di Giuliano Longo (*)
Parigi e Londra hanno deciso di mettersi alla testa di una missione multinazionale per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Una missione – dicono – pacifica, difensiva, neutrale per proteggere il traffico commerciale e a sostenere la bonifica delle mine.
Quindi una operazione puramente tecnica e non bellica, solo che lì la guerra c’è davvero e non dà segnali almeno di tregua duraturi come vorrebbero i promotori dell’iniziativa.
Hormuz non è un corridoio marittimo qualsiasi: è uno dei punti in cui la geopolitica mondiale. Chiunque ci entra – con le cannoniere o i dragamine – va a toccare equilibri di forze che nemmeno la considerano una conclamata neutralità anche se raggiungesse una tregua d’armi.
Quindi la distanza tra l’ambizione politica – o le buone intenzioni? -dell’annuncio e la realtà dei mezzi disponibili fa la differenza.
Gli stessi esperti ricordano che scortare il traffico commerciale nello Stretto richiederebbe una enorme quantità di navi, attualmente – e forse nemmeno in futuro- disponibile.
Inoltre la protezione capillare delle petroliere e navi mercantili richiede massa navale, continuità logistica, copertura aerea, capacità di comando integrato, ma soprattutto la volontà politica di sostenere un’operazione lunga, costosa e soggetta a potenzial incidenti gravide di conseguenze.
Francia e Regno Unito cercano di mostrare che esiste ancora una capacità europea di agire nei grandi dossier della sicurezza universale, dimostrando agli elettori che l’Europa non resta immobile mentre il 20% del petrolio mondiale passa da quello stretto.
L’Europa prova a contare senza esporsi troppo, senza assumersi sino in fondo i rischi di una presenza militare che può sempre venire contestata anche solo come ostile.
In questo contesto la posizione dell’Italia merita particolare considerazione.
Giorgia Meloni afferma che occorre attendere una cessazione delle ostilità prima del dispiegamento di mezzi navali, ma dichiara che l’Italia è pronta a partecipare e a mettere a disposizione unità navali. La quasi certzza – dalle parole ai fatti – è che l’Italia sia presente con un ruolo subalterno in mancanza di mezzi sufficienti a garantirne il prestigio.
Ma costoso prestigio a parte, quale interesse nazionale concreto verrebbe tutelato da una partecipazione italiana a una missione che nasce sotto guida franco-britannica?
Quali obiettivi ha a medio e lungo termine quando anche Berlino ne mette in dubbio – per quanto valga di questi tempi – la legittimità giuridica?
La politica estera italiana si presenta spesso come equilibrata, indispensabile nei tavoli multilaterali, ma se il gioco si fa duro i duri spesso non giocano e si accontentano della solita foto di gruppo dove tutti sorridono beati e contenti, ma…si fanno gli interessi loro
Una missione militare può dunque apparire neutrale senza finire come l’UNIFIL in Libano che lo stesso Crosetto vuole chiudere?
Macron e Starmer sono storicamente coinvolti nella sicurezza del Golfo, quindi questa missione non verrà mai letta da Teheran come una semplice soluzione “tecnica”.
Anzi, inciderà sui rapporti di forza Iran USA con la scusa della sicurezza marittima.. Per essere più chiari:: l’Europa intende impedire che la leva di Hormuz resti nelle mani iraniane o sta esercitando solo una ulteriore pressione sul regime degli ayatollah? Se questa è la sceltala neutralità va farsi a benedire con implicazioni chiaramente geopolitiche.
l fatto che apparentemente Washington non sia formalmente al centro dell’iniziativa, finge di ignorare l’ombrello strategico americano è indispensabile per sostenere una missino da tempi indefinibili.
Trump nel frattempo si fa beffe della NATO, ma sa benissimo che ogni architettura di sicurezza occidentale continua a fondarsi sulla potenza statunitense.
Il vero motore della faccenda non è soltanto “tecnico militare”, ma geoeconomico.
La chiusura di Hormuz ha colpito il sistema energetico mondiale, facendo impennare i prezzi e destabilizzando i mercati internazionali. La missione annunciata da Francia e Regno Unito nasce quindi non solo dalla volontà di garantire la libertà dei mari, ma dal bisogno di rassicurare gli operatori, contenere i rischi e impedire una recessione globale. Quindi il controllo delle rotte vale più della diplomazia.
Alla fine la questione è semplice. L’iniziativa franco-britannica ha una sua logica politica, perfino una sua utilità diplomatica, ma vuole stabilizzare senza dominare, proteggere senza combattere, con una formula che vale finché nessuno decide di metterle alla prova. Così il re sarà nudo!
L’Italia dovrebbe allora capire che essere presenti non basta e quindi valutare quale sia il prezzo da pagare prima di prendere in mano un cerino che potrebbe seriamente scottarle le dita.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
