di Dario Rivolta
Due sono i comuni errori di valutazione che i non addetti ai lavori commettono quando osservano il comportamento dei potenti nelle azioni di politica internazionale. Il primo è che i governi (pesi e contrappesi inclusi ove esistenti) siano i veri e unici decisori nel prendere decisioni politiche. Il secondo che tali scelte siano sempre ben ponderate, razionali e lungimiranti. Ovviamente, i meccanismi decisionali sono diversi se presi da uno Stato basato su regole democratiche o da uno autocratico con penchant più o meno dittatoriale.
CHI DECIDE VERAMENTE
Cominciamo dai poteri autocratici. Perfino quando assumono la loro forma estrema di dittatura, colui che appare come un capo solitario e indiscutibile in realtà non è mai così potente e deve sempre fare i conti con i capifila di altri gruppi influenti che lo circondano e che, chi più chi meno, lo condizionano. L’autocrate più abile riesce a mantenere il suo potere fino a che può far sì che, sotto di lui o al suo fianco, ogni vice-potente sia in conflitto con gli altri suoi pari per ingraziarsi il numero uno. Dovrà, quest’ultimo, fare concessioni volta per volta all’uno o all’altro per mantenerne la fedeltà e impedire che possano coalizzarsi contro di lui. È il famoso “divide et impera” di antica memoria.
Nelle democrazie il processo è ancora più complesso. Formalmente esiste la divisione dei poteri che si manifesta nelle varie competenze: il giudiziario, il legislativo e l’esecutivo. Chi conosce la società sa, tuttavia, che ciò non esaurisce il gioco delle forze in campo: esistono altre realtà, non necessariamente istituzionalizzate, che influiscono sulle scelte finali dei governanti. I sindacati dei lavoratori dipendenti e dei datori di lavoro sono solo i più evidenti, ma a loro si aggiungono altre forze meno visibili costituite da varie lobbies portatrici di interessi parziali o settoriali. Inoltre, non va dimenticata l’inaggirabile presenza delle strutture burocratiche che non oseranno mai contrapporsi apertamente al potere ufficiale ma che possono, pur assentendovi formalmente, vanificare, ritardare o annullare nella pratica le decisioni assunte dagli organi superiori. Infine, non va sottovalutata l’opinione pubblica. Ciò vale sia per le democrazie sia per le autocrazie, seppur con risultati e l’uso di strumenti alquanto diversi. Da sempre destinatario della propaganda da parte dei vari gruppi di potere, il sentimento popolare è pur sempre quello che concede sul medio e lungo termine la legittimazione o la delegittimazione di chi comanda. Si badi bene che la cosiddetta opinione pubblica è una cosa complessa e, come dimostrano tanti studi sull’argomento, limitarne l’ambito all’azione dei media è fortemente riduttivo.
Un secondo errore di valutazione che si commette cercando di spiegare o comprendere le scelte fatte dai governanti è perfino più diffuso del primo. Sbagliando, si pensa comunemente che le informazioni, i ragionamenti e le organizzazioni a disposizione dei governi (palesi o segrete che siano) raggiungano un livello di certezza e di efficienza da rendere pressoché impossibile il commettere gravi errori da parte di chi deciderà. Purtroppo non è così e tanti esempi lo dimostrano inequivocabilmente. Non solo perfino i servizi segreti più efficienti non riescono sempre a prevenire i possibili misfatti, ma, a volte, i loro suggerimenti sbagliati sono i maggiori colpevoli di errori gravissimi commessi dai governi cui loro rispondono. Esempi (non esaustivi) ne sono gli avvenimenti dell’11 Settembre 2001 o, più recentemente, la strage compiuta da Hamas in Israele il 7 Ottobre 2023. In entrambi i casi i rispettivi governi non erano stati preavvertiti di ciò che sarebbe successo perché i servizi segreti non avevano saputo scoprire in anticipo ciò che i “nemici” stavano preparando. Un esempio di come i Servizi possano contemporaneamente non possedere le giuste informazioni e dare anche suggerimenti sbagliati al proprio governo lo si è visto nella invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. In quel caso noi non sappiamo se la colpa maggiore fosse dello FSB o del GRU ma nessuno dei due “servizi” seppe comunicare al Cremlino la quantità e il tipo di armi che la NATO aveva già consegnato all’Ucraina. Inoltre, qualcuno di loro rassicurò Mosca che, appena iniziata l’invasione, una ribellione di palazzo avrebbe costretto il governo di Kiev a dimettersi lasciando spazio a chi avrebbe negoziato la resa. Come si è visto si trattava di una pura illusione dovuta a una serie di informazioni mancanti o sbagliate.
