un lungo periodo in una nomade, trascinando i miei malridotti bagagli e le mie carte in innumerevoli luoghi». È vero che la legge americana sulla libertà d’informazione, il Freedom of Information Act, ha messo a disposizione degli studiosi le carte desecretate dell’FBI. Ma i documenti della CIA sono rimasti quasi inaccessibili: «La mia prima richiesta, risalente al 1992, deve avere ancora risposta».

 

 

Per costruire l’imponente affresco di storia culturale, politica e psicologica, per farci entrare in questo oceanico salotto e osservare da vicino l’opera con cui una rete di ardenti crociati ha contribuito a cambiare non solo l’ideologia e la posizione politica di migliaia di intellettuali, ma anche il modo di pensare degli europei, la Saunders deve aver peregrinato anche per archivi privati e compulsato una massa sterminata di fonti. Già basterebbe questo per renderlo un libro a suo modo unico e fondamentale.

Intanto, grazie a un accurato indice analitico a corredo del volume, è possibile soddisfare le più varie curiosità: per esempio, sapere che cosa pensava di Stalin Bertolt Brecht o i maggiorenti americani; le opinioni del generale Marshall, quello del Piano, sul destino dell’Europa o di Truman sul comunismo; senza considerare le voci dei grandi nomi della letteratura e dell’arte del tempo, da Steinbeck a Eliot, da Virginia Woolf a George Orwell. Molto spesso è come entrare nel salotto di casa di questi personaggi.

Una curiosità non superficiale, perché a volte ci si imbatte in informazioni inquietanti, per quanto talora relativamente note, come l’attività spionistica di uno scrittore di rango qual era Ignazio Silone, ex comunista diventato collaboratore dell’OVRA sotto il fascismo per proteggere il fratello, ma che diventa agente della CIA nel dopoguerra, così come un altro nome importante della cultura italiana, Nicola Chiaromonte.

A proposito del quale val la pena qui riportare il frammento di una lettera del 4 ottobre 1957 a lui inviata da M. Lasky, direttore di Encounter, in quanto condirettore di Tempo Presente, in cui è possibile osservare come collaboravano le riviste europee finanziate dallo spionaggio americano:

«Caro Nicola, ti accludo quello che considero uno straordinario e freschissimo pezzo di John Wain. Naturalmente non si può pubblicare così com’è, ma credo che si possa farne un articolo di dibattito, citandolo comunque nel modo più esteso possibile. Mi pare particolarmente importante per l’Italia, dove i vari Moravia, Piovene ecc. continuano a fare ogni tipo di inchino ai sovietici.»

Ma anche l’appendice di documenti, a conclusione del volume, non è meno ricca di interesse. A leggerla, per esempio, stupisce non poco scoprire i dati sui fondi erogati dalla CIA al Festival di Spoleto nell’anno 1959-60.

Ma il libro è tutt’altro che un repertorio di curiosità, benché in parte rimanga anche tale: un testo di studio a cui attingere ogni volta che ci si occupa della storia di quegli anni. Esso si legge tuttavia come un grande, avventuroso romanzo politico a scala mondiale, dalla prima all’ultima pagina, grazie alle non comuni doti narrative dell’autrice, alla sua capacità di estrarre dall’immane raccolta delle sue fonti le notizie più serie e ricche d’interesse storico e culturale.

Ma sarebbe ancora superficiale e ingiusto limitarsi a questo. La Saunders ricostruisce questa oscura, sommersa ma fondamentale pagina di storia dell’età contemporanea, questa «battaglia per la conquista delle menti umane»,

condotta dalle élites americane nel Vecchio Continente, mantenendo una posizione di nitida onestà e di grande equilibrio politico. E questo ne fa la sua inscalfibile serietà e fondatezza scientifica.

Infatti ella non può non porsi il problema della sincerità e della legittimità di tutta l’operazione condotta dagli USA e dunque rammentare che, in quegli stessi anni, «la CIA fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo di Árbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci nel 1961, l’infausto programma Phoenix in Vietnam. Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri paesi, pianificava assassini nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività».

E quindi la domanda a cui non si sottrae è: «Che tipo di libertà si può promuovere da tale inganno?».

