Esteri

L’Impero inquieto. La Cina ed il mondo di oggi

di Marco Palombi (*)

Executive summary


China, in the early 21st century, is simultaneously emerging as a dominant power and revealing its systemic vulnerabilities. While it has become a global manufacturing hub, expanded its technological capabilities, and projected its influence through mechanisms like the Belt and Road Initiative, China’s strategy remains rooted in a perception of internal fragility. From water scarcity and demographic decline to structural weaknesses in the real estate and financial sectors, Beijing’s foreign policy—including the ‘Three Warfares Doctrine’—is not merely assertive: it is existential. This paper explores how China seeks to mitigate its vulnerabilities through geopolitical influence, information warfare, and strategic legal ambiguity, positioning itself to challenge the existing global order without direct confrontation.

 

La Cina contemporanea si trova al crocevia tra ascesa globale e fragilità strutturale. È ormai una potenza economica con capacità militari crescenti, una proiezione tecnologica ambiziosa e una rete diplomatica sempre più pervasiva. Ma al cuore della sua strategia internazionale si cela una condizione più profonda e spesso sottovalutata: la percezione strutturale della propria vulnerabilità.

Dopo la “doppia umiliazione” del XIX secolo — colonialismo europeo e invasione giapponese — il Partito Comunista Cinese ha costruito il suo potere sul principio dell’unità e del controllo. Il trauma della frammentazione storica, delle guerre civili e dell’assoggettamento economico ha prodotto una cultura strategica fondata sulla stabilità interna, sull’autosufficienza e sulla diffidenza verso l’ordine internazionale esistente.

La crescita economica post-1978, accelerata dopo l’ingresso nel WTO nel 2001, ha reso Pechino l’epicentro manifatturiero del mondo. Tuttavia, questa integrazione nei mercati globali ha generato una dipendenza simmetrica, oggi percepita come pericolosa: dalla tecnologia americana, dalle rotte marittime controllate dagli USA, dal dollaro come valuta di riserva. Proprio per questo, la Cina ha progressivamente sviluppato un’architettura strategica di autonomizzazione dal sistema dominato dall’Occidente.

Il cuore di questo disaccoppiamento è la volontà di costruire un ordine parallelo. Sul piano finanziario, la Cina sta riducendo la propria esposizione al dollaro, promuovendo l’uso dello yuan negli scambi internazionali (specie nel settore energetico), rafforzando le riserve auree e creando strumenti alternativi come la piattaforma di pagamenti CIPS. Sul piano economico, punta a controllare le catene di approvvigionamento globali: sette dei dieci principali porti commerciali mondiali sono cinesi, e molte materie prime critiche — come le terre rare — dipendono da Pechino.

Tutto questo avviene in parallelo a una proiezione geopolitica prudente ma sistematica. La Cina non cerca il confronto diretto, ma lavora per modellare silenziosamente l’ambiente strategico internazionale a proprio favore, riducendo lo spazio operativo dei rivali e legittimando il proprio potere attraverso strumenti non convenzionali.

È in questo contesto che si inserisce la cosiddetta Dottrina delle Tre Guerre (三中战法), formalizzata dal Partito Comunista nel 2003. Si tratta di una strategia integrata che consente alla Cina di esercitare pressione — politica, normativa, psicologica — senza dover mai dichiarare guerra.

  1. La guerra dell’opinione pubblica si fonda sul controllo delle narrazioni: Pechino investe in media internazionali, piattaforme digitali e comunità diasporiche per costruire consenso esterno e disinformare gli avversari. La gestione comunicativa del COVID-19 e la promozione globale della Belt and Road Initiative sono espressioni evidenti di questa strategia.
  2. La guerra psicologica agisce invece sulla percezione e sulla volontà degli attori internazionali. Non si tratta solo di propaganda, ma di generare incertezza strategica: Pechino mostra forza senza usarla, costruisce ambiguità su Taiwan, condiziona le scelte degli altri attraverso segnali calibrati e pressioni indirette.
  3. Infine, la guerra legale: la Cina utilizza la flessibilità del diritto internazionale per giustificare le proprie azioni e limitare la libertà d’azione altrui. Ne è un esempio la costruzione artificiale di isole nel Mar Cinese Meridionale, giustificata con mappe storiche rifiutate da UNCLOS ma usate per rivendicare zone economiche esclusive.

