Esteri

La sfida di Pedro Sánchez: riarmo morale e tutela dei giovani

di Alessandro Bonifazi (*)

 

«Lasciamo che i tecno-oligarchi abbaino: significa che stiamo andando nella direzione giusta», ha dichiarato il presidente spagnolo Pedro Sánchez.

 

Settimana importante, quella appena trascorsa, per il primo ministro spagnolo. Nella giornata di San Valentino, durante la prestigiosa conferenza sulla sicurezza di Monaco, il suo intervento ha affrontato un ventaglio di temi significativi. Dalla difesa europea alle relazioni transatlantiche, fino ai “Puntos focales” del momento: la risposta geopolitica del «riarmo morale», a discapito di quello nucleare e l’influenza globale delle piattaforme digitali. Con annessa loro regolamentazione democratica.

 

Quest’ultimo un vero e proprio “cavallo di battaglia” per il madrileno, che già al World governments summit di Dubai, aveva annunciato un pacchetto di riforme legislative mirate proprio ad arginare il fenomeno. La proposta? Vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e, conseguentemente, introdurre meccanismi di responsabilità legale per i dirigenti delle piattaforme nel caso di omessa rimozione di contenuti illegali, o d’odio.

 

Lo scontro con Musk

«Se io vado in un ristorante e un cameriere mi serve del cibo avvelenato, il responsabile non è solo il cameriere, ma anche il proprietario del ristorante. Perché nel mondo digitale dovrebbe essere diverso?». Con questa metafora il presidente spagnolo esprime i suoi dubbi sulla governance digitale. Le reti sociali sono diventate un vero e proprio «stato fallito» dove «le leggi sono ignorate e i crimini vengono tollerati», specialmente nei confronti delle generazioni più giovani.

 

Pronta la risposta del magnate Elon Musk, definendo Sánchez un «tiranno», additandolo di essere finanche un «fascista totalitario». Il tutto sulla sua piattaforma X. Questo scambio rappresenta il fulcro di un conflitto più profondo sul ruolo delle grandi aziende digitali nella vita democratica. Considerevole il loro potere di regolare le piattaforme che modellano l’informazione, le relazioni sociali fino ad arrivare a ciò che preoccupa maggiormente Sánchez: la salute mentale dei giovani.

 

Lo scontro ideologico resta quello tra spinta regolatoria e visione liberale del digitale. Anche il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha messo in guardia dal rischio che alcune misure, pianificate per aumentare la sicurezza online, finiscano per trasformarsi in strumenti di controllo pervasivo, capaci di comprimere la libertà di espressione e di indebolire la tutela della privacy degli utenti.

 

Battaglia, questa, che il primo ministro spagnolo sta elevando non solo a questione identitaria, bensì a missione contemporanea del socialismo mondiale. Per comprendere appieno le sue scelte è necessario, tuttavia, risalire alle radici della sua esperienza personale e accademica.

 

Una biografia che intreccia aspirazioni idealistiche, momenti di difficoltà e crisi personale, superati però grazie a una innata capacità di trasformare ostacoli in trampolini di lancio. Tratto, quest’ultimo, che ha definito la sua traiettoria fino alla guida del Governo spagnolo.

 

Chi è Pedro Sánchez?

Pedro Sánchez Pérez-Castejón nasce a Madrid il 29 febbraio 1972, in un contesto familiare semplice e lontano dai privilegi. Il padre è impiegato nel settore industriale, la madre lavora in banca: una casa in cui l’idea che lo studio potesse essere un ascensore sociale e che il progresso fosse un obiettivo collettivo.

 

Da adolescente, Sánchez matura presto un’attenzione marcata per la storia e per le scienze sociali, alimentata da una genuina curiosità verso i meccanismi che muovono la politica, l’economia e le trasformazioni della società.

 

Negli anni del liceo, Sánchez inizia a muoversi dentro spazi di partecipazione giovanile e discussione politica, frequentando ambienti dove il confronto sulle idee era pilastro della quotidianità. Proprio qui si consolida un tratto che resterà centrale nella sua identità pubblica: una visione del potere come mediazione, non imposizione, e un’idea della politica come strumento mirato a correggere pragmaticamente gli squilibri sociali.

