Esteri

La sentenza su Marine Le Pen: il sovranismo europeo attacca Bruxelles, ma il vero tema è lo Stato di diritto

di Viola Scipioni

«Nessuno che creda davvero nella democrazia può gioire di una sentenza che colpisce il leader di un grande partito, privando milioni di cittadini della loro rappresentanza». Le parole di Giorgia Meloni, nel commentare la decisione della magistratura francese che ha escluso Marine Le Pen dalla corsa all’Eliseo del 2027, riflettono una strategia di equilibrio: la Presidente del Consiglio si dice rammaricata per le conseguenze politiche della sentenza, ma evita toni eccessivi e soprattutto il linguaggio più acceso dei suoi alleati sovranisti.

Il Vicepremier Matteo Salvini, invece, non ha esitato a definire la sentenza una «dichiarazione di guerra a Bruxelles», sposando la narrazione della destra estrema che vede nell’Unione Europea un presunto complotto ai danni della leader del Rassemblement National. Un’interpretazione sostenuta anche dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha paragonato la vicenda di Le Pen agli attacchi giudiziari subiti da lui stesso in patria.

Ma il punto centrale della questione non è la presunta guerra tra politica e magistratura, bensì la necessità di applicare la legge. La condanna di Le Pen per appropriazione indebita di fondi pubblici segue lo stesso principio che in passato – con minore frequenza e severità – ha portato all’incriminazione di altri politici per finanziamenti illeciti. “L’errore di oggi non è punire, era ieri lasciar correre”, si potrebbe dire. Per anni, reati finanziari commessi nell’ambito politico sono stati tollerati o ignorati. Oggi, finalmente, si applicano regole che garantiscono trasparenza e legalità.

In Italia, casi di finanziamenti illeciti non sono mancati. La Lega di Matteo Salvini ha ricevuto fondi dalla Russia in modo mai del tutto chiaro, mentre Silvio Berlusconi ha mantenuto per decenni rapporti con ambienti mafiosi senza subire reali conseguenze giudiziarie. Lo stesso vale per altri scandali europei, come quello che ha coinvolto l’ex europarlamentare rumeno Georgescu, accusato di ricevere denaro non tracciato per finanziare campagne elettorali.

La regolamentazione dei flussi di denaro nella politica non è un ostacolo alla democrazia, ma un suo pilastro. Se l’elezione di un leader politico è espressione della volontà popolare, anche il rispetto delle norme che impediscono finanziamenti illeciti è una forma di tutela democratica. Chi oggi grida al complotto o alla deriva giudiziaria dimentica che la democrazia non è solo il potere del popolo, ma anche il rispetto delle regole che impediscono a poteri occulti, mafie e governi stranieri di alterare i processi elettorali.

Quello che sta avvenendo in Europa non è il divorzio tra Stato di diritto e volontà popolare, ma il tentativo di ricucire uno stratto che per anni ha permesso alla politica di operare al di fuori delle regole. E chi oggi critica l’intervento della magistratura non sta difendendo la democrazia, ma una politica che per troppo tempo ha fatto affidamento su denaro sporco e finanziamenti opachi per conquistare il potere.

L’errore non è la sentenza che punisce Le Pen per l’uso illecito di fondi pubblici, l’errore è aver chiuso gli occhi per anni davanti a queste violazioni. E chi oggi insinua che l’Europa stia soffocando la volontà popolare forse dimentica che le regole democratiche non valgono solo quando conviene ai partiti, ma vanno rispettate sempre. Anche quando colpiscono i propri alleati.

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