di Giuliano Longo (*)
Nel villaggio di Colbasna, sulle rive del Dnestr in Moldovia, giace un arsenale ex sovietico di ventiduemila tonnellate di munizioni.
Nessuna delle due parti vi ha accesso regolare. La Russia è separata dal deposito da quattrocento chilometri di territorio ucraino e dal Mar Nero, che non è più suo territorio da quattro anni; la Moldavia è separata da un contingente operativo di truppe russe che presidia il deposito; osservatori internazionali non vi si recano dai primi anni 2000.
Così queste 22mila tonnellate restano nel Limbo. Ed è proprio in questo contesto che Mosca ha compiuto due passi significativi nelle due settimane di maggio 2026.
I due decreti del Cremlino
Il 15 maggio Putin, con un decreto su una procedura semplificata, ha confermato di cittadinanza russa per i residenti della Transnistria, regione separatista filo russa della Moldovia. Il 25 maggio è stata approvata una legge che autorizza l’uso delle Forze Armate all’estero per proteggere i cittadini russi; fra I quali, ipoteticamente, I Transnistriani.
Queste disposizioni richiamano la situazione del 2014 in Crimea: prima viene semplificato il rilascio dei passaporti, poi vengono ampliati i presupposti legali per l’uso della forza all’estero a protezione dei cittadini, ma per ora il parallelismo riguarda solo i documenti, niente di più. La regione moldava della Transnistria conta circa 470 abitanti, di cui, secondo diverse stime, 220 mila possiedono già la cittadinanza russa. In seguito al decreto di maggio, questa percentuale aumenterà rapidamente.
Il decreto incrementerà il numero dei cittadini, ma non la capacità di proteggerli
Tra il punto più vicino dell’esercito russo e il confine di quella Regione si trova la regione di Odessa, lungo la quale corre la linea del fronte. Secondo fonti aperte, il controllo operativo sulle acque del Mar Nero è limitato per la parte russa e le acque sono contese da motovedette ucraine e missili antinave costieri e mezzi di ricognizione aerea occidentali.
La task force russa in Transnistria – approvata internazioalmente come forza di pace dal 1992 – conta 1.500 uomini, 100 ufficiali e molti soldati locali reclutati a contratto. A causa di difficoltà logistiche negli ultimi quattro anni, il rifornimento diretto dalla Russia è stato problematico e il suo rafforzamento nell’attuale contesto geografico è fuori discussione.
Il cappio moldavo
La tensione in Transnistria non proviene solo da Mosca ma dal governo di Chișinău – capitale della Moldovia.
Dall’inizio del 2025, la Transnistria è priva di gas russo: il transito attraverso l’Ucraina è stato sospeso e la Moldavia si è rifiutata di riconoscere i debiti di Tiraspol nei confronti di Gazprom, mentre le forniture alternative vanno solamente alla Moldovia.Chișinău ha inasprito il proprio regime doganale: le esportazioni dalla Transnistria verso l’UE sono possibili solo con certificati moldavi e le operazioni bancarie sono limitate. A Tiraspol, capitale della regione separatista , è stata indetta una raccolta fondi pubblica per il pagamento degli stipendi di insegnanti, medici e operatori degli asili nido. La linea della presidente moldava Maia Sandu può risolvere il problema in due modi. O la Transnistria collassa economicamente e ritorna al quadro giuridico moldavo alle condizioni della presidente filoucraina e filoeuropea, senza la presenza dei russi e sotto la bandiera dell’UE.
Oppure Mosca, in vista di un collasso della regione, può reagire con la forza, nel qual caso Chișinău otterrà ciò che attualmente le manca: lo status di “vittima dell’aggressione russa” e un’adesione accelerata all’Unione e alla copertura militare uropea. Un terzo scnario, con lo status quo, è impossibile.
I documenti di maggio sono la scommessa di Putin?
A cosa servono dunque questi decreti e queste leggi se l’attuazione di un’azione coercitiva è fisicamente quasi impossibile? Pare proprio una scommessa.
Al tavolo delle eventuali trattative per la soluzione del conflitto ucraino,la Russia sta calando carte aggiuntive. Il decreto sulla cittadinanza in Transinistria. Una legge sull’uso della forza. E poi ci sono le esercitazioni del 19-21 maggio con armi nucleari non strategiche in Bielorussia,
Anche se ormai europei e ucraini sono convinti che la Russia sia giunta a un collasso senza ritorno. esercitazioni di questa portata non si preparano in una settimana, e il fatto che siano cadute in concomitanza con I sue decreti qui riportati sembra, logicamente, più una deliberata che casuale.
Anzi, questi documenti in se possono anche non significare nulla, ma nell’attuale contesto della guerra in Ucraina indicano che gli eventuali accordi pace andranno oltre il confine ucraino, ma a tutto ciò che Mosca considera come la sua sfera d’influenza. Soprattutto se oltre a Kiev gli interlocutori saranno europei e americani. La Transinistria un tassello della strategia d’influenza russa post sovietica
Date le circostanze complessive – geografiche, logistiche e politico-militari – un vero e proprio attacco russo sembra improbabile e difficile da attuare, ma renderlo ipoteticamente possibile potrebbe far maturare la convinzione in Europa che tutto è possibile anche in Transnistria.
Una consapevolezza che potrebbe far aumentare il prezzo delle concessioni altrove.
In sostanza il quadro delle trattative si estenderebbe ..I conflitti congelati nell’ex Unione Sovietica hanno una loro logica a lungo termine, che si presta a una metafora medica: “ferita che potrebbe riaprirsi“.
Il Karabakh per tre decenni, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud per due, il Donbass per sette anni, fino al 2022, la Transnistria per trentaquattro anni, vengono periodicamente regolati, prima in una direzione, poi nell’altra, e ogni giro di manopola non indica un passo verso la guerra, bensì un cambiamento nel prezzo per qualcos’altro.
La guerra scoppia quando l’equilibrio si rompe e una delle parti decide che il prezzo per mantenere lo status quo è diventato superiore al prezzo per romperlo. Nel Donbass, la situazione è entrata in una fase di guerra aperta nel 2022. In Transnistria, ciò non è ancora accaduto. Se Mosca non ne ha le capacità fisiche non le ha nemmeno la filoucraiana Moldovia – per la quale il collasso è più vantaggioso della guerra – ma nemmeno Kiev per la quale l’apertura di un secondo fronte significherebbe una catastrofe.
Il rischio di guerra non si elimina ma il prezzo può essere alzato
Ciò non elimina il rischio del conflitto, ma non c’è dubbio che I due documenti di Mosca adombrano un linguaggio “costoso”, alzando il prezzo da pagare per discutere dello spazio post-sovietico, finché Washington e Bruxelles non ne prenderanno atto. Il magazzino di Kolbasna non è scomparso. È ancora lì, nelle stesse quantità che nessuno sapeva come smaltire nemmeno trent’anni fa. L’ultimo inventario più o meno attendibile risale al 2004, sotto la supervisione degli osservatori dell’OSCE.
Quindi quelle ventiduemila tonnellate si basano su una ricostruzione e documenti di vent’anni fa, che andrebbe corretta per il naturale deterioramento delle armi e dei proiettili, con rischi non indifferenti per l’ambiente e le popolazioni, ma la diffidenza fra le parti e il continuo richiamo europeo baltico tedesco ed alla prossima inevitabile invasione russa, congelano una situazione strettamente connessa alla soluzione del nodo ucraino.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
