Esteri

L’Europa si riarma per risollevare la sua economia, ma la strategia non è chiara e le incognite molte

di Giuliano Longo

L’UE ha proposto un piano Re-Arm Europe che raccoglierebbe più di 800 miliardi di euro  per la difesa, mentre la Germania ha appena approvato una legge che apparentemente impegnerà 1 trilione di euro (ma in 10 anni)  nel settore della difesa.

Apparentemente sembra che l’Europa si stia preparando per la prossima guerra con la Russia (non vediamo all’orizzonte quelle con la Cina o l’Iran, li ci debbono pensare gli USA) invece la verità è che l’Europa sta cercando di nascondere i suoi problemi economici immettendo denaro nelle proprie economie costruendo armamenti.

Mentre tutta la stampa mainstream leva eccitasti gridolini di gioia resuscitando un europeismo di facciata – mentre quello originario è nato proprio per escludere la guerra – in pochi si chiedono su quali livelli e quali tappe questo riarmo  dovrebbe articolarsi.

Al centro della pianificazione c’è l’idea che le fabbriche civili possano essere convertite per produrre armamenti, in particolare equipaggiamenti pesanti come carri armati e veicoli corazzati da combattimento.

La società tedesca Rheinmetall sta valutando  l’acquisto della fabbrica Volkswagen di Osnabrück, nella Germania settentrionale, che si trova ad affrontare un futuro economicamente incerto.

Un’’idea simile è stata promossa dal governo italiano, nel tentativo di spingere Stellantis  a produrre hardware per la difesa nei suoi stabilimenti automobilistici. Quel complesso industriale lo scorso anno  ha prodotto meno di 500.000 veicoli commerciali in Italia (Fiat più Alfa Romeo, Maserati, Lancia) rispetto ai 751.000 del 2023, la produzione più bassa dal 1956.Il presidente Ma Juon Elkan ha respinto la proposta affermando che la crisi dell’automotive non si risolve con una anche parziale, riconversione militare.

Un dei problemi chiave  chiave è che  convertire la produzione ad alto volume in equipaggiamento di difesa a basso volume ha poco senso industriale. Mentre è vero che alcune aziende automobilistiche che producono camion e altri equipaggiamenti pesanti hanno gru e ascensori sono potenzialmente utilizzabili per veicoli blindati, persino carri armati, ma  questi impianti sono organizzati per la produzione di massa, non per una produzione a basso volume per lo più realizzata manualmente..

Oggi l’Europa non produce più di 50 carri armati all’anno quindi ci vorranno almeno cinque per convertire una fabbrica di automobili alla produzione di carri armati. Inoltre la conversione di uno stabilimento in hardware militare significa una sostanziale riprogettazione delle fabbriche. Per più saranno  necessari meno dipendenti e i sindacati avranno molto da dire sui livelli di occupazione, sulla retribuzione e sui benefici sociali.

È chiaro che il modello della Seconda guerra mondiale, che richiedeva una mobilitazione nazionale per la guerra, non è oggi praticabile negli Stati Uniti, in Europa e perfino in Russia o in Cina  e in molti casi lavora a costi esorbitanti.

Molte di queste aziende sono state potenziate grazie ai trasferimenti di armi in Ucraina, dove vengono pagate a prezzi elevati, se il conflitto avrà termine .dove andrà a finire la produzione aggiuntiva prevista?, Ovviamente sarebbe destinata solo a un con conflitto contro la Russia.

C’è poi il problema che la produzione  di un maggiore hardware militare comporta l’impiego di più truppe ben difficile se non venisse introdotta la coscrizione già in difficoltà in quasi tutti i Paesi europei.

Si suppone allora che il riarmo possa aiutare l’industria in difficoltà risolvendo  problemi economici e occupazionali, ma in pratica il progetto potrebbe ridursi a una valanga di sussidi per mantenere in funzione gli impianti, anche se con una produzione notevolmente ridotta.

Di conseguenza gli Stati  dovranno decidere se possono davvero permettersi i sussidi e  se questi aiuteranno a risolvere la recessione in Germania o il mediocre clima economico in Italia.

Sicuramente l’aumento della spesa per la difesa, come proposto in Germania e dall’UE, arricchirà le aziende della difesa che possono trarre vantaggio dai nuovi finanziamenti, ma non c’è alcun consenso sull’obiettivo strategico della spesa.  In effetti, c’è una netta divisione politica tra l’UE e alcuni paesi membri, fra i quali l’Italia in pratica si oppone  al piano Re-Arm Europe.

Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha inviato una lettera aperta al Corriere della Sera sottolineando  che “la difesa europea… non può sostituire la NATO né offrire lo stesso livello di protezione“. Inoltre che l’UE non può dettare una politica di difesa comune per l’Europa senza il consenso di tutti i membri dell’Unione affermando “Il trattato UE stesso prevede… la possibilità di una politica di difesa comune, ma solo a seguito di una decisione unanime del Consiglio europeo. Una circostanza che, dal 1992 a oggi, non si è mai verificata né è in discussione, oggi, in alcun governo o stato membro”.

Di fatto la  leadership dell’UE sta spingendo verso una difesa al di fuori della NATO con l’intenzione di sostituirla nel tempo. Mentre Trump dallo studio Ovale della Casa Bianca dichiara “la Nato è forte ma senza di noi non sarebbe la stessa” ribadendo che i partner alleati “devono trattarci bene“.

Dove quel “trattateci bene” sta per un avvertimento quasi ultimativo.

In ogni caso l’’intero piano per aumentare la spesa per la difesa è privo di qualsiasi logica strategica comprensibile. Che tipo di forze sono necessarie per la difesa europea? Quali settori richiedono il maggior investimento?

La caratteristica principale della legislazione tedesca era quella di rendere più facile aumentare la spesa per la difesa senza scontrarsi con il divieto costituzionale sui deficit di bilancio superiori allo 0,35% del prodotto interno lordo, mentre   la legislazione appena approvata include un emendamento costituzionale che rinuncia al limite del deficit di bilancio per la spesa per la difesa e non solo.

Questo è un passo potenzialmente importante, ma con un’economia impantanata nella recessione e con un piccolo incremento reale dell’occupazione derivante dalla nuova spesa, sarà difficile mantenere il sostegno politico in Germania o altrove.

Inoltre, se la guerra in Ucraina sarà risolta, Berlino  potrebbe cercare di recuperare almeno in parte, il proprio business con la Russia. Allo stesso modo c’è l’allettante possibilità che la Germania provi di nuovo ad acquistare gas più economico da Mosca, magari  recuperando il gasdotto Nordstream. Un cambiamento di strategie che potrebbe benissimo affossare la mossa per aumentare la produzione della difesa.

I programmi di sussidi statali, anche quelli che costano 1 trilione di euro, devono basarsi su una strategia di difesa coerente, che l’Europa non ha, e su una comprensione delle conseguenze economiche che potrebbero benissimo non dare i risultati promessi.

Ma evidentemente sono questioni ininfluenti per le signore Kallas (che dalla piccola Lettonia intende invadere la Russia) e Von der Leyen. mentre Macron a un anno e mezzo dalla scadenza del suo mandato, cerca il coup de theatre per il declinante grandeur della Francia.

E il britannico e laburista Starmer dopo essersi atteggiato a novello Churchill sta cercando di ottenere un rapporto privilegiato con Gli Stati Uniti, come è sempre avvenuto, tanto più che il regno di Sua Maestà non è più nemmeno nelle Unione Europea.

aggiornamento piano di Difesa Ue ore 13.42

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