di Balthazar
Il mercato delle valute assiste a una complessa trasformazione nell’equilibrio finanziario dell’Asia orientale. Lo yen giapponese – tradizionalmente considerato uno dei porti sicuri per del sistema monetario internazionale- si trova tra dinamiche macroeconomiche interne e pressioni speculative internazionali.
Con il cambio dollaro/yen posizionato sui livelli più deboli dagli anni Ottanta e la soglia dei 160 yen per dollaro costantemente sotto pressione, il Giappone si scopre diviso tra i benefici dell’export e i costi insostenibili dell’inflazione importata.
Il Giappone è un paese povero di risorse naturali ed è costretto a importare dall’estero quasi la totalità dei suoi beni primari. Importa circa il 90% del suo fabbisogno energetico (petrolio, gas naturale liquefatto/LNG e carbone) e oltre il 60% delle materie prime agricole e del cibo consumato internamente. Quando i prezzi internazionali delle materie prime aumentano sui mercati globali, i costi per l’economia giapponese salgono immediatamente.
Un’arma a doppio taglio per l’economia nipponica
Per la terza economia del pianeta, la persistente debolezza della moneta nazionale rappresenta un paradosso. Da un lato, il deprezzamento dello yen ha agito propulsore per i giganti industriali e le multinazionali di Tokyo. I profitti rimpatriati dall’estero si traducono in bilanci societari record, spingendo la Borsa di Tokyo (indice Nikkei) a livelli storici e attirando massicci flussi di capitale azionario internazionale.
Dall’altro lato, la sua svalutazione si scarica sulle famiglie e sulle piccole imprese con una inflaziona da costi costi che erode il potere d’acquisto dei salari reali e raffredda i consumi interni. Il modello economico che per trent’anni ha temuto la deflazione si ritrova oggi a combattere contro il rincaro della vita quotidiana.