Al tempo stesso, però, la sua onestà politica le impedisce di tacere sulla realtà del «Nemico» contro cui le élites americane e poi europee combattevano:

«Certo, nessun tipo di libertà era presente nei programmi politici dell’Unione Sovietica, dove gli scrittori e gli intellettuali che non erano stati inviati nei gulag erano stati messi a servire gli interessi dello Stato».

E brillantemente la Saunders scolpisce la sua posizione di superiore equilibrio politico con una frase programmatica di Tzvetan Todorov:

«Svelare la verità per amore della verità stessa».

Ora, non c’è dubbio che l’anticomunismo delle élites americane avesse delle basi di fondatezza e legittimità politica. Non solo la violenza della dittatura staliniana, ma anche il controllo oppressivo delle burocrazie sovietiche postbelliche avevano progressivamente danneggiato l’immagine gloriosa che l’URSS si era guadagnata con il suo antifascismo negli anni ’30 e soprattutto con la vittoria sulla Germania nazista. Errori politici della dirigenza sovietica, repressione del dissenso interno, alcuni episodi di intervento militare brutale, come la repressione dei moti ungheresi nel 1956, spinsero anche spontaneamente molti intellettuali europei a rivedere le loro precedenti posizioni filosovietiche e il loro comunismo.

L’opera della CIA fu dunque potentemente favorita, almeno sino alla rivoluzione di Cuba e alle prime rivelazioni sulle operazioni della CIA apparse sul New York Times, dall’appannarsi del comunismo come progetto di società egualitaria a cui tendere e per cui mobilitarsi. Questo aspetto spiega anche il successo in Italia del lavoro spionistico presso gli ambienti intellettuali di sinistra. L’irrisolto problema delle libertà individuali nella società sovietica metteva in ombra i valori della giustizia sociale che il comunismo prometteva e di fatto anche realizzava.

Proprio in Italia, paese fondamentale per i disegni espansionistici di Washington, le aggregazioni revisioniste ebbero un particolare rilievo, a cui occorrerebbe dare un peso maggiore nella ricostruzione della nostra storia recente. Come ricorda opportunamente Giovanni Fasanella, nella sua prefazione:

«L’esistenza di un partito amerikano di sinistra è una chiave importante per decifrare molti aspetti del nostro recente passato (e anche del nostro presente), di cui però non si trova alcun riscontro nelle ricostruzioni giornalistiche e storiografiche italiane».

Quel che probabilmente l’opera persuasoria e condizionante della CIA riuscì a conseguire, incontrandosi anche con tendenze culturali già attive nella cultura italiana ed europea, fu la mutilazione degli aspetti più profondi e radicali della teorizzazione marxista. Quella capacità di cogliere, sotto la superficie dei fenomeni, l’origine sopraffattoria degli interessi della classe dominante, di scorgere, sotto lo scorrere degli eventi, la trama della lotta e soprattutto il calcolo e la spinta originaria, e spesso occulta, del capitale.

Privilegiando gli obiettivi delle libertà individuali, i revisionisti, che fossero o meno al soldo della CIA poco importa, abbassavano l’orizzonte della visione storica generale di cui il pensiero di Marx era portatore e, al tempo stesso, depotenziavano progressivamente il carattere conflittuale dell’analisi sociale, quale scienza della lotta di classe. Il pensiero rivoluzionario, che non metteva necessariamente capo a una concezione insurrezionale della lotta politica, ma era teoria sottratta all’egemonia capitalistica, si annacquava in un generico progressismo, nella confortante visione di un procedere quasi spontaneo della storia verso assetti sempre più giusti e avanzati di società.

Ma se è vero che, per degli Stati liberali, l’anticomunismo aveva le sue solide ragioni nelle questioni politiche e ideali, nell’assetto e nelle strategie dell’URSS, non ci si può certo limitare a questa pura constatazione. Intanto, l’anticomunismo non nasceva in quegli anni. La lotta a quel movimento rivoluzionario da parte degli USA e soprattutto delle potenze europee si avvia nel 1918, quando l’Occidente coalizzato tentò di uccidere in fasce il primo Stato operaio della storia.

L’intervento «a sostegno dei Bianchi», cioè degli eserciti zaristi in rivolta sanguinosa contro il potere dei Soviet, e il blocco continentale con cui si cercò di affamare la popolazione russa – ricorda ora Luciano Canfora con ricchezza di particolari – «non fu un semplice episodio: episodio che la storiografia occidentale tende a minimizzare» (Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2026).

