Cronaca

Le scuse che lo Stato deve a Giulia Cecchettin

di Fabiana D’Eramo

Stavolta per la politica non c’è compito da risolvere, se si può, con la retorica, la propaganda e l’indignazione. Stavolta la sorella dell’ennessima donna uccisa da un uomo – una ogni tre giorni – non si ritrova ad essere sopraffatta dall’orrore, e le parole di circostanza non le vengono, le restano dentro col loro peso crudele. Quello che invece riesce a dire Elena Cecchettin, sorella di Giulia, con estrema lucidità e coraggio, mette sotto attacco tutta la politica: “Il femminicidio è un omicidio di Stato. Perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge”.

L’accusa è bruciante, come le fiamme accese durante la fiaccolata organizzata per le strade di Vigonovo, nel Veneziano, il paese dove viveva la ventiduenne uccisa dall’ex fidanzato. Ragione per cui chi risponde, la politica, si trova in difficoltà. Come commentare, una volta chiamati in causa, le venti coltellate – in testa, sul collo, sulle mani, sulle braccia – e le probabili urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti, e il silenzio alla fine, il silenzio terribile di quando l’irreparabile è compiuto, e la caduta di cinquanta metri, tra alberi e vegetazione, il tonfo nel canalone? Come commentare e come scagionarsi, come dire che si è fatto il possibile per evitarlo, quando non si è fatto?

“Nulla di tutto quello che è stato messo in campo per fermare la violenza contro le donne sarà utile se non saremo in grado di affermare una grande verità: l’amore vero non uccide”. Queste le parole, gonfie di retorica, del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. È davvero così? L’amore vero non fa male, non controlla e non limita, non sminuisce e non offende, non umilia e non fa in pezzi, ma davvero l’inefficacia delle misure messe in campo per fermare la violenza sulle donne dipende dalla sola assenza di tale consapevolezza?

Nell’analisi presentata da ActionAid, organizzazione indipendente impegnata in progetti a sostegno dei diritti fondamentali, emerge che in dieci anni le risorse complessive dedicate alla lotta contro la violenza di genere sono, sì, aumentate del 156%, ma ciò si accompagna a una drastica diminuzione delle risorse destinate alla prevenzione, fondamentale per incidere in maniera profonda sulla cultura di prevaricazione e di disparità che è alla base della nascita delle dinamiche di violenza. Con le misure finanziate che si concentrano solo sull’intervento al momento in cui la violenza è già avvenuta, tralasciando tutto ciò che può essere fatto prima, non cala infatti il numero dei femminicidi.

La premier ha tuttavia assicurato che “è già stato approvato all’unanimità dalla Camera, e mercoledì prossimo sarà in aula al Senato, il disegno di legge per il rafforzamento delle misure di tutela delle donne in pericolo grazie a una maggiore prevenzione – ammonimento, braccialetto elettronico, distanza minima di avvicinamento”, a cui dovrebbe aggiungersi anche una “campagna di sensibilizzazione nelle scuole”, che non esiste ancora, ma dovrebbe esser “pronta”.

“Perché sia fatta davvero giustizia, per Giulia Cecchettin e per tutte le altre donne uccise dalla violenza maschile, non bastano il dolore e l’indignazione”, conviene Elly Schlein. La segretaria del Partito Democratico si allinea al messaggio di Elena Cecchettin: Filippo Turetta non è mostro, non è eccezione, non è fuori dai margini di ciò che la nostra società ritiene accettabile, “è figlio sano del patriarcato”. Aggiunge, Schlein, che “non basterà mai aumentare solo leggi e punizioni che intervengono dopo le violenze già compiute: serve l’educazione, serve la consapevolezza”. A Meloni tende la mano: “lasciamo da parte lo scontro politico, approviamo subito in Parlamento una legge che introduca l’educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole d’Italia”.

Serve educazione perché la violenza maschile è un fenomeno strutturale. Giulia Cecchettin è la 103esima donna uccisa in Italia nel 2023 e la 53esima vittima per mano del proprio partner o ex. Secondo l’Istat, più del 96% degli atti violenti sono compiuti da uomini. Per Giulia Blasi, scrittrice e giornalista specializzata in temi relativi alla condizione femminile e al femminicidio, è tuttavia indispensabile non commettere l’errore molto frequente di pensare che la violenza maschile sia inevitabile e legata a supposte caratteristiche biologiche che rendono gli uomini, per natura, più violenti. Un’operazione di smantellamento degli assetti psicologici e sociali che rafforzano la discriminazione di genere e la sopraffazione, fisica e mentale, dell’uomo sulla donna, è possibile. Ma richiede tempo, fondi, esempio, e intenzione concreta e non propagandistica da parte delle istituzioni.

Un altro errore che commettiamo spesso, secondo Blasi, è quello di mettere sullo stesso piano il desiderio, l’impulso sessuale, e la violenza sulle donne. Figlia di questa uniformazione è la proposta della Lega di ricorrere alla castrazione chimica. Togliere la funzionalità sessuale all’uomo non gli impedisce di agire una sopraffazione sulla donna, ma anche in questo caso, Matteo Salvini ha riproposto il proprio cavallo di battaglia, da accompagnare al carcere a vita e al lavoro obbligatorio.

Il primo post social che il leader leghista ha dedicato alla notizia dell’arresto dell’assassino in Germania si serve del periodo ipotetico: “se colpevole”. Se colpevole – scrive Salvini, con una cautela che non gli è mai appartenuta, quando circolava già il video dove Turetta rincorre Giulia Cecchettin, la colpisce con violenza, la fa cadere, e poi la carica, sanguinante, sulla sua auto – ecco, se colpevole, dice Salvini, in quella eventualità, allora nessuno sconto di pena. In un secondo post si contraddice: “La colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti”, e ribadisce che alla violenza, a quanto pare, non c’è soluzione. Ci limiteremo a punirla. Una punizione, quella della castrazione chimica, che non solo pare molto lontana dall’approccio educativo su cui dice di stare lavorando il resto del governo, ma che rappresenta una violazione dell’intregrità fisica di una persona e si vuole farla passare come accettabile in uno stato di diritto. A questo risponde il coordinatore e Portavoce bolognese di Più Europa, Alessio Zini: “Queste proposte populiste non ci interessano, non sono rilevanti, e non avranno effetti concreti. Avete definito in parlamento l’educazione affettiva e sessuale una “nefandezza”. Educare è una nefandezza, castrare è una proposta. Siete impresentabili e una zavorra per il miglioramento di questo Paese.”

Ancora paralizzati e increduli, ci tornano in mente le parole di Elena Cecchetin: lo Stato non ci tutela, lo Stato non ci protegge. Questo è lo Stato. Lo Stato che piange, che dice di dover fare, e non fa, di dover lottare, e non lotta, per l’emancipazione, la libertà, l’uguaglianza, e non pronuncia il nome per intero di una donna nemmeno quando deve farne il necrologio. Perché nei commenti che abbiamo sentito in questi giorni, nei post social dei politici, addirittura nei resoconti dei media, Giulia è soltanto Giulia, mentre al suo assassino si concede la dignità dell’esser chiamato per nome e cognome. Invece lei era Giulia Cecchettin, stava per laurearsi in ingegneria biomedica e voleva frequentare una scuola di disegno ed è stata uccisa.

aggiornamento Giulia Cecchettin ore 17.15

 

 

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