Questa dottrina è oggi il cardine dell’azione esterna del Partito Comunista, soprattutto in un’epoca in cui Pechino vuole evitare uno scontro diretto ma intende riscrivere le regole del gioco globale. La guerra informativa, legale e psicologica consente di fare pressione senza esporsi, di cambiare l’ordine senza dichiarare la rivoluzione.

In definitiva, la Cina non sta solo “salendo” nel sistema internazionale: sta cercando di proteggerne il proprio spazio vitale, costruendo una strategia totale di sopravvivenza e influenza. È per questo che la sua guerra non è fatta di carri armati, ma di mappe, server, trattati, e algoritmi. Ed è per questo che l’Occidente, spesso impreparato a riconoscere le forme non convenzionali del potere, si trova oggi disorientato — quando non paralizzato — davanti a un’offensiva senza dichiarazione.

Tuttavia, proprio questa strategia rivela anche le fragilità interne del sistema cinese. Il bisogno costante di controllo, la repressione delle minoranze, la censura interna e la concentrazione del potere nelle mani di Xi Jinping indicano quanto sia precaria la stabilità del sistema. La crescita economica è rallentata, il debito immobiliare è esploso (caso Evergrande), e la demografia è in declino. La forza della Cina sta oggi nella sua lucidità strategica, ma il suo tallone d’Achille resta la paura del caos interno.

la Repubblica Popolare si trova infatti in una trappola strategica: deve espandersi per garantirsi risorse e stabilità, ma questa stessa espansione la espone a reazioni internazionali, crisi di legittimità interna e rischi economici. È un impero inquieto, in cui la forza e la paura sono due facce della stessa medaglia.

Il primo nodo strutturale è la carenza cronica di risorse idriche e di terre coltivabili. La Cina possiede circa il 6% delle risorse idriche globali per una popolazione che rappresenta oltre il 18% del totale mondiale. Il nord del paese, dove si concentra il grosso della produzione industriale e dell’urbanizzazione, soffre di stress idrico acuto: il fiume Giallo ha registrato più volte livelli critici, e grandi città come Pechino dipendono da trasferimenti idrici inter-bacino. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), la Cina dispone di appena 0,21 ettari di terra arabile pro capite, contro una media mondiale di 0,51 ettari.

L’erosione del suolo, l’inquinamento agricolo e l’urbanizzazione incontrollata hanno aggravato il problema. Per questo, Pechino ha iniziato ad acquisire terreni agricoli all’estero — in Africa, Sud America e perfino negli Stati Uniti — un fenomeno che ha sollevato crescenti preoccupazioni in materia di sicurezza alimentare globale e sovranità.

Il secondo punto di vulnerabilità è il modello economico stesso. L’edilizia ha rappresentato il principale motore di crescita per oltre due decenni, contribuendo fino al 30% del PIL diretto e indiretto. Ma il crollo di colossi come Evergrande ha mostrato i limiti strutturali di questo schema. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese legate al real estate è ormai insostenibile, e le autorità stanno cercando un nuovo baricentro.

In questo scenario, l’agricoltura sta emergendo come settore chiave per il futuro sviluppo economico e finanziario. Il governo ha recentemente incentivato la “modernizzazione rurale” come pilastro del piano quinquennale, puntando su agricoltura high-tech, digitalizzazione delle campagne, e finanza agraria. Le banche pubbliche stanno già reindirizzando credito e investimenti verso le zone agricole, per stabilizzare occupazione e domanda interna.

La terza fragilità è la debolezza del sistema finanziario. Il settore bancario cinese è dominato da istituti statali altamente esposti a debiti improduttivi. Le stime dell’Institute of International Finance indicano che il debito complessivo cinese (pubblico, privato e corporate) ha superato il 300% del PIL nel 2024. Il sistema ombra (shadow banking), che ha garantito credito facile a comparti speculativi, è sotto pressione, e la Banca Popolare Cinese è costretta a continue iniezioni di liquidità per evitare crolli.

Nonostante la Cina disponga di riserve valutarie enormi, il rischio sistemico resta concreto, soprattutto se accompagnato da crisi settoriali (immobiliare, tecnologia, export) o da sanzioni occidentali. La crescente dipendenza da strumenti non convenzionali — yuan digitale, accordi di swap, accumulo di oro — segnala una volontà di difesa preventiva, ma anche l’incertezza su quanto ancora il sistema possa reggere senza riforme strutturali.

