di Balthazar
Sebbene l’offensiva tariffaria del 9 aprile, in occasione del “Liberation Day” lanciato da Trump, abbia gettato i mercati globali nel caos e imposto nuove imposte a quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, emerge un’eccezione degna di nota: la Russia.
La decisione di non imporre nuovi dazi su un Paese ancora sanzionato da gran parte dell’Occidente ha alimentato le speculazioni secondo cui la Cina potrebbe utilizzare il suo partner geopolitico più vicino come soluzione alternativa per mantenere il flusso delle esportazioni.
La politica del bizzoso (ma lo è davvero?)Tycoon che ha aumentato i dazi in circa 180 paesi e territori, ha fatto crollare le azioni statunitensi di oltre 5.000 miliardi di dollari in soli due giorni, ha lasciato la Russia sostanzialmente indenne.
I funzionari dell’amministrazione hanno citato proprio le sanzioni statunitensi in corso quale motivo principale dell’esclusione della Russia dall’elenco (ce ne sarebbero già troppe) e The Donald ha dichiarato.
“In sostanza, non stiamo facendo affari con la Russia perché sono in guerra“.
Secondo l’Ufficio per il Commercio fa sapere che nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato dalla Russia beni per un valore di soli 3,5 miliardi di dollari, appena il 12% di quanto veniva importato nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022.
Ma il consigliere economico di Trump, Kevin Hassett, ha dichiarato alla ABC News che l’esenzione aveva lo scopo di evitare di interrompere i negoziati per un cessate il fuoco.
“La Russia è stata esclusa dai dazi perché non vende quasi nessun bene che potrebbe essere prodotto negli Stati Uniti”, ha dichiarato a Newsweek Christopher Weafer, CEO della società di consulenza Macro-Advisory, specializzata , ma ha precisato che la Russia “fornisce comunque beni di cui gli Stati Uniti hanno bisogno: titanio, combustibile nucleare, fertilizzanti e altri materiali come il platino”.
L’esenzione della Russia riflette probabilmente tre fattori principali: il basso livello generale di scambi commerciali con gli Stati dopo anni di sanzioni, il ruolo dell’uranio arricchito russo nella produzione di energia nucleare statunitense e i delicati sforzi diplomatici in corso.
Il negoziato in corso tra sulla ripresa dei rapporti diplomatici è forse il fattore più importante in questo caso e l’amministrazione Trump non vuole compromettere il processo.
Gli scambi commerciali Di Mosca con la Cina sono prosperati nonostante il regime di sanzioni internazionali e hanno contribuito a mantenere a galla l’economia di Mosca attraverso continui acquisti di petrolio e gas naturale russi a prezzi scontati.
Le aziende cinesi hanno anche esportato tecnologie a duplice uso che, secondo Stati Uniti e Unione Europea, hanno sostenuto la base militare-industriale della Russia, favorendone lo sforzo bellico.
Il commercio bilaterale Russia Cina ha raggiunto la cifra record di 245 miliardi di dollari nel 2024. Tuttavia è aumentato solo dell’1,9% dopo un balzo del 26% nel 2023, a causa delle crescenti complicazioni nei pagamenti transfrontalieri derivanti dalle sanzioni secondarie dell’amministrazione Biden che hanno spaventato molte banche ed esportatori cinesi.
L’amministrazione Trump ha inoltre annunciato tariffe su località poco note come le isole Heard e McDonald, territori australiani disabitati nell’Oceano Indiano popolati solo da pinguini e foche, sostenendo che era necessario colmare potenziali divari commerciali che la Cina o altri avrebbero potuto sfruttare.
In passato i produttori cinesi avevano dirottato le esportazioni attraverso paesi come il Vietnam e il Bangladesh per evitare i dazi statunitensi, di qui la decisione di Washinton di includere nella lista dei “daziati” anche località remote come le isole Heard e McDonald.
Ma oggi la Russia potrebbe diventare un canale per evadere i dazi?
Nonostante la vicinanza alla Cina e l’esenzione tariffaria, è improbabile che la Russia diventi un hub di trasbordo che possa aggira i dazi doganali..
Semmai la preoccupazione degli Stati Uniti riguarda l’aumento delle esportazioni cinesi verso la Russia, anziché usare la Russia come punto di transito verso gli Stati Uniti, il che è improbabile date le sanzioni e le tariffe esistenti sui prodotti russi che vanno dal 35 al 200%.
Tuttavia è altamente probabile un aumento delle esportazioni cinesi verso la Russia, così come ci si aspetta che la Cina reindirizzi le esportazioni verso altri mercati come l’UE che per ora resiste ad una alleanza commerciale di fatto con Pechino. Anzi non è da escludere che Trump nel condurre trattative con i singoli Stati non imponga loro ulteriori restrizioni alle esportazioni cinesi.
Quanto alla possibilità di produrre beni cinesi in Russia questa non dispone delle capacità industriali e di manodopera necessarie.
Se la diplomazia reggesse e si raggiungesse un cessate il fuoco in Ucraina, gli Stati Uniti potrebbero eventualmente aumentare le importazioni di minerali essenziali e petrolio pesante per le raffinerie del Golfo dalla Russia, per ridurre la loro dipendenza da Pechino
Questa la narrazione degli analisti occidentali, quelli stessi che da anni preconizzano il crollo economico della Russia invece quelli russi hanno opinioni contrastanti sulla possibilità che la Cina trasferisca le sue merci in Russia per attutire l’impatto dei dazi americani.
Sofia Donets, capo economista di T-Investments, ha dichiarato all’agenzia di stampa russa RBC: “Ciò che in precedenza ci aveva spinto al riavvicinamento con la Cina sotto forma di sanzioni geopolitiche sta ora ritrovando nuova linfa. La spirale delle guerre commerciali ci spinge ancora di più l’uno nelle braccia dell’altro. Non abbiamo certo perso al primo turno”. Quindi la relazione si è trasformata “in una competizione effettiva, poiché entrambe le parti stanno rafforzando il coordinamento commerciale e valutario”.
Altro aspetto importante è il sempre maggiore uso dello yuan, la valuta cinese, da parte della Russia rispetto a dollaro ed euro. Nella borsa di Mosca gli scambi in yuan sono oggi un terzo del totale. A dicembre scorso, il 35,8% dell’export russo è stato pagato in yuan, insieme al 37% dell’import.
Altri analisti sono più cauti e non prevedono un aumento significativo delle esportazioni verso la Russia o specificamente verso i paesi BRICS dalla Cina . Ne sarebbe una prova l’eccesso di offerta, la scarsa attività dei consumatori e la forte concorrenza nel mercato automobilistico che minacciano di ridurre il numero di marchi cinesi presenti nella Federazione Russa.
aggiornamento dazi ore 13.28
