Già a marzo del 2022, mesi prima di indicare agli inquirenti il luogo dove era sepolta Saman Abbas, lo zio della ragazza Danish Hasnain aveva intenzione di collaborare con gli inquirenti. E lo confessò anche a due agenti del carcere di Reggio Emilia dove è tuttora detenuto. Aveva però paura di ritorsioni nei confronti della moglie che si trovava in Pakistan. Solo dopo l’arresto del fratello Shabbar Abbas, avvenuto il 15 novembre dell’anno scorso, Hasnain portò il 17 novembre seguente gli investigatori nelle campagne di Novellara indicandogli dove scavare per recuperare i resti della nipote (del cui omiocidio è accusato in concorso con altri quattro parenti), scomparsa a maggio del 2021. Questo anche dopo aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che la moglie, su interessamento del suo legale Liborio Cataliotti, sarebbe potuta venire in Italia (come poi è avvenuto) ed essere protetta. Lo ha raccontato oggi in aula a Reggio Emilia lo stesso imputato, rendendo dichiarazioni spontanee per quasi un’ora. “Volevo iniziare da subito la collaborazione- ha detto Hasnain con l’aiuto di un interprete- ma prima volevo che mia moglie fosse sicura e tranquilla”. Solo dopo l’arresto di Shabbar Abbas, oggi detenuto a Islamabad e in attesa di estradizione, “ho preso forza e ho detto agli investigatori di portarmi anche subito là (sul luogo del ritrovamento della salma di Saman, ndr) perché volevo aiutare”. Dopo essersi lamentato per le difficoltà della vita carceraria (“ho passato in isolamento 10 mesi e 10 giorni e non voglio tornarci”) Hasnain ha attaccato il fidanzato di Saman Saqib Ayub. “Per me- ha detto- l’ha solo usata fino in fondo e voleva sposarla solo per avere i documenti (italiani, ndr)”. Altrimenti, rincara l’imputato, “non l’avrebbe lasciata tornare in quella casa che Saman stessa gli aveva detto non essere sicura”. Circa il rapporto con il nipote, il fratello più piccolo di Saman che ha dichiarato di avere paura di lui- oggi in aula è stata ascoltata anche la psicoterapeuta che l’ha in cura- Hasnain smentisce questa versione: “E’ cresciuto fra le mie braccia, per me era come un figlio. Mi chiedeva di portarlo in piscina e mi faceva vedere le foto delle ragazze con cui usciva. Insomma più che uno zio io ero per lui e Saman un amico, una persona con cui potevano confidarsi”. Il fratello di Saman, all’epoca minorenne, sarà ascoltato in aula venerdì prossimo, forse in forma protetta (il giudice non si è espresso). E a questo proposito lo zio ha detto: “Non vorrei che davanti alle telecamere la sua vita diventi come la nostra, cioè non sicura”.
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