 

Non è un dettaglio marginale. Quel periodo coincide con una Spagna che sta ancora metabolizzando la transizione democratica e la modernizzazione europea. Palestra di vita: Sánchez matura una sensibilità della quale gioverà più avanti, quando dovrà gestire un Paese complicato, attraversato da polarizzazione e tensioni territoriali.

 

Prende forma in quegli anni il suo profilo: un leader che cerca legittimazione nella capacità di “stare dentro la società” e capirne le fratture grazie a competenza e preparazione.

 

Formazione accademica ed esordio politico

La carriera universitaria di Sánchez è ricca e completa. Dopo la laurea in Economia all’Università Complutense di Madrid, sceglie di rafforzare la propria preparazione con ulteriori studi, orientandosi verso l’economia applicata e l’analisi delle politiche pubbliche. Sviluppa qui la comprensione degli strumenti tecnici per leggere dati, disuguaglianze, mercato del lavoro e welfare.

 

Ma la sua formazione non resta confinata nelle università spagnole. Lo studio viene integrato con esperienze internazionali, che lo aiuteranno a costruire un’identità di leader europeista, impavido nei confronti della complessità burocratico–istituzionale, capace di muoversi in spazi multilaterali, navigando tra interessi nazionali e vincoli comunitari.

 

Sánchez entra nella politica attiva nei primi anni Novanta, scegliendo di aderire al PSOE in un momento in cui il socialismo spagnolo attraversava una forte tensione, diviso fra modernizzazione economica, costruzione europea, tutela del welfare. Inizia dal basso, maturando esperienza con incarichi organizzativi e ruoli locali dove ha la possibilità di mettere a frutto quanto appreso negli anni della formazione: la gestione del consenso sul territorio, l’ascolto delle istanze sociali più fragili e, cruciale, la costruzione di relazioni stabili con l’elettorato.

 

Il passaggio alla dimensione nazionale arriva con l’elezione al Congresso dei deputati, dove spicca per l’adozione di una comunicazione efficace. Si distingue per la capacità di reggere il confronto parlamentare con i rivali politici, ponendosi portavoce di un nuovo modello politico centrato su giustizia sociale e diritti civili.

 

In questo palcoscenico comincia a emergere la tendenza a coniugare retorica progressista e linguaggio istituzionale. Obiettivo? parlare non solo alla base del partito, ma a un’opinione pubblica più ampia, promuovendo l’intervento pubblico nei settori considerati strategici, come sanità, istruzione e mercato del lavoro. Quest’ultimo particolarmente sensibile come tema, al netto delle allarmanti percentuali inerenti alla disoccupazione della Spagna nel quadro comunitario.

 

Prove di resilienza

Un passaggio decisivo nella traiettoria di Pedro Sánchez è la frattura del 2016, quando perde la leadership del PSOE a seguito di significative divisioni intestine. Da una parte, l’area più moderata e istituzionale; dall’altra, il blocco più progressista che vedeva nella crisi del socialismo europeo l’occasione per ricostruire un’identità più netta e meno subalterna.

 

Sánchez sembrò un leader finito, bruciato dalla macchina del partito. Eppure, quella sconfitta, si trasforma nel nucleo stesso della sua narrazione politica. Sánchez non scompare. Costruisce, invece, un ritorno ai limiti della rivincita personale. Operazione politica sofisticata: riparte dal basso, come abituato a fare, e sceglie di ignorare la retorica degli slogan, adottando un approccio maturo che gli permette di interpretare il malessere sociale “a modo suo”.

 

Pedro SánchezI frutti del suo lavoro vengono raccolti nel 2017, quando riconquista la segreteria. Rientra al comando con un mandato implicito: ricostruire una socialdemocrazia spagnola capace di reggere la competizione con i populismi, con la destra tradizionale e con l’onda crescente della destra radicale. La scalata alla presidenza del Governo è scandita da un misto di riformismo sociale, europeismo pragmatico e da una capacità tattica spiccata di una gestione chirurgica degli equilibri politici.

 

E quando, nel 2019, Sánchez riesce a ottenere la maggioranza relativa e a costruire un Governo di coalizione con Unidas Podemos, la portata del passaggio è storica: per la prima volta nella Spagna democratica recente si consolida un esecutivo progressista di coalizione a livello nazionale.

