di Giuseppe Onorati
Il caso di Anna Rosa, la bambina deceduta a Palermo per infezione difterica, è stato ignobilmente strumentalizzato nella perversa “guerra santa” contro lo scetticismo verso i vaccini. Una guerra ideologica, fondata sulla semplificazione della logica binaria e connotata di contraddizione da parte di chi ha pretese di legittimazione scientifica ma si ritrae a dibattiti fra posizioni scientifiche contrastanti.
E’ andata via una bambina di quattro anni, un dramma incommensurabile per la famiglia e c’è un’inchiesta giudiziaria in corso per appurare le varie responsabilità; il miglior atteggiamento che si possa raccomandare all’opinione pubblica è quello di rispettare il dolore dei familiari e l’esito delle indagini, senza iniziare ad emettere sentenze basate su conoscenze ed informazioni insufficienti o completamente mancanti.
Invece, potrebbe essere utile, partendo da questo caso di Palermo, introdursi ad un largo discorso conoscitivo sulla difterite, considerando il problema sotto vari aspetti: microbiologico, statistico, clinico e farmacologico, affrontando poi le possibilità di risposta che al momento il sistema sanitario sia capace di offrire.
La difterite respiratoria è un’infezione causata da Corynebacterium diphteriae tossigenico e potrebbe considerarsi una patologia con un’incidenza quasi nulla in Italia, guardando i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control); per l’ISS dal 1996 in Italia non si sono registrasti casi da Corynebacterium diphteriae tossigenico mentre dal 2000 al 2014, si sono verificati due casi da Corynebacterium ulcerans e cinque da Corynebacterium diphtariae non tossigenico e i tre casi registrati nel 2022, d’infezione da Corynebacterium diphteriae tossigenico, erano importati. Secondo i dati del rapporto ECDC del 2025 invece risultano due casi italiani nel 2023, mentre nessuno da inizio 2024 a Giugno 2025.
Dunque una malattia con incidenza prossima allo zero, che probabilmente non è quasi mai stata incontrata nell’esperienza clinica delle ultime generazioni di medici ed è solo conosciuta in astratto; più specificamente, la difterite respiratoria tossigenica faringea, quella del caso di Palermo, potrebbe essere scambiata ad un certo stadio della malattia, con altre patologie che interessano l’apparato respiratorio, per analogie sintomatiche, visto che queste ultime (come una faringotonsillite ad esempio) si presentano con una maggior frequenza nell’esperienza clinica. Ovviamente è un discorso che non vuol minimamente giustificare eventuali errori diagnostici (a tal proposito, i genitori di Anna Rosa hanno denunciato i tre ospedali presso cui la loro bambina era stata visitata e ricoverata) ma anzi, evidenziare la complessità della situazione, per evitare facili conclusioni non rispettose delle indagini in corso e basate su conoscenze ed informazioni scarse.
Una volta ipotizzato dai sintomi che si tratti di difterite, si deve cercare d’isolare il batterio, verificare se vi sia la presenza del gene tossico e controllare se il ceppo di appartenenza produca tossina biologicamente attiva; tutto questo richiede tempi di analisi più dilatati rispetto all’intervento farmacologico che servirebbe per bloccare l’eventuale ulteriore produzione tossinica che danneggia organi e tessuti; mentre non è possibile eliminare la quantità di tossina già legatasi alle cellule. Gli antibiotici possono eliminare il batterio e bloccare così la produzione di nuova tossina e con il Diphteria Antitoxin, un preparato di origine equina che ha anticorpi per neutralizzare la tossina, si può pensare a quella ancora libera. Ed è qui che il problema si complica, perché oltre alla drammatica non coincidenza dei tempi di diagnosi e necessità d’intervento terapeutico, la bassa incidenza della malattia ha portato ad una contrazione di domanda ed offerta del Diphteria Antitoxin, con probabili aumenti di difficoltà nell’avere disponibile in tempi utili il farmaco, nonostante le raccomandazioni dell’ECDC, secondo le quali gli Stati devono regolarmente controllare l’accesso al farmaco, al fine di averlo sempre disponibile per casi conclamati o sospetti di difterite, anche muovendosi oltre i confini per approvvigionarsene.
Si arriva poi al punto della prevenzione che è rappresentato dal vaccino antidifterico, che contiene anatossina e protegge esclusivamente dalla tossina e quindi dagli eventuali effetti locali e sistemici che questa possa comportare all’organismo in caso d’infezione. Il vaccinato quindi non è preservato dall’infezione e può esserne portatore asintomatico anche di ceppo tossicogenico. Questo punto è quello più spinoso, perché anche nel caso di questa vicenda palermitana, ha innescato un feroce quanto viziato dibattito sull’obbligo vaccinale, sfruttando l’enfasi emotiva creata dal decesso di una bambina di cui i genitori, secondo una parte dell’opinione pubblica, sarebbero responsabili, non avendo prestato la giusta attenzione preventiva. Un dibattito innanzitutto non rispettoso del momento difficile per la famiglia della piccola Anna Rosa e delle indagini in corso, e come da copione negli ultimi tempi, evasivo verso un vero confronto fra posizioni divergenti, come nel dominio del discorso scientifico si dovrebbe.
Ribadendo che vada rispettata l’attività d’indagine giudiziaria, questo caso di Palermo ci deve far riflettere su una considerazione: se ci sono dei genitori che vadano dallo scetticismo, ad una condizione vera e propria di paura per le vaccinazioni pediatriche esavalenti, in quanto vi sia il sospetto di una correlazione con lo sviluppo dell’autismo, non dev’esserci un atteggiamento di caccia alle streghe che semmai alimenta i sospetti, bensì si dovrebbero incoraggiare studi e dibattiti pubblici corretti. In più, anche una via intermedia per chi voglia, deve poter essere contemplata, ossia quella di un vaccino specifico, senza necessariamente essere costretti alla polivalenza.
In merito alla difterite, nel Giugno 2026 l’AIFA ha dichiarato l’indisponibilità sul territorio nazionale di DIFTETALL, vaccino bivalente per difterite e tetano a contenuto ridotto di antigene e le linee ECDC raccomandano, per l’uso pediatrico ,una dose a pieno contenuto antigenico, che ormai si trova in vaccini combinati, creando una strada obbligata in tutti i sensi.
Il caso di Anna Rosa offre all’opinione pubblica la possibilità di riflettere sulla complessità che l’emergere di una malattia a quasi nulla incidenza possa comportare e di ragionare sulla necessità di capire fino in profondità quali siano le forme ed i modi migliori per fare prevenzione, minimizzando ogni sorta di rischio, in linea con il metodo scientifico e con l’etica del benessere.
