L’Italia non è purtroppo Paese di riforme strutturali. Il suo sistema politico si è acconciato da anni al ciclo annuale delle scadenze europee di finanza pubblica, ergo tutti gli interventi sulle variegate componenti dell’economia italiana derivano dalle superiori priorità dei saldi pubblici da realizzare ogni anno per il rientro graduale del debito pubblico, quindi demandati alle leggi di bilancio. Ma è una metodologia sbagliata. Riforme strutturali, come quella fiscale o previdenziale, si devono fare con logiche attuariali pluriennali e dovrebbero essere i saldi pubblici annuali stabiliti a dover tener presente esigenze e conseguenze delle riforme strutturali, non viceversa. Altrimenti si generano due conseguenze negative. La prima è che alcuni rilevanti gap della nostra politica economica e del Welfare non si avviano mai a svolte efficaci e organiche. La seconda è che invece in legge di bilancio si realizzano microinterventi a pioggia su cui domina ovviamente la Ragioneria Generale dello Stato: da qui, ad esempio, la somma di bonus annuali dovuti con cui abbiamo scassato l’IRPEF ridottasi al 16% dei contribuenti che ne pagano il 63%, o l’esaurimento a fine 2025 di tutti i principali strumenti di agevolazione agli investimenti delle imprese che, al contrario, hanno bisogno di certezze pluriennali.
Nella logica “microinterventi a sguardo corto”, il comparto dell’economia italiana a maggior rischio di sottovalutazione delle sue priorità è paradossalmente quello che pesa di più nella generazione del PIL, cioè il settore terziario dei servizi. E’ che l’obiezione immediata sia la complessa eterogeneità di una società moderna che da una parte è sempre più terziarizzata, dall’altra ovviamente vede operare nei servizi di mercato settori completamente diversi, dai servizi alle imprese al mondo delle professioni dalla grande alla piccola distribuzione commerciale, dai servizi tecnologici alla logistica e ai trasporti, e via continuando. Tuttavia non è un’obiezione accettabile. E’ infatti proprio questa impostazione, a generare in prevalenza una serie di vieti luoghi comuni pressoché costanti nel dibattito pubblico italiano a cui la politica è così ipersensibile. Come la bassa produttività dei servizi italiani, la sua bassa componente di valore aggiunto, la sua modesta quota di export diretto, e via continuando. Da una parte la politica magnifica, comprensibilmente, i sempre nuovi record di occupati, dall’altro dimentica che il più degli occupati aggiuntivi è assorbita proprio dai servizi. Delle difficoltà del commercio di prossimità si parla solo in chiave di riprogettazione urbanistica, invece di dare un occhio a che cosa avviene davvero nella correlazione tra prezzi crescenti degli affitti metropolitani e bilanci e margini sovracompressi delle piccole imprese commerciali. E’ ovvio che non sia ragionevole fare di tutt’erbe un fascio. La crescita di produttività e valore aggiunto dei servizi offerti dal mondo degli intermediari finanziari e nel settore dei servizi alle imprese, ad esempio, non ha purtroppo l’eguale nelle difficoltà che attraversano settori come quello della logistica e dei trasporti. Ma è altrettanto vero che solo con uno sguardo annuale serio agli interventi prioritari per i diversi problemi che affliggono alcuni settori dei servizi, si costruiscono le basi per una crescita italiana più solida e strutturale negli anni a venire. La componente del sostegno del reddito disponibile degli italiani, per via Irpef e contributiva, ha un ruolo nella funzione della domanda, ma da sola non è in grado di sostenere le imprese che operano nei diversi comparti dell’offerta di servizi.
Domenico Labussola (Confcommercio.it)