 

Quella coalizione nasce come un laboratorio, uno dei tentativi più ambiziosi di rilanciare la socialdemocrazia in chiave contemporanea, puntando su welfare, lavoro, salari, diritti e protezione sociale, allontanando lo spettro del collasso delle istituzioni.

 

Il pensiero politico

Nel suo modo di pensare la politica, ciò che maggiormente definisce Pedro Sánchez è la sua capacità di tenere insieme due registri sovente in contraddizione: da un lato la retorica della giustizia sociale e dei diritti; dall’altro il senso della realpolitik governativa.

 

Sánchez non si comporta come un ideologo. Non insegue una dottrina rigida. Il suo pensiero si fonda su una socialdemocrazia di Governo pragmatica che punta a rafforzare il welfare, ridurre la precarietà, consolidare i diritti civili senza porre nell’oblio quelli sociali.

 

Ambisce a una sovranità democratica dove lo Stato protegge i cittadini e, soprattutto, i soggetti più vulnerabili come i lavoratori precari, le famiglie, ma soprattutto i giovani, specialmente dalle conseguenze del capitalismo. Il tutto senza rompere con l’architettura economica europea, per giungere a una trasformazione progressiva dentro i vincoli esistenti.

 

Il primo ministro spagnolo interpreta la politica come gestione della complessità. In un sistema frammentato, dove il consenso non è mai garantito e la mediazione diventa parte integrante del potere. Da qui la sua capacità di costruire alleanze difficili, mantenere stabilità istituzionale e rimanere competitivo anche in contesti di forte polarizzazione.

 

Le riforme chiave

Dal 2018 in poi, i Governi Sánchez hanno portato alla luce cicli riformisti intensi:

 

Lavoro, salari e welfare

Cuore della strategia è stato l’aumento del salario minimo interprofessionale, cresciuto in modo marcato in pochi anni. Il presidente, grazie a questa linea, ha cercato di tracciare una cesura rispetto alla fase precedente.

 

Parallelamente, l’esecutivo ha portato avanti una riforma del lavoro che ha rivisitato alcuni dispositivi introdotti nel 2012 dai Governi conservatori, intervenendo sia sulla contrattazione collettiva che sui rapporti tra contratti aziendali e di settore. Tentativo, questo, di rafforzare il ruolo dello Stato come garante più solido nei rapporti tra imprese e lavoro.

 

Sul piano del Welfare, l’introduzione dell’Ingreso mínimo vital ha rappresentato una svolta di sistema: un reddito minimo statale destinato alle famiglie in maggiore difficoltà, pensato per ridurre la povertà strutturale e non solo per tamponare emergenze temporanee.

 

Politiche sociali: sanità, salute mentale, famiglie

Altro pilastro il tentativo di ricostruire, in particolar modo nel post–pandemia, una narrativa di “cura pubblica” come funzione centrale dello Stato. I piani sulla salute mentale, il rafforzamento della sanità pubblica, così come l’aumento dei posti di formazione specialistica miravano a rendere il welfare uno strumento moderno per affrontare le allora nuove fragilità.

 

Allo stesso tempo, altre misure sono state indirizzate verso famiglie e giovani: congedi parentali più ampi, strumenti di sostegno e un linguaggio politico che insiste sul dovere di proteggere le generazioni future. È anche in questo quadro che va letta la proposta di limitare l’accesso ai social agli under 16, che considera i giovani un terreno prioritario di intervento pubblico.

 

Trasporti, energia e misure anti-crisi

Un capitolo spesso meno raccontato, ma politicamente decisivo, riguarda l’insieme delle misure anti–crisi adottate negli anni di maggiore instabilità: incentivi al trasporto pubblico, abbonamenti ferroviari gratuiti o ridotti, interventi sul caro-energia e tagli dell’Iva su beni considerati essenziali.

 

In questo ambito, Sánchez ha costruito un modello che ricorda un “Governo–scudo”: qui, lo Stato interviene tanto per regolare, quanto per proteggere la società dagli shock esterni, nonché agli effetti indiretti delle crisi geopolitiche globali.

