di Wladymiro Wysocki (*)
Tante sono le lotte in Italia per la sicurezza sul lavoro, per il lavoro sano e sicuro, per un lavoro regolare, per un benessere del lavoratore e il riconoscimento della dignità della persona.
Ad oggi tutto questo resta ancora una utopia.
Eppure l’articolo 41 della nostra Costituzione Italiana, recita testualmente “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Eppure, il caporalato e lavoro nero continuano a restare tra le principali criticità strutturali del mercato del lavoro italiano.
Aumentano i controlli, le normative che puniscono il reato con pene sempre più aspre ma tutto questo non sembra sortire alcun effetto al contrasto di un fenomeno che tende addirittura ad avere una evoluzione anche in forme più sofisticate.
Questa tipologia di lavoro da sempre ha maggiori ripercussioni nell’agricoltura ma non restano esonerati anche altre attività quali l’edilizia, e altri.
Ormai una realtà trasversale che impegna sempre di più controlli e ispezioni.
Rispetto alla geografia nazionale, non esiste un territorio maggiormente diffuso del fenomeno ma coinvolge pienamente ogni singola regione a diversi contesti economici.
La radice profonda che innesca questa modalità malsana di lavoro è data dall’offerta di lavoro a basso costo, da una frammentazione della filiera produttiva, dalla presenza di lavoratori stranieri che arrivano vulnerabili dalle loro condizioni sui quali poter forzare i mancati diritti, dalla scarsità di presenza in alcuni territori di controlli mirati ed efficaci, così come una maggiore competitività tra produttori per una legge del mercato sempre più aggressiva.
A tutto questo, quello che emerge nell’anno in corso è come il fenomeno sia una componente della struttura economica sommersa.
Secondo il report ISTAT del 17 ottobre 2025, in Italia nel 2023, tale economia si aggira attorno a circa 198 miliardi di euro con un aumento di circa 14,9 miliardi rispetto al 2022.
Per dare qualche cifra, il lavoro irregolare si attesta a circa 3 milioni e 132 mila unità, mentre per il caporalato – dove i lavoratori stranieri occupano una posizione rilevante nel nostro mercato – si rappresenta il 10,9% degli occupati.
Ripercussioni che complicano e rallentano il contrasto al fenomeno delle morti e incidenti sul lavoro nel rispetto delle norme vigenti.
E’ il caso del 10 aprile a Palermo, due operai perdono la vita entrambi lavoratori a nero.
Daniluc Tiberti Un Mihai e Najahi Jaleleddine, questi i nomi dei due operai, hanno perso la vita precipitando dal cestello di una gru mentre eseguivano delle lavorazioni al decimo piano di uno stabile.
Un volo di circa 30 metri che non ha lasciato scampo a nessuno dei due.
A Pavia, il 19 aprile, una ispezione dei carabinieri in un centro massaggi vede al termine la sospensione dell’attività economica e una sanzione di 50 mila euro per la presenza di personale a nero.
Fatti che ci lasciano sorpresi, ma anche non tanto, per quanto ci si impegna nella diffusione di una cultura della sicurezza che, a pochi giorni della giornata nazionale della sicurezza sul lavoro – il 28 aprile – e la giornata nazionale dei lavoratori – il primo maggio – ancora stenta a concretizzarsi.
Uno scenario che ci lascia sprofondare nello sconforto – solo momentaneo – per risalire la salita con più determinazione e forza al fine di garantire quella dignità costituzionale e la certezza di un lavoro sicuro.
Sono svariati decenni che si parla del fenomeno del lavoro irregolare in tutte le sue forme e appliocazioni, come della carenza nella sicurezza sul lavoro, ma quello che si evidenza è una dilagante e diffusa irregolarità sotto ogni aspetto.
Forme di lavoro, sicurezza, formazione carente o mancante, attrezzature di lavoro non a norma, mancanza dei dispositivi di protezione dei lavoratori, errate valutazione dei rischi e conoscenza dei pericoli – se non addirittura assenti – e una cultura della sicurezza sempre più soffocata dalla prevalente necessità di fatturare e ottimizzare al massimo il lavoro.
Una barriera impenetrabile contro la quale dobbiamo unire tutte le forze per creare una apertura culturale e un cambio di forma mentis.
Urge non solo un dialogo nazionale di tutte le istituzioni ma soprattutto un’azione coordinata su tutti i territori nelle varie attività economiche.
Una speranza e un impegno che non lascerà mai terreno alle varie forme di illegalità, la tutela della vita, del rispetto e della dignità umana è un traguardo che dobbiamo perseverare e raggiungere.
(*) Giornalista
