Esteri

La Wagner se ne va dal Mali, ma non i russi che in Africa ci restano

di Giuliano Longo (*)

Un mese fa, il comando delle PMC Wagner in Mali ha annunciato il completamento della sua missione, dopo che ai “musicisti” erano state concesse altre tre settimane per completare il loro mandato.

Alla fine della loro missione stata rilasciata una dichiarazione che riassumeva la missione. nella quale i “musicisti” si attribuivano il merito di aver riconquistato tutti i centri distrettuali di Bamako, di aver riarmato e addestrato l’esercito maliano dopo aver creato un efficace sistema antiterrorismo.

Dalle notizie in nostro possesso risulta che sono già stati sostituiti da un contingente dell’Africa Corps del Ministero della Difesa russo. Questa unità è stata creata con lo scopo dichiarato di proteggere gli interessi militari ed economici russi e per supportare la cooperazione tecnico-militare con gli stati africani.

All’interno del Ministero della Difesa il Corpo d’Armata è supervisionato dal viceministro Beloussov e al comando colonnello generale Yunus-Bek Yevkurov, ma si ipotizza che il Corpo sia di fatto comandato – dal suo quartier generale ad Algeri – dal generale Surovikin, caduto in disgrazia dopo il tentato golpe del defunto Prigozin del giugno 2023.

Formalmente, questa unità militare – senza precedenti in Russia in termini di missione e status – è esente dalla principale controversia che ha riguardato le attività del Gruppo Wagner anche se al momento ogni scenario furo è possibile in Mali.

La vera garanzia rimane la miniera d’oro di Intahaka nella regione di Gao – che l'”Orchestra” aveva sottratto ai jihadisti con grande profitto per Prigozhin – ora ancora di grande interesse per tutti.

Una fra le tante ragioni per le quali Mosca e Bamako hanno già firmato un accordo è la quinquennale fornitura di armi ed equipaggiamento, riparazioni e formazione del personale con un contratto che potrà essere prorogato.

.Una situazione simile – attacchi di ribelli e terroristi, guerre civili e l’impotenza del governo centrale, uniti alle risorse naturali – si osserva anche in Burkina Faso, nella Repubblica Centrafricana e in Niger, dove l’Afrika Korps ha già sostituito il Gruppo Wagner.

Merita una menzione la Libia, dove il Cremlino ha interessi significativi, così come gli organi di comando regionali dell’Afrika Korps.

In Libia, l’esercito russo sta progettando di istituire una base logistica per la task force permanente della Marina russa nel Mediterraneo, nonché di realizzare diversi aeroporti per il transito di merci in profondità nell’Africa.

A giudicare dal suo approccio, dagli sforzi organizzativi e dalle dimensioni, la leadership russa intende rimanere in Africa a lungo termine, ma il ritiro della Wagner è solo un tassello della strategia russa in Africa.

 

Nel 2026 Mosca ha consolidato la sua presenza con un approccio ibrido che unisce accordi militari (cooperazione con 46 paesi e contratti per 4 miliardi di dollari) a una forte influenza politica, approccio che culminerà con terzo vertice Russia-Africa previsto, ad alto livello in un paese africano.

 

La sua strategia si basa su un mix di presenza militare, controllo di risorse minerarie (oro, diamanti) e controllo dell’informazione, specialmente in aree instabili come il Sahel.  Attraverso i BRICS e la New Development Bank, la Russia promuove l’uso di valute locali per ridurre la dipendenza dai canali finanziari occidentali.

Per contro, nel nuovo documento strategia di sicurezza nazionale USA, l’Africa è appena menzionata verso la fine e viene riconosciuta   solo come forza di mercato e terreno di negoziato, ma non come soggetto politico autonomo.

Inoltre per l’Africa subsahariana, dove la Russia è presente ormai da anni, il documento di sicurezza nazionale USA identifica nel “settore energetico e nello sviluppo di minerali critici” il principale campo di investimento immediato, senza alcun riferimento alla presenza militare.

Profondamente radicata nel continente è la presenza della Cina con le sue infrastrutture e il suo controllo su molte filiere di approvvigionamento non hanno rivali tra gli altri paesi del mondo.

Il documento USA ammette implicitamente il ritardo americano, notando come la Cina si sia rafforzata nelle catene di approvvigionamento non solo in Africa, ma in tutte le economie a basso e medio reddito, definite “tra i più grandi campi di battaglia economici dei prossimi decenni”, ma non fa cenno alla presenza militare, almeno per ora, eccettuata l’intervento di Trump in Nigeria a favore dei cristiani e contro gruppi Jihadisti.

L’Europa invece deve “camminare sulle sue stesse gambe” anche in Africa, ponendosi come appendice strategica per tutta l’area mediterranea nord africana e mediorientale, ma nonostante il “il piano Mattei” di Giorgia Meloni, la vera novità per l’Europa e che la Francia arretra in tutto il continente, fiore all’occhiello del suo colonialismo.

In ogni caso non è escluso che il continente africano possa diventare moneta di scambio tra Washington e Pechino per limitare la presenza di altre mezze-potenze ingombranti sia per gli USA che per la Cina, ma la Russia è fra queste oppure gioca alla pari sulla stesso tavolo?

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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