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Le storie dell’economia e della finanza: la Federal Reserve /3

di Marco Palombi (*)

La Federal Reserve, istituita nel 1913, trovò nella Prima Guerra Mondiale il suo primo grande banco di prova. Con l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto nel 1917, la Fed dimostrò rapidamente di poter essere non solo uno strumento economico, ma anche un potente braccio politico al servizio degli obiettivi strategici della nazione. Il governo americano, attraverso il sistema della Federal Reserve, fu in grado di finanziare lo sforzo bellico emettendo obbligazioni di guerra e mobilitando risorse finanziarie senza ricorrere a un’immediata pressione fiscale sui cittadini.
Questo meccanismo, che permise una mobilitazione rapida ed efficiente, rappresentò una novità per l’economia americana, che fino a quel momento aveva gestito le sue finanze pubbliche in maniera più prudente. Paul Warburg, uno dei principali architetti del sistema, descrisse efficacemente il ruolo della Fed affermando: “La Fed è il motore che permette a una nazione di mobilitare risorse senza compromettere la fiducia del mercato.”
Tuttavia, la capacità della Fed di espandere la base monetaria non fu priva di effetti collaterali. L’iniezione massiccia di denaro nell’economia, necessaria per sostenere il conflitto, portò a un’inflazione significativa. Tra il 1916 e il 1920, il tasso di inflazione negli Stati Uniti passò da circa l’1% a oltre il 20%, riducendo drasticamente il potere d’acquisto dei cittadini e aumentando le disuguaglianze economiche . Il costo della vita aumentò rapidamente, colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione.
Questa espansione monetaria, pur giustificata dalla necessità bellica, consolidò un modello pericoloso: l’idea che il sistema bancario centrale potesse essere utilizzato come strumento politico. La Fed dimostrò di poter essere impiegata non solo per scopi economici tradizionali, come la stabilizzazione dei mercati finanziari, ma anche per sostenere direttamente le priorità strategiche del governo.
Questa lezione non andò perduta. Nei decenni successivi, il sistema della Federal Reserve divenne un pilastro della proiezione di potere americana, fornendo al governo la possibilità di finanziare guerre, sostenere alleati e influenzare l’ordine economico globale senza dipendere esclusivamente dalla tassazione.
La Prima Guerra Mondiale segnò dunque l’inizio di una nuova era per la Fed. Fu il momento in cui si dimostrò che un sistema bancario centrale poteva essere trasformato in uno strumento per mobilitare risorse in tempi di crisi, stabilizzando il mercato domestico mentre si esercitava un’influenza su scala globale. Tuttavia, la possibilità di utilizzare il controllo monetario a fini politici sollevò anche interrogativi sulla natura stessa della Fed, il cui mandato originario era strettamente economico. La lezione di quegli anni, con le sue promesse e i suoi pericoli, rimane una chiave di lettura essenziale per comprendere il ruolo della Federal Reserve nei momenti di crisi globali, sia passate che presenti.
La Federal Reserve e il keynesianesimo hanno un rapporto stretto e complesso, che si è sviluppato nel corso del XX secolo, in particolare dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Il keynesianesimo, basato sulle teorie economiche di John Maynard Keynes, propone un ruolo attivo dello Stato nella gestione dell’economia, attraverso politiche fiscali e monetarie espansive per stimolare la domanda aggregata nei momenti di recessione. La Federal Reserve, pur essendo un’istituzione formalmente indipendente, ha svolto un ruolo cruciale nell’applicazione di tali principi, soprattutto attraverso la gestione della politica monetaria.
Negli anni ’30, durante la Grande Depressione, le politiche economiche degli Stati Uniti si allontanarono dal laissez-faire per abbracciare approcci più interventisti, in linea con il pensiero di Keynes. Il New Deal di Roosevelt fu accompagnato da un’espansione monetaria significativa sostenuta dalla Fed, che ridusse i tassi di interesse per facilitare il credito e sostenere gli investimenti. Sebbene la Fed fosse inizialmente riluttante a intervenire in modo massiccio, l’esperienza della depressione spinse l’istituzione ad adottare un ruolo più attivo nella stabilizzazione dell’economia.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Fed lavorò in stretta collaborazione con il Tesoro per mantenere i tassi di interesse bassi e finanziare lo sforzo bellico attraverso l’acquisto di titoli di Stato. Questo approccio rifletteva una chiara applicazione dei principi keynesiani: utilizzare la politica monetaria per sostenere spese pubbliche straordinarie senza immediata preoccupazione per il debito pubblico.
Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il keynesianesimo divenne l’ortodossia economica dominante negli Stati Uniti e in molti altri paesi. La Federal Reserve svolse un ruolo fondamentale in questa nuova era di politica economica, coordinando le sue azioni con le politiche fiscali del governo federale. Negli anni ’50 e ’60, la Fed adottò politiche monetarie espansive in risposta a rallentamenti economici, sostenendo la piena occupazione e il controllo dell’inflazione, obiettivi cardine del pensiero keynesiano.
Un esempio significativo di applicazione del keynesianesimo da parte della Fed si ebbe durante la presidenza di John F. Kennedy e poi di Lyndon B. Johnson, quando le politiche monetarie e fiscali furono combinate per sostenere la crescita economica. Questo periodo, noto come “Età dell’Oro del keynesianesimo”, fu caratterizzato da una crescita economica stabile e da bassi tassi di disoccupazione, resi possibili anche dall’abilità della Fed di gestire il ciclo economico.
La Federal Reserve è quindi un’istituzione unica, caratterizzata da una struttura ibrida che combina elementi pubblici e privati.
Questa dualità, sin dalla sua fondazione nel 1913, è stata fonte di dibattito e di tensioni tra le sue finalità di interesse pubblico e le dinamiche private che ne influenzano il funzionamento.
Il sistema è composto dal Board of Governors, che agisce come organo pubblico, da 12 Federal Reserve Banks regionali, che operano come entità private possedute da banche commerciali, e dal Federal Open Market Committee (FOMC), il principale decisore in materia di politica monetaria.
Dal lato pubblico, il Board of Governors rappresenta – in principio – gli interessi nazionali e definisce gli obiettivi economici, come la stabilità dei prezzi e la piena occupazione.
Tuttavia, la proprietà delle banche regionali da parte di istituzioni private e il pagamento di dividendi agli azionisti sollevano interrogativi sul reale equilibrio tra pubblico e privato.
(*) Presidente Dipartimento Economia e Finanza PPI
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