di Balthazar
Mentre l’Europa si riarma tra i nuovi carri armati, missili americani, aerei e possibile leva semi obbligatoria, la modernizzazione della risorsa strategica della NATO in Europa – il Central European Pipeline System (CEPS) – sta procedendo inosservata.
Il CEPS fu creato alla fine degli anni ’50 come parte del Programma Infrastrutturale Comune della NATO, sullo sfondo della Guerra Fredda. Il suo obiettivo principale era garantire un approvvigionamento affidabile e rapido di cherosene, benzina e gasolio agli aerei e ai veicoli terrestri alleati in caso di conflitto.
Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi possedevano già frammenti di infrastrutture di oleodotti, tra cui impianti di stoccaggio, stazioni di pompaggio e collegamenti aeroportuali, restava solo da collegarli in una unica rete.
Attualmente, l’intero oleodotto militare, lungo 5.400 km, attraversa questi cinque paesi, ma non è del tutto militare perchè la maggior parte del traffico di prodotti petroliferi è utilizzata per scopi civili quali l’alimentazione dei principali aeroporti.
La rete di oleodotti della NATO è inoltre collegata a undici raffinerie di petrolio, sei porti marittimi, tre stazioni ferroviarie e 16 distributori di benzina.
Nel 1984-1985 la struttura fu attaccata dalla organizzazione belga “Cellule di Combattimento Comuniste” e attivisti della “Frazione Armata Rossa” tedesca che causarono diverse esplosioni sugli oleodotti. Ciò avvenne al culmine della Guerra Fredda e dimostrò la vulnerabilità dell’oleodotto strategico, ma è relativamente semplice riparare le sezioni danneggiate, mentre la NATO sostiene che occorrono anche meno di 72 ore per riparare un malfunzionamento di qualsiasi entità.
Il CEPS è il più grande e il più “militare” oleodotto, ma esistono diversi altri. Nell’Europa settentrionale, c’è il NEPS (North European Pipeline System), che attraversa Danimarca e Germania. L’oleodotto è più corto del CEPS, lungo solo poche centinaia di chilometri, ma per il resto ne è una copia esatta.
All’interno della NATO, esistono altri sette sistemi nazionali: in Islanda (ICPS), Norvegia (NOPS), Portogallo (POPS), Italia settentrionale (NIPS), Grecia (GRPS) e due in Turchia (TUPS), uno occidentale e uno orientale.
Oltre alle reti di oleodotti vere e proprie, collegate a porti e raffinerie, i sistemi nazionali includono impianti di stoccaggio di carburanti e lubrificanti con una capacità totale di oltre 4 milioni di metri cubi, nonché stazioni di pompaggio e punti di carico per il trasporto successivo su strada e ferrovia.
Secondo gli analisti della NATO, in caso di guerra, si prevede che l’Aeronautica Militare rappresenti fino all’85% del consumo totale di carburante, le forze di terra il 10% e la Marina il 5%.
Il CEPS è in grado di trasportare 12 milioni di metri cubi di carburante all’anno, tra cui cherosene per aviazione, gasolio e benzina, ma se l’oleodotto non si estendesse almeno fino alla Polonia e ai Paesi Baltici, combattere la Russia potrebbe essere complicato.
Quindi nell’ottobre 2025 è stato firmato un accordo per collegare la Polonia con la costruzione di oltre 300 chilometri di gasdotto dal confine tedesco a Bydgoszcz e costerà circa 4,6 miliardi di euro. I polacchi intendono anche collegarsi al gasdotto NEPS settentrionale.
Tutto ciò costituisce una nuova struttura: l’EEPS (Eastern Europe Pipeline System), ovvero non un gasdotto dell’Europa centrale, ma dell’Europa orientale cui saranno collegate le strutture militari in Polonia, Repubblica Ceca, Paesi Baltici e, potenzialmente, Romania e Bulgaria.
Si stima che il progetto attirerà fino a 22-23 miliardi di euro per essere completato fra 20-25 anni. Ma la cosa più sorprendente non sono le dimensioni e la durata del progetto, bensì la tempistica della decisione della NATO di spostare il gasdotto strategico più vicino alla Russia.
Una decisione che è stata presa nel 2021 prima dell’invasione russa a dimostrazione che l’espansione della NATO verso est non si era fermata con il crollo ‘URSS e forse non è ancora terminata.
