di Riccardo Bizzarri (*)
In Lettonia il fenomeno del “marito in affitto” è diventato un curioso simbolo sociale tra ironia e trasformazione culturale: uomini chiamati per piccoli lavori domestici che finiscono per rappresentare, sarcasticamente, il nuovo modello di relazione “a consumo”. Una battuta che racconta però un cambiamento reale: meno dipendenza affettiva, più autonomia e relazioni sempre più flessibili nella società europea contemporanea una sorta di cambia verso del patriarcato. In Italia ovviamente l’espressione “marito in affitto” fa scattare il sopracciglio. In Italia, patria della commedia degli equivoci, uno si aspetterebbe subito scenari da film anni ’70, magari con qualcuno che entra dalla porta principale e scappa dalla finestra. E invece no: niente tresche, niente romanzi rosa. Solo trapani, siliconi e una disperata ricerca della chiave a brugola giusta. Il “marito in affitto” è, molto più prosaicamente, un tuttofare. Una figura mitologica metà artigiano, metà psicologo, che compare quando il rubinetto perde, la mensola pende e il quadro continua a stare storto anche dopo quattro tentativi e due discussioni familiari. In un Paese dove il bricolage è spesso affrontato con lo stesso spirito con cui si guarda il libretto delle istruzioni, ovvero mai, questa figura diventa essenziale. Non perché manchino le competenze, ma perché manca il tempo, la voglia o, più spesso, la pazienza. Diciamolo: l’Italia è il regno del “poi lo faccio”. Il marito in affitto è quello che arriva e lo fa davvero. In Lettonia il fenomeno nasce da uno squilibrio demografico piuttosto serio (dati Eurostat alla mano), con più donne che uomini e una serie di cause strutturali. In Italia la situazione è diversa, ma il risultato, curiosamente, converge. Qui il problema non è l’assenza degli uomini, ma la trasformazione del loro ruolo domestico. E anche quello delle donne, ovviamente. Famiglie più piccole, più single, più persone che vivono da sole e meno tempo da dedicare alle faccende pratiche. Se nel dopoguerra l’uomo medio italiano sapeva almeno distinguere un cacciavite da un mestolo (non sempre, ma diciamo per convenzione), oggi siamo di fronte a una generazione cresciuta più tra app e touchscreen che tra trapani e tasselli. E poi c’è la verità più scomoda: molti lavori non sono difficili, sono solo tremendamente noiosi. E delegarli è diventato un lusso accessibile. L’idea del “marito che aggiusta le cose” ha radici profonde. Già nel mondo romano, il pater familias non era solo capo morale della casa, ma anche, quando serviva, colui che si occupava della gestione pratica della domus. Certo, con qualche schiavo a disposizione, il concetto di bricolage era un filo diverso. Nel Rinascimento, invece, l’uomo di casa iniziava a specializzarsi meno nel “fare tutto” e più nel “far fare”. Una tendenza che oggi abbiamo portato all’estremo: non solo non aggiustiamo, ma prenotiamo qualcuno che lo faccia con tre click. Il nome “marito in affitto” funziona perché gioca con questo immaginario. È ironico, un po’ provocatorio, e richiama un’idea familiare: qualcuno che arriva e risolve. Senza discussioni, senza procrastinazione, senza quella frase micidiale: “Lo faccio domenica. Sì, esiste anche una versione “sociale” del servizio: accompagnatori per eventi, teatro, cene aziendali. Ma in Italia, diciamolo, questa parte resta minoritaria. Qui il vero bisogno non è qualcuno con cui andare a vedere uno spettacolo, ma qualcuno che sappia montare una libreria senza lasciare tre pezzi avanzati e una crisi esistenziale. In sintesi e con un pizzico di verità amara il “marito in affitto” non è il segno di una società che ha perso qualcosa, ma di una società che ha cambiato priorità. Non è una storia di uomini che mancano, ma di competenze che si esternalizzano. Un po’ come abbiamo fatto con tutto il resto: dal cibo (delivery) al sapere (Google), fino, inevitabilmente, anche alle viti del mobile del salotto. E forse il vero progresso non è saper fare tutto, ma sapere quando è il caso di chiamare qualcuno che lo faccia meglio. Anche perché, tra un rubinetto che perde e una mensola che crolla, la differenza tra fai-da-te e chiamare un professionista è spesso una sola: quanto vuoi soffrire prima di arrenderti. E così, tra emancipazione, precarietà sentimentale e manutenzioni domestiche “on demand”, anche il matrimonio sembra essersi adattato ai tempi moderni: meno promesse eterne e più assistenza tecnica programmata. Del resto, come scriveva ironicamente Ennio Flaiano, “gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore”; oggi, forse, semplicemente corrono in aiuto di chi sa montare un mobile Ikea. E chissà che un giorno, davanti all’ennesima discussione coniugale, qualcuno non senta davvero pronunciare la frase definitiva:
“Caro, stasera esco… vado con il marito in affitto.”
(*) Giornalista