Sin da quando nasce, l’Unione Sovietica è considerata dalle potenze dell’Occidente come una malattia contagiosa da estirpare. E tale ostilità politica, culturale e militare, che circonderà il primo Stato socialista della storia, non sarà senza conseguenze sulla natura stessa del suo regime, sul suo autodisciplinamento poliziesco.

Come ha ricordato di recente Paolo Favilli, sin da allora lo Stato sovietico ha vissuto la propria storia entro «una sindrome di accerchiamento», che non aveva nulla di ideologico, ma era fondata su minacce reali e potenti da parte dell’intero mondo capitalistico (Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione. Prefazione di P. Bevilacqua, Donzelli, 2026).

Tale sindrome, accresciuta dal pregiudizio e dall’odio antirusso, che ha varie altre origini e su cui ora fiorisce tanta letteratura, viene spezzata momentaneamente grazie all’alleanza antifascista negli anni della Seconda guerra mondiale. Ma si tratta di una breve pausa, non certo interrotta dai sovietici. Come ben sappiamo, Stalin e i dirigenti dell’URSS avrebbero voluto continuare quell’alleanza.

Ha rivelato Eric J. Hobsbawm:

«I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e comunista (…). Questo scenario ottimistico scomparve ben presto per lasciare il posto alla notte della guerra fredda.» (Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, 1995).

E quella lunga notte viene inaugurata consapevolmente dagli ex alleati, per un mutato atteggiamento di parte del gruppo dirigente USA dopo la morte di Roosevelt, oltre che dei britannici, e si avvia con alcuni episodi. Ad esempio, con l’allarmato telegramma che George Kennan, incaricato d’affari americano all’ambasciata di Mosca, uno dei protagonisti del Congress, invia a Washington il 22 febbraio 1946. In esso riferisce su un discorso di Stalin, tenuto al Bol’šoj tredici giorni prima, nel quale il capo sovietico avrebbe minacciato l’espansione dell’URSS sino al Mediterraneo (Giovanni Buccianti, Ucraina: una storia tormentata. Alle origini di una guerra inevitabile, in F. Cardini, F. Mini, M. Montesano (a cura di), Ucraina 2022. La storia in pericolo, La Vela, 2022). Una vecchia e pacchiana propaganda, già allora.

Ma non meno peso ebbe, in quel 1946, Churchill, il più accanito degli anticomunisti, che «lancia dall’Università di Fulton, negli Stati Uniti, la “guerra fredda” il 5 marzo 1946» (Canfora, Comunismo, cit.). Era ormai un processo evidente e la Saunders riporta un lungo e lucido brano di Arthur Miller, in cui si può leggere:

«Certamente i quattro anni della nostra alleanza militare contro le potenze dell’Asse avevano rappresentato soltanto una tregua rispetto a un’ostilità di lunga durata che era iniziata nel 1917 con la Rivoluzione e che era stata immediatamente ripresa dopo la distruzione delle armate di Hitler.»

Che la nascita della guerra fredda fosse non solo un’iniziativa angloamericana, ma una continuazione della guerra al comunismo iniziata all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, è un fatto storicamente accertato, anche se non accettato e soprattutto nascosto.

La Russia, che aveva scelto con Stalin la strada obbligata del socialismo in un solo paese, non poteva avere velleità espansionistiche e rispettava la divisione del mondo in zone d’influenza stabilita a Yalta nel 1945. Ma l’aspetto meno considerato di tale impossibilità sono le condizioni in cui si trovava l’URSS dopo la guerra.

Qui affidiamo alla letteratura le parole più veritiere e illuminanti:

«Al termine della guerra le città non si chiamano più “città”, ma “concentrazioni di popolazione”» e le famiglie vivono «tra casermoni e baraccamenti… Venti milioni di russi sono morti in guerra, ma altri venti milioni affrontano il dopoguerra senza un tetto. La maggior parte dei bambini non ha più padre, la maggior parte degli uomini ancora vivi è invalida. A ogni angolo di strada si incrociano persone che hanno perso un braccio, o una gamba, o entrambe le gambe» (Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi, 2013).

Ebbene, contro questo paese martoriato, che aveva salvato l’Europa dall’incubo peggiore della sua storia, che aveva sostenuto il peso più grande di una guerra devastante e al quale gli USA negarono, alla conferenza di Potsdam, i risarcimenti di guerra dovuti dalla Germania, si scatenò negli USA e presso le élites britanniche un odio furioso che si traduceva in minacce aperte di annientamento atomico.

