Un Antifascista, un Turatiano della prima ora, un Padre della Repubblica, un Politico e un raffinato intellettuale, vittima della “damnatio memoriae”. Proviamo a restituire alla storia un’altra verità.
di Umberto Costi (*)
Senza derogare dalla linea politica di tener fuori il P.C.I. e la destra Neofascista dalle maggioranze di governo, coltivò sempre la speranza di passare dal Centrismo dinamico ad un Centrosinistra allargato al P.S.I., cosa che avverrà nel 1963. Nel con guardò alla possibilità di riunificare i due partiti socialisti sollecitando Nenni, da Presidente della Repubblica, ad una integrale autonomia dai comunisti; obiettivo che si concretizzerà nell’ottobre del 1966. Queste scelte politiche costeranno a Nenni la scissione ad opera del gruppo cosiddetto “Carrista”, che già nel 1956 si era espresso contro la condanna della repressione sovietica della rivolta ungherese . In questo Occidente a inerme e stanco, sull’orlo di un precipizio nichilistico, cosa può restare dell’eredità politica, ideale e culturale di Giuseppe Saragat? Cosa può attirare l’incantata e sognante spiritu alità di un giovane di sinistra se non il sentirsi socialista? E ciò specialmente da quando il socialismo scientifico o il suo derivato comunista ha svelato in modo irreversibile i suoi crimini e i suoi inganni? Lasciamo a Giuseppe Saragat l’onere e l’onore della risposta, vale a dire all’uomo studioso di filosofia e affascinato dalla poesia di Wolfgang Goethe e di Eugenio Montale, all’uomo di altissimo rango culturale che considerò l’attività politica nei termini di una missione religiosa :”Essere socialista vuol dire aver trovato la via della comunione con i nostri simili … aver riconciliato nel proprio spirito libertà e giustizia … creare intorno a sé e in sé una zona di umanità, che porta nell’implacabile urto del mondo contemporaneo il messaggio e l’annunzio della totale umanità di domani […] E voi fratelli lavoratori di altre fedi che non decifrate queste pagine, non laceratele. Verrà un giorno in cui anche voi le intenderete e sarà quello il gran giorno dell’unità di tutte le forze del lavoro”. C’è in questo lessico non l’indulgenza al grido che sollecita l’applauso, bensì la riflessione sommessa e profonda del profeta compreso in una missione spirituale che sfida il tempo e guarda oltre l’orizzonte. Questa, a tal proposito, l’opinione di Alcide De Gasperi: “Saragat non crede, ma ha il senso religioso della vita”. Di altrettanto tenore è il giudizio di Antonio Casanova: “L’esercizio dell’intellettuale a Saragat apparve sempre legato ad una funzione missionaria”. La cultura italiana, in buona parte egemonizzata dal P.C.I., non gli accordò mai spazi che andassero oltre qualche briciola di un’ordinaria se non addirittura rozza reputazione. Né lui si adoperò per ricucire rapporti con ambienti che a suo tempo si erano prosternati davanti al fascismo. Ai suoi funerali grandi assenti furono le masse, quelle che tanto aveva amato non con il tratto dell’imbonitore demagogo in caccia di consensi, ma con la tempra morale di chi fa delle lunghe e difficili verità e con la disponibilità al sacrificio un principio di vita. Il crollo del comunismo, infatti, gli darà ragione ma giungerà due anni dopo la sua morte, quando ormai stava per sorgere tutta un’altra Italia con le analisi saragattiane destinate a farsi storia: il P.C.I. con la svolta della “Bolognina” di Achille Occhetto avrebbe chiuso l’epoca del comunismo italiano, decretando addirittura la scomparsa della parola comunismo dal lessico politico italiano, quasi questa fosse coperta da un’onta di vergogna irreversibile. Il socialismo democratico, però, senza il suo fondatore si sarebbe disperso in “disiecta membra” che ancora oggi faticano a trovare la strada di una sia pur modesta unità. Il vecchio leone, impavido guerriero di esaltanti battaglie, tutte condotte sotto la bandiera di principi morali e ideali, malgrado il carisma in cui era avvolto, si era trovato per ben tre volte ad essere minoranza nel partito da lui fondato. Questa citazione non è gratuita: c’è in essa una delle libertà proprie dell’umanesimo socialista, quella che integra l’assoluto diritto a dissentire da parte delle minoranze, nonché quello di organizzarsi per diventare maggioranza. Questo valore era stato cancellato da Stalin sia nel Senior Covent del Komintern sia negli organi del P.C.U.S. Si trattò di una degenerazione, i cui effetti nefasti e criminali furono il ricorso sistematico della polizia politica alle torture e alle condanne a morte degli stessi comunisti dissidenti. Togliatti, allora in Russia, avallò il metodo staliniano nonostante Gramsci, in quanto segretario del partito comunista, lo avesse diffidato recapitandogli una lettera perentoria dall’Italia. Nella sostanza Gramsci, pur approvando la linea politica di Stalin, esprimeva la condanna verso ogni epurazione della dissidenza trozkista, pena l’imbarbarimento -che poi ci fu- della lotta politica interna al P.C.U.S. Questo grande pensatore riteneva giustamente che tali metodi annullassero l’essenza stessa del socialismo. In sintesi accusava gli Stati comunisti di costringere con la “tortura l’innocenza a professarsi colpevole”.Quella di Saragat fu una laicità protesa a pensare oltre, vale a dire che non si esauriva in sé stessa. Negli ultimi anni aveva preso a coltivare specifiche letture Crociane, riuscendo ad intrecciarle con molte delle opere di Wolfgang Goethe, particolarmente con il “Faust”. Per quanto riguarda la filosofia del Croce, ne apprezza le teorizzazioni sull’attività morale così come sottolineate nella sua “Storia come pensiero ed azione”. Antonio Casanova nel 1991 ritenne che Saragat vi avesse identificato la sintesi tra il senso goethiano della vita con quello cristiano. Questo senso religioso più ancora si avvertirebbe laddove Benedetto Croce nel riferirsi alla polemica antichiesastica esalta la figura storica di Gesù e si sofferma sulle palinodie di Goethe e di Carducci. A questo proposito il Casanova si avvale pure di Jacopo Burckhardt per individuare in modo più ravvicinato il senso religioso di Saragat: “Noi avemmo tutto … ma non eravamo felici perché noi non eravamo buoni”. Si tratta qui della scoperta della bontà che, stando al Casanova, consentirà a Saragat la “definitiva assunzione dell’etica cristiana” unitamente al permanere della “concezione laica della funzione dello Stato”. Avanti con gli anni, superato ormai il marxismo dai partiti dell’Internazionale Socialista con la dichiarazione nel 1951 a Francoforte, e più ancora dal Congresso della SPD a Bad Godesberg nel 1959, egli rifletteva ancora e con forza nei valori inalienabili della democrazia, della libertà e della giustizia sociale. In una ultima intervista rilasciata a Gianni Bisiach che gli chiedeva le sue previsioni politiche per il futuro dell’Italia, Giuseppe Saragat rispondeva:” La semplificazione dello scenario politico con due grandi partiti: uno della sinistra democratica, l’altro ancorato ad una visione democratica di centro. L’ipotesi non si è avverata, ma esiste tanto tempo davanti all’Italia che non si può escludere che ciò, nella sinistra, non accada. In fondo, il fatto che periodicamente ci si trovi tutti gli eredi della sinistra storica a commemorare Matteotti e a riferirsi a Turati come ad un nume tutelare è un segnale che lascia bene sperare per il futuro.
(*) Segretario Nazionale di Socialdemocrazia SD
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