La guerra di Putin

Nato, dopo Stoltenberg l’Alleanza alla ricerca di un altro falco anti- Putin

A Vilnius in Lituania dall’11 e 12 luglio gli Stati membri della Allenza discuteranno ovviamente dell’Ucraina, ormai di fatto, non di diritto, a tutti gli effetti alleata dell’Organizzazione.

Il segretario generale Jens Stoltenberg ha anticipato alcune settimane fa che, in attesa del lontano ingresso di Kiev,  avrebbero individuato una sorta di Consiglio Nato-Ucraina, che concederebbe all’Ucraina l’equiparazione agli Stati firmatari del trattato di Washington.

Sempre che cadano le forti perplessità di Biden che propenderebbe invece per una soluzione “di tipo Israele”, garantita militarmente e politicamente dagli USA, ma al di fuori di ogni alleanza.

Senza poi contare  le posizioni di   Ungheria e Turchia la quale già storce già il naso per il prossimo ingresso della Svezia.

L’altro nodo da scioglier indifferibile e riguarda la designazione del prossimo segretario generale, un civile a capo della Nato che ha il compito di presiedere a tutti i comitati più importanti e coordinate le decisioni.

Il mandato del segretario generale della Nato ha durata quadriennale e può essere rinnovato.

Jens Stoltenberg, ex premier norvegese, nominato nel 2014 e confermato nel 2019 e nel 2022 ,è stato protagonista silenzioso delle crisi internazionali degli ultimi nove anni, (compreso lo scontro con Donald Trump), ma la nomina del suo successore è già segnata da ostacoli quasi insormontabili  da parte dei soci dell’allegra compagnia.

La guerra in Ucraina ha destabilizzato  gli equilibri europei e globali riportando alla ribalta dell’Europa e del Mondo,i rischi di un conflitto nucleare.

Ovviamente Washington, main contractor della la Nato, vuole che l’Alleanza si mostri forte ed unita, anche perché i suoi 800 miliardi sul piatto rappresentano il doppio di quanto mettono tutti gli altri alleati.

Pur  avendo eseguito fedelmente gli ordini del socio di maggioranza lo  statista scandinavo  non sarebbe disposto a mettersi a disposizione per una quarta volta. Con i suoi otto anni di esperienza, è il secondo segretario generale più longevo di tutti i tempi dopo il diplomatico olandese Joseph Luns.

A  Bruxelles gli orientamenti prevalenti riguarderebbero per la prima volta,  la candidatura di una donna  I nomi che rimbalzano sono quelli di Mette Frederiksen, primo ministro della Danimarca, e Kaja Kallas, capo del governo estone rieletta nel marzo di quest’anno. .

Sulla danese ci sarebbe l’assenso statunitense,l’unico che conta. Washington detiene de facto il potere di ratifica delle nomine e, fatto salvo il protagonismo francese e l’oltranzismo inglese, nessuno ha il coraggio di schierarsi contro gli ordini impartiti al di là dell’Oceano Atlantico.

Il placet dell’amministrazione Biden all’ipotesi Frederiksen sarebbe arrivato durante una misteriosa visita ufficiale della premier danese alla Casa Bianca all’inizio di giugno.

Ma lei stessa ha fatto sapere che sul suo nome non c’è l’unanimità dei soci.

Lo stesso primo ministro britannico, Rishi Sunak sarebbe contrario a questa soluzione, caldeggiando invece l’opzione Kallas che il  30 maggio scorso ha ricevuto a Tallinn il ministro degli Esteri inglese James Cleverly.

Con il premier inglese la Kallas avrebbe caldeggiato la centralità de fianco orientale della Nato. Un fronte che comprende i paesi Baltici e Polonia notevolmente intransigenti  con Mosca, se non addirittura auspici di un scontro diretto.

Non a caso la Kallas ha fatto cadere il suo precedente governo accusando i suoi ex partner di essere filorussi. Una scommessa le ha garantito un successo straordinario alle urne, mentre a Londra gli oltranzisti anti Putin piacciono, eccome.

Una outsider potrebbe essere Suzana Caputova, presidente in carica della Slovacchia che  vorrebbe accrescere il peso e la rappresentanza dell’Europa dell’Est. Ma la premier slovacca è insidiata dalle robuste  forze filorusse nel suo Paese.

Ultimamente  le diplomazie occidentali stanno sondando altre proposte. È emerso il profilo di Pedro Sánchez, premier spagnolo dimissionario in piena campagna elettorale che quasi certamente  porterà una vittoria della destra.

La sua candidatura rispetterebbe il principio dell’alternanza tra leader dell’Europa settentrionale e di quella meridionale, una regola non scritta che si è smesso di seguire dal 2009 in poi.

E l’Italia? Il granitico atlantismo di Giorgia Meloni indica cheRoma si aggregherà a quanto verrà deciso dagli Stati Uniti, mentre non trovano riscontro le voci diffuse in passato sugli ex presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Mario Draghi.

Per evitare uno scontro politico i Paesi più cauti avrebbero chiesto a Stoltenberg di  traghettare l’Organizzazione fino al 2024. Lui si schernisce, ma pare che questa possa essere la soluzione finale.  

Joe Biden resta perplesso poiché non vuole  accumulare troppe scadenze nel 2024 con le presidenziali negli Stati uniti e quelle del Parlamento e della Commissione europea.

Ma un vero falco con un pedigree da vera Guerra Fredda non è forse la soluzione migliore a fronte di un evidente indebolimento di Putin che non è detto sia un vantaggio per l’Occidente.

GiElle

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