Primo piano

L’Iran dopo Raisi rimarrà lo stesso?

 

di Giuliano Longo

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi, morto nello schianto dell’elicottero il 19 maggio,   un lealista politicamente consumato, rappresenta un colpo per la leadership conservatrice del paese.

Mentre le squadre di ricerca e soccorso – ostacolate da pioggia, nebbia, foreste e montagne – cercavano i rottami, il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha detto che la nazione “dovrebbe pregare” per Raisi . Emerge così  una preoccupazione  che va al di là della  tragedia umana dell’incidente, ma che avrà importanti implicazioni per uno Stato alle prese con proteste interne e impegnato un confronto regionale e internazionale

Sin dalla rivoluzione iraniana del 1979, Raisi ha agito come un  fedele e assiduo “uomo d’apparato” del regime conquistando la protezione dell’ayatollah Khamenei, che come leader supremo detiene il potere ultimo nella Repubblica islamica. Prima di diventare presidente nel 2021, Raisi ha ricoperto diversi incarichi nella magistratura come pubblico ministero,  e alla fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, fece parte della commissione che condannò a morte migliaia di prigionieri politici.

Quelle esecuzioni gli valsero il soprannome di “ Macellaio di Teheran ”la condanna internazionale, ma nonostante fosse considerato privo di carisma ed eloquenza, si riteneva  che a 63 anni, fosse potesse succedere all’85enne Khamenei come leader supremo.

Sul piano interno, la presidenza di Raisi ha dovuto affrontare una situazione di crisi interna e internazionale dopo aver vinto le contrastate e pilotate elezioni con una affluenza alle urne, storicamente bassa, inferiore al 50%  Per placare la  base conservatrice, Raisi e il suo governo hanno rinvigorito la polizia morale e hanno reimposto le restrizioni religiose alla società.

Le manifestazioni si sono rivelate le più grandi e persistenti  nei quasi cinquant’anni di storia della Repubblica islamica, provocando una repressione statale senza precedenti,, ma  Raisi ha dimostrato la sua lealtà al leader supremo e alle élite conservatrici raddoppiando le restrizioni e le repressioni.

Nel frattempo  l’economia iraniana ha continuato a soffrire a causa di una combinazione fra cattiva gestione e sanzioni internazionali statunitensi che hanno favorito le scuse per la repressione interna, ma soprattutto hanno orientato la politica estera di Teheran.

In quanto leader supremo, Khamenei ha l’ultima parola sulla politica estera, ma  Raisi presiedeva uno Stato che continuava sulla strada del confronto duro con  Stati Uniti e Israele, allontanandosi da ogni prospettiva di riavvicinamento con l’Occidente.

Di fronte all’aumento delle sanzioni statunitensi, l’Iran di Raisi si è mostrato riluttante a rilanciare l’accordo sul nucleare, mentre  ha aumentato l’arricchimento dell’uranio, bloccando  gli ispettori internazionali ed è diventato uno stato prossimo alla soglia nucleare.

Inoltre proseguito la politica del “guardare a est” del suo predecessore, Hassan Rouhaniperseguendo un decisivo  riavvicinamento alla Cina, mentre  Pechino, a sua volta, ha garantito aiuti economici  importando petrolio iraniano e mediando un accordo diplomatico tra Iran e Arabia Saudita nel marzo 2023 proprio sul conflitto yemenita.

Nel frattempo, sotto la sua presidenza , l’Iran ha continuato a sostenere gli avversari degli Stati Uniti  fornendo droni da combattimento alla Russia per l’uso in Ucraina e  armi alle varie milizie filoiraniane  in Medio Oriente.

Dall’inizio della guerra a Gaza, il 7 ottobre dello scorso anno,l’Iran  ha mantenuto un delicato equilibrio tra l’ok ai suoi alleati regionali  di contrastare Israele e gli Stati Uniti, ma evitandouno scontro diretto con entrambi i paesi, che sono nemici militarmente superiori. Questo equilibrio è stato momentaneamente interrotto quando, ad aprile, la Repubblica islamica haattaccato direttamente Israele, senza successo,   con droni e missili per la prima volta nella storia, come rappresagliaper un attacco al consolato iraniano a Damasco. Al momento dell’incidente in elicottero, Raisi e i suoi colleghi stavano tornando da una cerimonia di inaugurazione della diga tenutasi nel vicino Azerbaigian.La cerimonia era presumibilmente destinata all’Iran per ingraziarsi il governo azero, avendo precedentemente assunto una posizione ambigua, nel conflitto del Nagorno-Karabakh con l’Armenia,che si è concluso con la vittoria dell’ Azerbaigian  alla fine del 2023.

Secondo la costituzione iraniana, la morte di un presidente fa sì che il primo vicepresidente ricopra la carica di presidente ad interim. In questo caso il designato sarebbe  Mohammad Mokhber,un politico molto simile a Raisi e membro della squadra iraniana che ha negoziato gli accordi sulle armi a Mosca. Entro 50 giorni l’Iran dovrebbe inoltre tenere le elezioni presidenziali.Resta da vedere a chi il leader supremo darà l’assenso come futuro presidente e potenziale successore. Ma è quasi certo che i conservatori di Teheran continueranno a stare nell’Inner circle del potere, data la pressione interna ed esterna che devono affrontare. A livello nazionale, ciò potrebbe assumere la forma di una maggiore repressione statale e di manipolazione elettorale. A livello regionale e internazionale ciò potrebbe significare creare legami più forti con potenziali  alleati e perseguire un confronto calcolato contro gli avversari tradizionali.

È molto  ragionevole supporre che la morte del presidente iraniano sia solo un anello di una catena di violenza politica che si svolge contro i leader di paesi che, in un modo o nell’altro, sono andati contro la volontà di Washington e Bruxelles.

Significativa la  cronologia degli eventi inquietanti e tragici di questo maggio, riportata a Mosca, dalla Komsomolskaia Prava(e non solo). A partire dalle informazioni emerse su un possibile attentato al principe ereditario dell’Arabia Saudita, mentre una settimana dopo, il presidente della Turchia Erdogan  ha annunciato che nel paese si stava preparando un colpo di stato militare.

Il 15 maggio, ci fu l’attentato alla vita del primo ministro slovacco Robert Fico, il 16 maggio: viene sventato l’attentato alla vita del presidente serbo Aleksandar Vucic. Ci sono minacce aperte contro l’“euro-apostata” Viktor Orban, senza  dimenticare altri “disordini politici” nel mondo quali i tentativi di scatenare un’altra rivoluzione colorata in Georgia.

Tutti elementi che secondo il quotidiano moscovita, fanno pensare a una  fase storica di “caos controllato”, ma che colpisce prevalentemente chi intrattiene buoni rapporti con la Russia. 

Allora è Putin che porta sfiga o altro? Le vie della dietrologia sono infinite e già in molti (analisti?) si stanno esercitando e non solo a Mosca.

aggiornamento morte Raissi ore 11.09

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