Esteri

La rivolta dell’Est che scuote la Germania e l’Europa

 

di Michele Rutigliano

 

Il 43,8 per cento conquistato dall’AfD in Sassonia-Anhalt non è soltanto una vittoria elettorale. È un campanello d’allarme per la Germania e per l’Europa. Un partito classificato come estremista di destra dalle autorità regionali arriva a un passo dalla maggioranza assoluta, mentre la CDU si ferma al 17,2 per cento e socialdemocratici, Verdi e Linke restano sotto il 10.Perché proprio qui? La risposta più semplice è la paura dell’immigrazione e dell’Islam. Ma è soltanto una parte della verità. Dietro il successo dell’AfD c’è una storia più lunga: quella della Germania dell’Est. A oltre trentacinque anni dalla riunificazione, la distanza tra Est e Ovest non è scomparsa. La Germania orientale ha compiuto enormi progressi, ma continua ad avere redditi mediamente inferiori a quelli occidentali, insieme a maggiori problemi demografici e occupazionali. In una parte della popolazione è maturata così la sensazione di essere diventata, dopo la riunificazione, una Germania di seconda fascia. Non è nostalgia del comunismo. È la percezione di una promessa di uguaglianza rimasta incompiuta.

Quando il disagio sociale diventa rabbia politica

Qui bisogna guardare oltre il voto operaio. Il disagio ha raggiunto anche il ceto medio: piccoli imprenditori, lavoratori dipendenti, famiglie che temono per il futuro dei figli, cittadini che vedono aumentare i costi e diminuire le certezze. Quando la prospettiva di migliorare la propria condizione si restringe, cresce la ricerca di un responsabile. E l’AfD ha offerto una risposta semplice a problemi complessi: l’immigrato, il rifugiato, l’Islam, Bruxelles, le élite di Berlino. Più confini, meno immigrazione, più nazionalismo, più identità tedesca. È una formula efficace perché trasforma paure diffuse in una narrazione immediatamente comprensibile. Ma sarebbe sbagliato pensare che quasi metà degli elettori della Sassonia-Anhalt sia diventata neonazista. Una parte consistente ha probabilmente utilizzato l’AfD come voto di protesta contro il governo, i partiti tradizionali e una classe politica percepita come distante. Il problema è che il voto di protesta può trasformarsi in consenso stabile e contribuire a normalizzare idee che fino a ieri apparivano impresentabili.

L’Islam come nuovo nemico e la crisi del Centro Europeo

È questo il punto più delicato. L’AfD presenta l’Islam come una minaccia alla cultura tedesca e all’identità europea. In una Germania e in un’Europa sempre più secolarizzate, una parte della popolazione teme realmente che l’immigrazione musulmana possa modificare il profilo culturale delle società europee. Questa paura non va derisa, ma neppure trasformata automaticamente in una verità politica. Il pericolo nasce quando una religione o un’intera comunità vengono trasformate nel capro espiatorio di problemi molto più complessi. Il paragone con il nazismo va quindi usato con estrema cautela. Non siamo nella Germania degli anni Trenta e l’Islam non è l’equivalente degli ebrei nella propaganda nazista. Ma la storia insegna che le democrazie entrano in una zona pericolosa quando un gruppo viene trasformato nel simbolo di tutto ciò che non funziona. L’onda dell’AfD non nasce dunque soltanto dall’immigrazione. Nasce anche dall’incapacità del centro politico di interpretare le trasformazioni economiche, sociali e culturali del nostro tempo. La destra tradizionale ha spesso inseguito l’AfD sui temi della sicurezza e dell’immigrazione. La sinistra ha talvolta risposto al disagio con categorie ideologiche incapaci di comprendere la paura del ceto medio. E il centro, nel suo complesso, è apparso come il custode di un sistema che non garantisce più sicurezza, crescita e mobilità sociale.

La vera lezione della Sassonia-Anhalt.

L’Europa, allora, non deve limitarsi a costruire un cordone sanitario intorno alla destra radicale. Deve interrogarsi, piuttosto, sulle ragioni che la alimentano. Se il futuro dei figli appare più incerto di quello dei genitori, se l’Est continua a sentirsi periferia, se il ceto medio teme di impoverirsi e l’immigrazione viene percepita come una minaccia identitaria, allora non basterà l’argine politico. Servono lavoro, infrastrutture, sicurezza, integrazione e una nuova promessa di mobilità sociale. Serve un’Europa capace non soltanto di difendere i propri valori, ma di renderli credibili nella vita quotidiana. Altrimenti la rabbia continuerà a cercare una voce. E l’AfD in Germania, così come La Le Pen in Francia e Vannacci in Italia, continueranno, con ritmo sempre più crescente, ad offrirgliela.

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