 

Queste politiche hanno avuto anche un valore interno sovente sottovalutato: rafforzare la coesione tra aree centrali e periferiche, tra Metropoli e Regioni, riducendo il rischio che la pressione economica si trasformi automaticamente in rabbia politica e quindi in consenso per la destra radicale.

 

La crisi catalana

Il dossier più sensibile resta, tuttavia, quello catalano. Qui Sánchez ha scelto una strategia di progressiva normalizzazione politica. Il passaggio più controverso è stato la legge di amnistia legata agli eventi del 2017, cioè alla stagione del referendum indipendentista del 1° ottobre, alla successiva dichiarazione unilaterale di indipendenza, all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione e alla lunga fase di processi, condanne ed esilio di alcuni leader separatisti.

 

Per il Governo, l’obiettivo era chiudere una ferita istituzionale che continuava a paralizzare la politica nazionale, irrigidendo i rapporti tra Madrid e Barcellona; per l’opposizione, invece, l’amnistia è stata presentata come una concessione opportunistica, utile a garantire sostegno parlamentare.

 

Per Sánchez, in un sistema frammentato, la stabilità nazionale richiede compromessi forti e a tratti impopolari. Il conflitto catalano doveva essere disinnescato sul terreno politico.

 

L’azzardo delle elezioni anticipate

Tra gli episodi più rappresentativi del suo stile rientrala decisione di convocare elezioni anticipate nel 2023. Azzardo calcolato che gli ha permesso di trasformare una fase di logoramento in una nuova legittimazione politica, ribaltando il quadro prima che la narrazione dell’opposizione diventasse irreversibile.

 

La scelta si è rivelata efficace. In quel momento, infatti, la destra spagnola appariva sempre più condizionata dalla presenza di Vox, il partito nazionalista radicale guidato da Santiago Abascal, costruito su un’agenda identitaria, centralista e fortemente polarizzante. Vox era riuscito a occupare lo spazio della protesta e della reazione culturale, ma proprio questa impostazione ha mostrato limiti evidenti nel passaggio dalla propaganda alla credibilità di Governo: comunicazione aggressiva, spesso emotiva, efficace per mobilitare, ma meno solida quando si trattava di convincere elettori moderati o indecisi.

 

Pedro SánchezSánchez ha letto questa fragilità con lucidità. Convocando elezioni anticipate, ha trasformato la campagna in un referendum implicito su un rischio politico preciso: la normalizzazione dell’estrema destra come alleato strutturale della destra tradizionale. Una prova di analisi politica nel momento in cui molti credevano che l’esito fosse già scritto.

 

L’uomo, oltre il politico

Spoglio del colore politico, rimane la persona. E il presidente spagnolo offre una gamma di episodi non istituzionali che lasciano trasparire il suo essere “sui generis”. Si tratta di scelte che valicano i protocolli, in genere per semplificare la vita delle persone, come quella di permettere di non indossare la cravatta nelle torride ore diurne di lavoro estivo.

 

Fra questi la visita ufficiale in Castiglia–La Mancia, Regione del centro-sud, dove Sánchez si fermò spontaneamente in un mercato locale per parlare con gli ambulanti e i produttori agricoli. In barba ai diktat protocollari, trascorse oltre un’ora ad ascoltare le loro storie, preoccupazioni e progetti per il futuro. Un gesto semplice.

 

Un altro momento significativo: durante una sessione parlamentare infuocata su una riforma sociale, Sánchez, invece di rispondere con una replica pronta, scelse di fermarsi, guardare negli occhi i suoi colleghi di opposizione e chiedere un minuto di silenzio per riflettere sulle conseguenze umane delle decisioni politiche.

 

Questi piccoli aneddoti, per quanto piccoli, aiutano a capire l’unicità di Pedro Sánchez: un leader che ascolta, poi agisce. Ed è proprio la stessa impostazione che adotta oggi nella sua postura internazionale. Finanche nello scontro con i tecnocrati o nella ferma opposizione al riarmo atomico. Egli porta la sua logica fino al punto più sensibile del presente: la convinzione che la democrazia sia destinata all’estinzione se rinuncia a governare gli spazi in cui si formano opinioni, identità e consenso. In fondo, anche qui il metodo è lo stesso: ascoltare il Paese, analizzare i “mala tempora”, e poi decidere.

(*) Eurocomunicazione.org

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