di Riccardo Bizzarri (*) giornalista
Teheran – In un finale degno di un tragicomico dramma persiano, Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran da più di trent’anni, ha deciso di congedarsi in sordina. Nessuna processione tra le folle in lacrime. Nulla. Semplicemente, non c’è più. Scomparso. Dissolto nel nulla come un ayatollah Houdini. Qualcuno sussurra che sia in una stanza bunker tra le montagne di Alborz, intento a negoziare con Allah una dilazione sulla data di scadenza. Altri dicono che sia semplicemente morto dentro e fuori, da anni.
Secondo fonti non confermate (ma assai creative), Khamenei sarebbe stato colto da un raro momento di lucidità: avrebbe capito che l’Iran non si governa più. Il popolo è esausto, la gioventù in rivolta, le donne senza velo e senza paura, i pasdaran affamati di potere e dollari, e il clero scettico, persino nei confronti di Dio.
L’ultima apparizione pubblica risale a settimane fa. Da allora, silenzio. Alcuni lo paragonano a Diocleziano, che si ritirò nell’orto a Spalato dopo aver capito che comandare un impero stanco è impresa da folli. Ma almeno Diocleziano coltivava cavoli. Khamenei ha lasciato solo ortiche.
Le istituzioni iraniane ora si agitano come polli senza testa. Il presidente Raisi è morto in elicottero, ironia cosmica o sabotaggio divino, e la lotta per la successione si è fatta da tragicommedia di Shakespeare: “Molto rumore per nulla”. Il popolo iraniano, già lasciato in balia di una crisi economica che nemmeno l’inflazione venezuelana invidia, ora si trova senza una guida, senza un volto, senza nemmeno un nemico visibile. E questo rende tutto più insopportabile. “Lo abbiamo temuto come un dio, lo salutiamo come un vecchio contabile fallito,”dice una studentessa di Qom, che chiede l’anonimato ma non risparmia ironia.
Sotto Khamenei, l’Iran ha conosciuto la repressione più sofisticata del Medio Oriente, ma anche la più surreale forma di propaganda: la “resistenza islamica” era più uno sketch tragicomico che un modello politico. Tra droni, sanzioni e martiri fabbricati in serie, il paese ha smesso di credere anche al martirio.
Il messaggio non detto della scomparsa di Khamenei è chiarissimo: non ci credo nemmeno più io. È l’abdicazione più silenziosa e paradossale della storia moderna: quella di un uomo che ha tenuto il potere fino a svuotarlo completamente, e quando non è rimasto nulla da comandare, si è dileguato. Potremmo chiudere con un versetto del Corano. Ma, forse, meglio Machiavelli, che avrebbe detto: “I popoli si dimenticano più facilmente della morte del padre che della perdita della libertà.” In Iran, di libertà non ce n’è mai stata molta. Ma almeno, ora, si comincia a respirare l’assenza di un oppressore.
E in un paese dove la guida suprema sparisce senza un addio, forse è proprio questo il primo passo verso qualcosa di simile a un’alba.
(*) Giornalista
