Politica

L’ultimo spettacolo di Silvio Berlusconi

dI Fabiana D’Eramo

Rai, Mediaset, Sky, La7 e oltre venti canali hanno trasmesso in diretta i funerali di Silvio Berlusconi. L’imprenditore di Milano che ha fondato Fininvest, il demiurgo del media-evo italiano, il capobanda delle reti private che nell’80 è riuscito a piazzare i propri ricevitori in tutto il paese, scavalcando la legge che lo obbligava a trasmettere non più in là della Lombardia, si è fatto dare l’ultimo saluto a reti unificate. Finale obbligatorio.

È stato l’uomo che ha cambiato il paese, dicono i commentatori. Più in televisione che in politica. Tanto, è quasi lo stesso. L’Italia ha seguito lo spettacolo del lutto nazionale dalla tv, e forse qualcuno si è chiesto che cosa mai abbia spinto quindicimila persone a riempire Piazza Duomo per lui. Anche Elly Schlein e Matteo Renzi hanno reso omaggio all’irriducibile avversario. Chi è stato quest’uomo? Che cosa ha fatto? Perché la sua bara è stata circondata da tanto amore, da tanto rimpianto? Ha cambiato per sempre il pudore e la morale televisiva. Per diciassette anni è stato al centro della scena politica e per un altro decennio ha fatto di tutto per continuare ad esserlo. È stato nemesi della stampa e della magistratura. Protagonista di guai giudiziari – scandali sessuali, corruzione, evasione fiscale, stragi di mafia. C’era questa leggenda metropolitana – che nessuno lo abbia mai votato – e adesso c’è questa piazza piena. Che cosa rende un uomo amato e che cosa lo fa diventare una canaglia?

In un articolo post mortem il quotidiano Politico ha scritto che Berlusconi era tante cose, ma più di tutto era un seduttore. In effetti il carattere degli italiani ha subito profonde influenze provenienti dalla televisione, e soprattutto dalla televisione commerciale, il mezzo che ha saputo meglio di altri interpretare lo spirito della modernità della società italiana. La televisione nel nostro paese non si limita a trasmettere e commentare la politica, ma continuamente la plasma. E Berlusconi, con le sue tre piccole reti, la strategia dell’evasione, l’intrattenimento e lo svago, l’ha sedotta l’Italia degli anni ottanta, quella stanca dell’impegno politico, delle stragi, delle rivolte e dei fumogeni. Quello che è successo in politica dalla decade successiva in poi –  la scesa in campo di Forza Italia, la vittoria alle elezioni del 94 e il primo dei quattro incarichi da Presidente del Consiglio, e persino il governo di oggi, anche se lo scettro della coalizione se lo sono rubato prima Matteo Salvini e poi Giorgia Meloni –  tutto è successo in gran parte perché il Cavaliere, il primo dei populisti, ha scritto su uno schermo a lettere fosforescenti che ci si potesse permettere tutto e che tutto fosse permesso.

Così, i protagonisti dei talk e dei reality e dei game show di Mediaset che hanno sfilato alla veglia funebre con i volti quasi interamente coperti dagli occhiali scuri hanno commentato all’unanime che Berlusconi era un uomo “generoso”, uno che non si risparmiava. Sono loro, i volti televisivi, che hanno manifestato più dolore, mentre ad esempio la premier ha presenziato contenuta, a seguito di un altrettanto contenuto messaggio d’addio social – “A Dio, Silvio”, senza patetismi. Quasi a dimostrare che Silvio Berlusconi sia stato in realtà una figura televisiva soltanto occasionalmente prestata alla politica, nella quale è entrato da alieno e se n’è andato senza dare eredi. Resta un personaggio terribilmente televisivo: carismatico, instancabile, immortale, quasi, come i protagonisti delle serie animate, vittime di folli e pericolosi eventi surreali e che eppure tornano sempre nell’episodio successivo senza un graffio. Un personaggio che poco ha a che fare con le figure ingessate della politica, ma d’altronde Berlusconi non ha mai voluto spartire niente né con le istituzioni né con i santi – e infatti questo processo di beatificazione sui media gli rende davvero poca giustizia. Perché è questo a farlo rimpiangere a tanti, persino a Santoro, questo suo essere una simpatica canaglia, un vizioso, e dunque qualcosa di noto, di comune, addirittura di simile a noi. Un uomo retto può dimostrarsi noioso, inconsistente, irreale, mentre il pessimo Berlusconi delle battutacce e degli scandali pare invece acquistare, per il fatto stesso di essere pessimo, fascino e una parvenza di realtà. A quelli come lui l’Italia vuole, suo malgrado, ribadire la sua lealtà.

Attenzione perché questo non vuol dire che Berlusconi abbia giocato sul ruolo dell’uomo del popolo, l’uomo comune. Di comune non aveva proprio niente e ci teneva a ribadirlo. Aveva i soldi, e aveva vinto. Aveva sempre vinto, nonostante tutto, come imprenditore, come politico, come imputato. Col suo modo di fare ottimista e trionfante, prometteva agli italiani che avrebbero vinto anche loro. Che avrebbero pagato meno tasse e si sarebbero divertiti di più, avrebbero avuto molte donne e l’avrebbero sempre passata liscia. Anche qui entra in gioco l’uomo della televisione, l’uomo di marketing, l’industriale. Di fronte a questa allettante offerta, una larga fetta della società italiana ha trovato modo di riconoscersi unita. Una prima volta e poi in tante successive repliche della stessa identica manipolazione, fino all’ultimo enorme spettacolo. In un certo senso, è difficile dire se Berlusconi sia stato il corrotto o se ci abbia corrotti lui.

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