Politica

La natalità dal Nord al Sud, il bene comune che l’Italia ha dimenticato

 

di Michele Rutigliano

 

«Non avere paura della vita». Con queste parole il Cardinale Matteo Zuppi, ha dichiarato, alcuni giorni fa, il suo pieno sostegno alla petizione “Natalità Bene Comune” promossa dal Forum delle Associazioni Familiari dell’Emilia-Romagna. Una petizione in cui non c’è solo un richiamo a sostenere le nascite, ma qualcosa di molto più importante. C’è  una domanda politica e, prima ancora, culturale che si può riassumere in queste parole: Che cosa sta facendo l’Italia per consentire ai suoi giovani di costruire una famiglia e guardare, non con paura, ma con serenità e fiducia, al proprio futuro? Finora, purtroppo, la risposta non è stata all’altezza della gravità della situazione. La denatalità continua a essere affrontata soprattutto attraverso bonus, assegni e misure frammentarie, mentre il problema avrebbe bisogno di una strategia strutturale. La proposta emiliana prova invece a cambiare prospettiva: lavoro, casa, servizi per l’infanzia, fiscalità, conciliazione tra tempi familiari e professionali, sostegno alla maternità e alla paternità devono diventare pezzi di una stessa politica. La Regione Emilia-Romagna ha già avviato il proprio percorso legislativo e la petizione punta a raccogliere almeno 10 mila firme. Ma il vero valore dell’iniziativa è un altro: la natalità torna ad essere considerata un bene comune, non una questione privata lasciata sulle spalle delle singole famiglie. È una lezione che dovrebbe arrivare fino a Roma.

Il Mezzogiorno non più margine, ma il cuore della questione demografica

Se la natalità è una questione nazionale, il Mezzogiorno non può essere lasciato ai margini del dibattito. Anzi, proprio nel Sud la crisi demografica mostra con maggiore evidenza il legame tra nascite, lavoro, emigrazione e sviluppo. Un giovane meridionale che non trova un lavoro stabile spesso rinvia la formazione di una famiglia. Se non trova una casa accessibile, rinvia ancora. Se per costruirsi un futuro deve trasferirsi al Nord o all’estero, quella scelta diventa ancora più difficile. E quando interi territori perdono giovani, perdono contemporaneamente scuole, servizi, attività economiche, consumi e futuro. La denatalità, dunque, non è soltanto una conseguenza dello spopolamento. È una delle sue cause e, contemporaneamente, il suo acceleratore. Eppure il Mezzogiorno potrebbe diventare proprio il luogo nel quale sperimentare una nuova politica nazionale della natalità. Perché sostenere una giovane coppia nel Sud significa anche contrastare l’emigrazione; sostenere una famiglia numerosa significa mantenere in vita una comunità; costruire servizi per l’infanzia significa creare occupazione e rendere un territorio più competitivo. Ecco perché una nuova politica meridionalista dovrebbe avere anche una forte dimensione demografica. Non più soltanto incentivi alle imprese o infrastrutture materiali, ma infrastrutture sociali della vita: scuole, asili nido, sanità territoriale, abitazioni, trasporti, servizi per le famiglie, lavoro qualificato. La questione meridionale e la questione demografica finiscono così per incontrarsi. E forse è proprio da questo incontro che può nascere un nuovo meridionalismo.

La politica deve tornare ad avere il coraggio del futuro

Il punto più profondo della proposta emiliana, tuttavia, non riguarda soltanto l’economia. Riguarda l’idea stessa di società. Per troppo tempo abbiamo considerato un figlio soprattutto come una scelta privata e una famiglia come una realtà da assistere quando entra in difficoltà. Dovremmo invece riconoscere che ogni nuova nascita produce un valore che appartiene a tutti: genera relazioni, alimenta la scuola, sostiene il sistema produttivo, rinnova le comunità e rende possibile il futuro dello Stato sociale. Per questo le parole del Cardinale Zuppi sulla necessità di «non avere paura della vita» assumono un significato che può parlare anche oltre il mondo cattolico. Difendere la vita significa creare le condizioni perché la vita possa essere accolta.

Significa che una donna non debba essere costretta a scegliere tra maternità e carriera. Che un uomo possa vivere pienamente la paternità senza considerarla incompatibile con il lavoro. Che un giovane possa progettare una famiglia senza percepire un figlio come un rischio economico. Che una famiglia con tre o quattro figli non venga considerata un’eccezione da sopportare, ma una risorsa da sostenere. E significa soprattutto restituire ai giovani qualcosa che la politica sembra avere smarrito: la fiducia nel domani. Da Bologna arriva allora un messaggio che dovrebbe attraversare l’Italia, dal Nord al Sud. La natalità non è una bandiera della destra o della sinistra. Non è una battaglia confessionale. Non è neppure soltanto una voce del bilancio pubblico. È una scelta di civiltà. Un Paese che non genera più rischia di diventare un Paese che non progetta più. E un Paese che non riesce a dire ai propri giovani che vale la pena costruire una famiglia ha già cominciato a perdere la partita del futuro. Per questo la sfida lanciata dall’Emilia-Romagna dovrebbe diventare una sfida italiana. Non chiedere ai giovani di fare più figli, ma costruire finalmente un’Italia nella quale avere un figlio torni ad essere una scelta possibile, sostenuta e amata da tutta la comunità.

Related posts

Salario minimo, ecco perché il Cnel targato Brunetta lo ha bocciato

Redazione Ore 12

Andrea Agnelli e la Juventus travolti dalla SuperLega. Passo indietro anche di Inter e Milan

Redazione Ore 12

Caro-bollette, il Governo mette sul piatto oltre 7 miliardi di euro per famiglie ed imprese

Redazione Ore 12