“Oggi controlliamo il 60% di Gaza domani vedremo”: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato ieri che Tel Aviv non intende recedere dal controllo di una quota importante del territorio marittimo palestinese teatro dei massacri post-7 ottobre 2023 e…
di Andrea Muratore (*)
“Oggi controlliamo il 60% di Gaza domani vedremo”: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato ieri che Tel Aviv non intende recedere dal controllo di una quota importante del territorio marittimo palestinese teatro dei massacri post-7 ottobre 2023 e del genocidio della popolazione civile.
Parlando nella Giornata di Gerusalemme che commemora la vittoria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 e il ritorno della città nel totale controllo israeliano, e alla vigilia di quella che per i palestinesi è la Nakba, l’anniversario dell’esodo di massa di centinaia di migliaia di cittadini arabi dalla Terrasanta nel 1948, Netanyahu è stato perfino modesto: Israele, infatti, controlla ben il 64% del territorio di Gaza, ben oltre la quota che dovrebbe mantenere ai sensi della Fase 1 del cessate il fuoco negoziato da Egitto, Qatar e Stati Uniti a ottobre (53%) e anche di quella che occupava al momento della tregua (58%).
In sostanza, in otto mesi Israele ha rosicchiato circa l’11% del territorio della Striscia di Gaza, ampliandosi oltre la cosiddetta Linea Gialla che avrebbe dovuto sancire il perimetro definitivo di controllo fino al dibattito sulla Fase 2, che dovrebbe prevedere il disarmo di Hamas e al contempo il totale ritiro dell’Israel Defense Force dai territori palestinesi oggetto della guerra del 2023-2025. Prospettiva, questa, che appare oltremodo remota. Netanyahu ha incassato il sostanziale appoggio del Board of Peace, l’organo di monitoraggio del cessate il fuoco presieduto dal presidente Usa Donald Trump, il cui segretario generale Nikolaj Mladenov ha sostanzialmente lasciato intendere che il disarmo di Hamas dovrebbe precedere temporalmente il ritiro dell’Idf.
Netanyahu si sente dunque titolato di capacità d’agire in maniera risoluta se può arrivare a rivendicare esplicitamente che Israele sta violando apertamente il principio del pacta sunt servanda e gli impegni presi, arrivando ad estendere dalla Linea Gialla alla neo-costituita Linea Arancione, più vicina ai confini marittimi della Striscia, la zona di occupazione. “Netanyahu ha affermato che Israele è riuscito a riportare indietro gli ostaggi senza ritirarsi dalle aree occupate” e osservato che “nonostante ci fossero soggetti che chiedevano a Israele di uscire da Gaza, il governo ha invece scelto di rimanere sul terreno e rafforzare il controllo della sicurezza”, ha scritto Israel National News, riportando come nel contesto dell’evento organizzato dall’influente Yeshiva Mercaz HaRav, la scuola rabbinica sionista più influente al mondo, dove ha parlato il suo discorso è stato accolto da scroscianti applausi.
Mentre a Gaza la tregua resta incerta e continuamente violata, Israele ormai ha una roadmap precisa che non punta alla pace: e la Striscia rischia, sostanzialmente, di restare divisa a tempo indeterminato. Mentre migliaia di cittadini si troveranno in una zona di occupazione non formalizzata ma soggetta all’inevitabile controllo ferreo delle truppe di Tel Aviv. Con le prevedibili conseguenze del caso.
(*) InsideOver
Nella foto quel che resta di Gaza dopo l’attacco israeliano