GLI ERRORI
OCCIDENTALI
Non che noi Occidentali si stia molto meglio: un esempio eclatante e relativamente recente di scelte non lungimiranti lo si è visto nella decisione americana di attaccare l’Iraq di Saddam Hussein nel 2013. Nel 2001 l’intervento della NATO (convalidato dall’ONU dopo l’invasione irachena del Kuwait) liberò il Paese occupato ma si fermò subito dopo per non mettere a rischio il potere centrale di Bagdad e causare il disfacimento di quello Stato. Nel 2013, questa volta senza l’approvazione dell’Onu e dopo aver inventato ragioni inesistenti, si decise di continuare sino all’eliminazione di Saddam Hussein. Ufficialmente lo si fece per “portare la democrazia” in Medio Oriente. Risultato: l’Iraq è oggi un Paese semi anarchico, quasi fallito, dove i poteri tribali e la corruzione imperano ovunque. Ancora peggio: mentre il nemico dichiarato dall’Occidente era da tempo il confinante Iran, eliminando il suo solo competitor e cioè il potere inizialmente laico del dittatore Hussein si è consegnata tutta quell’area proprio nelle mani di Teheran, che ora vi spadroneggia.
I vari governi europei commettono spesso gli stessi errori, aggravati dal fatto che in molte scelte sono condizionati dai “suggerimenti” che arrivano da oltreoceano. Quando, alla fine degli anni 80, cadde l’Unione Sovietica sembrò la chiusura di un’epoca pericolosa e l’aprirsi di un futuro di pace e di benessere diffuso. Il pericolo dell’invasione comunista dell’Europa libera era svanito. Con la fine della guerra fredda le prospettive sembravano rosee per tutto l’Occidente, tanto è vero che qualcuno pensò perfino che l’esistenza della Nato fosse diventata superflua. Non solo Mosca non rappresentava più il pericoloso nemico, ma la ricchezza di materie prime di ogni genere presenti in Russia e, contemporaneamente, il suo bisogno di know-how e di finanziamenti lasciavano presagire un futuro virtuoso in cui sia noi europei che i russi avremmo tratto solo un mutuo profitto. Per l’Europa salvaguardare l’amicizia con gli Stati Uniti e gli scambi commerciali d’oltreoceano non impediva la possibilità di fungere da ponte virtuoso tra l’occidente e l’Eurasia. Tale soluzione sembrava ancor più necessaria visto che più a est stava crescendo un Paese che i lungimiranti intravedevano come il vero competitor economico e politico per il futuro: la Cina.
Purtroppo, ciò che sembrava una prospettiva ottimale per tutti, noi e gli americani, non rientrava nei piani di qualcuno tra i centri di potere di Washington. Ai loro occhi una Europa senza il timore della potenza di Mosca e della sua potenziale aggressività non avrebbe più sentito il bisogno di stringersi agli Stati Uniti e ciò avrebbe significato la fine, o almeno l’inizio della fine, dell’egemonia americana sul nostro continente. È dall’inizio del Novecento, come sostengono anche vari politologi americani, che la politica estera a stelle e strisce verso l’Europa avesse come principale obiettivo l’impedire che nel nostro continente nascesse un qualunque Stato che potesse insidiare l’egemonia anglo americana. Per evitarlo bisognava assolutamente impedire che la forza economica della Germania si incontrasse positivamente con le potenzialità materiali offerte dalla Russia. La rivoluzione sovietica ridusse temporaneamente quel rischio e la guerra fredda consolidò per circa cinquant’anni l’impossibilità che avvenisse. Tuttavia, caduta l’URSS, negli USA si ricominciò a temere che la Germania (e ora tutta l’Europa) riuscisse ad emanciparsi dalla tutela d’oltreoceano. Inoltre, altri gruppi di potere a stelle e strisce pensavano che non sarebbe stato male ridurre anche la Russia, così grande e così ricca di materie prime, in uno stato di vassallaggio come già lo erano tanti altri paesi nel mondo. Ci provarono. Gruppi finanziari ed energetici americani negli anni novanta godettero della situazione di confusione e dei desideri secessionisti di alcuni di quegli Stati che componevano la Federazione Russa e, ove possibile, vi contribuirono. Occorreva, da un lato, impedire la strada di avvicinamento tra Mosca e le capitali europee e, dall’altro, assicurarsi che il futuro sviluppo russo fosse controllabile da Washington. Il primo atto in questa direzione fu la guerra contro la Serbia, tradizionale alleato/vassallo di Mosca. Pur con la disapprovazione iniziale dell’Onu si coinvolse la Nato (dopo averla trasformata da organizzazione puramente difensiva in portabandiera dell’espansione delle democrazie e dei diritti umani) e si inventò un inesistente genocidio del popolo kossovaro per giustificare i bombardamenti a tappeto su tutte le città e le infrastrutture serbe. In questo caso l’obiettivo auspicato fu presto raggiunto: si inventò lo Stato kossovaro e in quel piccolo Paese fu creata la più grande base militare americana del nostro continente. Il suo nome? Bondsteel. Guarda caso, si trova in una posizione geografica ottimale da dove si può tenere la Russia sotto tiro e, contemporaneamente, stare in Europa senza dover negoziare alcunché con i vari governi europei.
