di Riccardo Bizzarri (*)
Nel Paese dove “Francia o Spagna purché se magna” è diventato un manifesto politico più attuale della Costituzione, il calendario ci ha servito quest’anno un’accoppiata da far tremare anche i più navigati direttori di telegiornale: il Papa è morto il 21 aprile, e pochi giorni dopo arriva il 25 aprile, Festa della Liberazione. O di Liberazione selettiva, a seconda della tessera che si ha in tasca.
E qui, come da tradizione tutta italiana, non si celebra: ci si schiera.
Da una parte, i nostalgici del balcone con tricolore stirato e playlist di Bella ciao in loop su Spotify. Dall’altra, il fronte di chi vorrebbe sospendere ogni cerimonia per rispetto del Santo Padre – non tanto per fede, quanto per captatio benevolentiae del pubblico cattolico moderato. Che poi vota, e quello sì che è sacro.
Nel mezzo? Il caos. E nessuno spazio per il silenzio, perché anche davanti alla morte del Papa, che una volta avrebbe fatto fermare perfino il Festivalbar, oggi si cercano visualizzazioni, commenti e analisi da talk show. Come direbbe Machiavelli, “gli uomini giudicano più con gli occhi che con le mani”, ma oggi giudicano più coi pollici, scrollando compulsivamente.
Si parla, si commenta, si pontifica (è il caso di dirlo), ma nessuno si interroga su cosa significhi davvero “commemorare” o “onorare”. Perché tanto tutto è diventato una mossa di scacchi in vista delle prossime elezioni europee, regionali, parrocchiali, condominiali.
Il 25 aprile 1945 fu il giorno in cui l’Italia alzò la testa dopo vent’anni di regime e cinque di guerra. Sandro Pertini disse: “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza.” Oggi, invece, dietro ogni post sulla Resistenza ci stanno tre social media manager e una riunione del direttivo di partito.
Il Papa, intanto, è morto. Il 21 aprile. E la notizia ha fatto il giro del mondo… prima di diventare, inevitabilmente, materiale per la macchina del fango. C’è chi ha accusato il Presidente della Repubblica di aver pronunciato parole troppo tenere. Chi ha criticato il premier per non essersi inginocchiato abbastanza. Chi ha trovato nelle esequie un’occasione perfetta per pubblicare selfie “in raccoglimento” con la propri foto accanto al Santo Padre.
E mentre l’Italia si divide tra Requiem aeternam e Fischia il vento, qualcuno ha persino proposto di rimandare le celebrazioni del 25 aprile, per rispetto. Peccato che nessuno abbia mai rimandato una crisi occupazionale o uno sfratto per rispetto del popolo. Ma si sa, il rispetto è un lusso che si usa solo quando serve a guadagnare qualche voto.
Gramsci diceva: “Odio gli indifferenti.” Ma oggi il problema non è più l’indifferenza, è l’eccesso di presunta partecipazione, che però è solo rumore di fondo. Ogni fatto – sia una sconfitta della nazionale, una scossa di terremoto o la morte di un Papa – diventa immediatamente un test elettorale.
Un tempo si diceva che l’Italia si fermava solo per la Nazionale o per il Papa. Oggi no. Si ferma solo se lo dice l’algoritmo. E anche il lutto diventa evento, format, share. Chi va ai funerali papali lo fa con l’occhio alle telecamere, chi resta a casa lo fa per distinguersi. Ma nessuno sembra più capace di vivere un momento senza chiedersi: “Che impatto avrà sui sondaggi?”
Così ci ritroviamo, ancora una volta, a seppellire la decenza prima ancora del defunto. Invece di unire, il lutto divide. Invece di riflettere, si litiga. Invece di ricordare, si usa. È uno scandalo tutto italiano, ma ormai ci siamo affezionati: qui la memoria è un campo di battaglia, e la morte è solo una pedina.
Ma la verità è che siamo stanchi. Non tanto per il Papa, o per il 25 aprile. Ma per l’ennesima occasione persa di essere umani prima che tifosi politici.
E allora sì: buon 25 aprile a chi ci crede ancora, nonostante tutto.
Buon cordoglio mediatico a chi si commuove solo davanti alle urne (elettorali).
E condoglianze a noi, che continuiamo a sopravvivere in un Paese dove perfino la morte ha bisogno di un portavoce stampa.
(*) Giornalista