Il quarto punto critico è la demografia. La popolazione cinese ha iniziato a decrescere nel 2022 e l’invecchiamento è rapido: entro il 2030, oltre il 25% sarà sopra i 60 anni. Il rapporto tra popolazione attiva e pensionati si sta riducendo drasticamente, mettendo sotto pressione il sistema previdenziale e riducendo la disponibilità di manodopera.

Questo fenomeno ha implicazioni dirette anche per l’apparato militare. Il PLA, pur avanzato in termini tecnologici, affronta difficoltà nel reclutamento e nella formazione. La leva volontaria fatica a trovare candidati tra i giovani urbani, sempre meno disposti a lasciare la città e lo stile di vita consumistico per la disciplina militare. La campagna di “militarizzazione morale” lanciata da Xi Jinping è una risposta a questa crisi di spirito patriottico nelle nuove generazioni.

Infine, l’urbanizzazione squilibrata ha reso il paese vulnerabile a shock sistemici. Megalopoli sovrappopolate come Chongqing, Shanghai e Shenzhen dipendono da reti logistiche fragili, da importazioni energetiche e da mercati internazionali. Una guerra, una crisi sanitaria, o un boicottaggio possono causare danni irreparabili al tessuto sociale urbano, con conseguenze destabilizzanti anche per il Partito.

Le cosiddette “ghost cities”, città costruite senza popolazione sufficiente, sono il simbolo di una modernizzazione accelerata, ma non sempre sostenibile. La coesione sociale nelle periferie urbane è debole, e il controllo digitale serve anche a prevenire esplosioni spontanee di malcontento.

La percezione cinese della coesione sociale come condizione della sicurezza nazionale ha portato a politiche di assimilazione forzata nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Il caso più emblematico è quello dello Xinjiang, dove oltre un milione di cittadini uiguri è stato internato in strutture di rieducazione politica. Campagne simili sono state attuate in Tibet e Inner Mongolia, con l’obiettivo di sopprimere identità culturali considerate potenzialmente centrifughe.

Dietro queste operazioni non c’è solo un calcolo repressivo, ma l’idea che l’unità interna sia precondizione per la proiezione esterna. In un Paese con oltre 50 minoranze etniche riconosciute, il Partito Comunista teme che ogni richiesta di autonomia possa trasformarsi in una faglia geopolitica da cui potenze esterne potrebbero infiltrarsi. In questo senso, la politica delle minoranze è un riflesso della vulnerabilità cinese tanto quanto la sua espansione.

La scarsità idrica non è solo un problema interno. La Cina è il Paese a monte di alcuni tra i fiumi più strategici dell’Asia: il Mekong, il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo), l’Amur. Il controllo delle sorgenti gli conferisce un potere strutturale sui Paesi a valle: Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia, India e Russia orientale.

Negli ultimi anni, Pechino ha costruito dozzine di dighe sul Mekong, alterando i flussi stagionali e causando carestie idriche nei Paesi del Sudest asiatico. L’India ha più volte protestato per la mancata trasparenza sui progetti idroelettrici cinesi in Tibet, mentre Mosca ha espresso preoccupazioni sull’uso del fiume Amur nei periodi di siccità.

Queste tensioni rischiano di amplificarsi nei prossimi anni con i cambiamenti climatici e il progressivo prosciugamento delle risorse. La Cina, nel frattempo, considera le acque transfrontaliere una questione di sovranità nazionale — non negoziabile. Peccato per Taiwan. E per lo Stretto di Malacca…

Nel Mar Cinese Meridionale, ad esempio, Pechino costruisce isole artificiali e ne giustifica il possesso con la “guerra legale”. Nei Paesi ASEAN, promuove infrastrutture attraverso la Belt and Road, sostenute da una narrazione favorevole costruita tramite la “guerra dell’opinione pubblica”. E lungo l’asse indo-pacifico, la Cina lavora alla penetrazione nei Paesi insulari con operazioni di “guerra psicologica”, offerte di sicurezza e diplomazia coercitiva.

La logica dell’Impero inquieto non è solo quella di estendere influenza, ma di prevenire accerchiamenti e frammentare la coesione dell’arco marittimo filo-occidentale. Le Tre Guerre non sono una difesa, sono un assalto silenzioso.

E noi lo stiamo subendo da anni.

(*) Economista

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