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Massa Carrara, ovvero: “Cogito, ergo fatturo”

A Massa provincia di Massa Carrara l’eterno dibattito tra morale e moneta ha trovato una sintesi tutta italiana: 200mila euro non dichiarati da una escort, ricostruiti con certosina pazienza dagli zelanti funzionari della GdF con grandissimo zelo e grande dovizia di particolari. Non è una farsa di Molière, ma un atto amministrativo. E forse proprio per questo è più comico. La novità non è il mestiere più antico del mondo, ma il mestiere più aggiornato del mondo: quello che dal 2025 ha un codice Ateco. Sì, avete letto bene. Tra “coltivazione di barbabietole” e “fabbricazione di bulloni”, ora possiamo trovare anche “Servizi di incontro ed eventi simili”. Aristotele classificava gli esseri viventi; noi classifichiamo le tariffe orarie.

 

Parmenide scriveva che l’essere è e non può non essere. E infatti il reddito è: anche quando non viene dichiarato. Duecentomila euro, con prestazioni da circa 200 euro l’una, pubblicizzate online con più trasparenza di certe campagne elettorali. Il Fisco, che di metafisica se ne intende, ha incrociato movimenti bancari, flussi di spesa e silenzi dichiarativi, fino a trasformare l’eros in imponibile. Ed è qui che l’Agenzia delle Entrate in perfetta sincronia con i finanzieri, ha attribuito d’ufficio una partita IVA. Cartesio direbbe: Dubito, dunque penso; penso, dunque sono. L’Italia risponde: Incasso, dunque fatturo. E se fatturo, verso IVA e IRPEF.

 

 

 

Il D.P.R. 633/1972, art. 3 comma 1, è meno lirico ma più incisivo: se c’è una prestazione verso corrispettivo, c’è IVA. Indipendentemente dal giudizio morale. E qui sta il capolavoro tragicomico: lo Stato non benedice, ma contabilizza. Non assolve, ma liquida.

 

 

 

Karl Marx avrebbe sorriso amaro: il corpo come mezzo di produzione, la prestazione come merce, il tempo come capitale. Ma la vera dialettica oggi è tra zona grigia e codice numerico. Laddove prima aleggiava l’ipocrisia (“non vedo, non sento, non dichiaro”), ora campeggia una sigla amministrativa.

 

 

 

Il paradosso è sublime: per anni la società ha tollerato l’attività con un sopracciglio alzato e lo sguardo altrove; poi, improvvisamente, ha abbassato lo sguardo… sul registro dei corrispettivi. L’eros diventa voce di bilancio. Afrodite con il commercialista.

 

 

 

C’è qualcosa di profondamente italiano in tutto questo. Non abbiamo legalizzato pienamente, non abbiamo regolamentato socialmente, ma abbiamo codificato fiscalmente. È la nostra specialità: prima la ricevuta, poi il dibattito etico.

 

 

 

La escort, che traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall’attività, si trova ora a dover versare oltre 100mila euro tra IVA e IRPEF. Una cifra che, letta senza contesto, sembra punizione; letta con contesto, sembra normalizzazione. Perché se paghi le tasse, entri nel patto sociale. Diventi contribuente. Cittadina. Soggetto economico.

 

 

 

E qui la commedia sfuma in qualcosa di più serio: il riconoscimento fiscale è una forma di esistenza pubblica. “Esse est percipi”, diceva Berkeley: essere è essere percepiti. Nel 2026, essere è essere tracciati.

 

La morale privata resta campo minato, ma il Fisco è laico come un notaio. Non giudica, calcola. Non arrossisce, accerta. La vera rivoluzione non è che la prostituzione sia tassata; è che venga trattata come qualsiasi altra attività economica. Con la stessa freddezza con cui si tassa un idraulico o un influencer.

 

 

 

Forse, in fondo, è questo il punto più dissacrante: l’Italia che per secoli ha dibattuto sul peccato ora si limita a chiedere l’aliquota. E così, tra Parmenide e il portale Fatture e Corrispettivi, scopriamo che l’unica cosa davvero immortale non è l’anima, ma l’imponibile.

 

 

 

“Dio è morto”, scriveva Nietzsche.

 

Ma l’IVA, evidentemente, no.

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