A partire dal 1946 gli USA presero a far esplodere ordigni nucleari sempre più potenti nei deserti del Nevada o nelle isole Marshall, prima di passare agli atolli del Pacifico, accompagnandoli con campagne d’intimidazione antisovietiche. Persino intellettuali insospettabili furono toccati da questa febbre ideologica montata dalla propaganda USA. Ricorda a proposito la Saunders:

«Bertrand Russell aveva stupito i suoi ammiratori quando, nel 1948, in un discorso tenuto nel salone principale di una Westminster School danneggiata dai bombardamenti, aveva suggerito di minacciare Stalin con la bomba atomica.»

L’URSS sventò probabilmente la propria distruzione riuscendo a costruire, con immani sacrifici, la propria bomba atomica nel 1949, alimentando così l’universale follia della corsa agli armamenti nucleari.

Questa follia appare in tutta la sua tragica portata alla luce delle menzogne elaborate dagli uomini del tempo, che oggi la ricerca storica riesce a mettere sempre più in luce. La battaglia montata contro l’URSS non era certo una battaglia di libertà, come veniva presentata, ma era contro ciò che il pensiero comunista costituiva e promuoveva, contro una libertà molto più radicale e completa.

Ci sono poche parole illuminanti come quelle che Harry Truman, presidente degli USA, espresse nell’aprile del 1949, in una conversazione riservata tra i vertici politico-militari americani e i ministri degli Esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica, che nasceva in quell’anno:

«Vorrei sottolineare che la minaccia sovietica non è soltanto militare, è la minaccia del comunismo in quanto idea, in quanto forza sociale dinamica ed egualitaria che si nutre degli squilibri economici e sociali del mondo, a costituire un problema-base per l’Occidente; sebbene infatti trovi forza significativa nella potenza sovietica, nel lungo periodo è l’idea in sé a costituire una minaccia ancor più insidiosa» (La strategia segreta della NATO, in «Limes», 2019, n. 12).

E ancora una volta il giornalismo americano completa il quadro del colossale inganno con cui le classi dirigenti USA trascinarono il loro paese e il mondo intero nel clima e nelle pratiche della guerra fredda, a dispetto della realtà delle cose e soprattutto delle condizioni di benessere e sicurezza di cui godevano gli Stati Uniti: la più grande potenza economica e militare del mondo, resa sicura ai suoi confini da due oceani, che in quegli anni godeva di una prosperità senza precedenti.

C’è un libro che rivela l’assurdo e l’ingiusto di quelle scelte: quello del giornalista Bill Bryson, Vestivamo da Superman (2006), TEA, 2023, il quale racconta l’infanzia dell’autore negli anni Cinquanta a Des Moines, Iowa, città di provincia dell’America profonda. È Bryson stesso a trasmetterci lo stupore di un ragazzino che scopre, di anno in anno, l’incredibile opulenza che si riversa in quella sperduta provincia, in varietà e abbondanza di cibo, vestiti, divertimenti, automobili, cinema e TV.

Eppure, su tanta prosperità, che era quella, in quel momento, della società forse più ricca della storia umana, incombeva un assurdo clima di minaccia e pericolo grottescamente inventato. I missili dei russi sarebbero potuti precipitare sulla testa dei cittadini da un momento all’altro. La guerra atomica agitata dai dirigenti USA era diventata un formidabile strumento quotidiano di intimidazione e controllo sociale all’interno del paese. E i cittadini americani venivano plasmati fin da piccoli da tale clima:

«Una volta al mese – ricorda Bryson – a scuola avevamo l’esercitazione di difesa civile. Partiva una strana sirena speciale e incalzante a indicare che non si trattava di un’esercitazione antincendio o antitornado, bensì di un attacco nucleare degli agenti del comunismo e tutti scattavano dalle loro sedie e si rifugiavano sotto i banchi con le mani giunte sulla nuca, nella posizione di attacco nucleare.»

Comprendiamo così le lontane ragioni dello spettacolo grottesco a cui assistiamo da mesi in Europa: le colonizzate élites europee si affannano oggi a ripetere, in forma di farsa, la storia che i colonizzatori americani hanno già scritto nelle fattezze di un dramma propagandistico.

(*) Storico e scrittore

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