di Michele Rutigliano (*)
Ottant’anni di Repubblica raccontano anche la lunga e tormentata storia del Mezzogiorno italiano. Una storia fatta di povertà e riscatto, di speranze collettive e occasioni mancate, di crescita economica e nuove marginalità. Dal 1946 ad oggi il Sud ha conosciuto trasformazioni profonde, forse persino più radicali di quelle avvenute nel resto del Paese.
Ha attraversato la fame del dopoguerra, l’emigrazione di massa, il boom economico, il tramonto della civiltà contadina, le illusioni dell’industrializzazione, fino ad arrivare alle inquietudini della globalizzazione e della rivoluzione digitale. La Repubblica, soprattutto nei suoi primi decenni, rappresentò per milioni di meridionali una concreta possibilità di emancipazione sociale. Dopo la guerra, il Mezzogiorno era un territorio devastato: macerie materiali, arretratezza infrastrutturale, disoccupazione, analfabetismo, latifondo e povertà diffusa. Interi paesi vivevano ancora in condizioni quasi ottocentesche. Eppure proprio da quelle condizioni estreme nacque una straordinaria voglia di ricostruzione.
La stagione della rinascita e della speranza
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il Sud visse una stagione di grande cambiamento. La riforma agraria, la nascita della Cassa per il Mezzogiorno, gli investimenti pubblici, l’espansione della scuola e delle infrastrutture produssero effetti importanti. Arrivarono strade, acquedotti, elettrificazione, opere pubbliche e nuove opportunità di lavoro. Migliaia di famiglie contadine uscirono da condizioni di miseria cronica. Furono anche gli anni delle grandi migrazioni. Milioni di meridionali lasciarono il Sud per trasferirsi nelle fabbriche del Nord Italia o nei Paesi industrializzati dell’Europa. Un esodo enorme che svuotò campagne e piccoli centri, ma che contribuì anche alla modernizzazione sociale del Mezzogiorno. I sacrifici degli emigranti permisero a molte famiglie di migliorare le proprie condizioni economiche e di investire nell’istruzione dei figli. Nel frattempo cambiavano i costumi, la mentalità e perfino il paesaggio umano del Sud. La televisione, la scuola di massa, l’urbanizzazione e il benessere diffuso accelerarono il superamento della civiltà contadina. Il Mezzogiorno entrava lentamente nella modernità italiana.
Le occasioni perdute dello sviluppo industriale
Ma quella crescita rimase fragile e incompleta. L’industrializzazione del Sud non riuscì quasi mai a diventare sviluppo autonomo e duraturo. Molte grandi fabbriche sorsero come “cattedrali nel deserto”, dipendenti dagli aiuti pubblici e spesso scollegate dal tessuto produttivo locale. In diversi casi mancò una vera classe dirigente capace di trasformare gli investimenti in economia diffusa, innovazione e occupazione stabile. Negli anni Settanta e Ottanta il Mezzogiorno conobbe certamente importanti processi di urbanizzazione e una crescita del ceto medio, ma aumentò anche la dipendenza dalla spesa pubblica. Intanto si rafforzavano fenomeni degenerativi come il clientelismo politico, l’assistenzialismo e il potere delle organizzazioni criminali. La modernizzazione procedeva, ma senza riuscire a colmare davvero il divario con il Centro-Nord. La fine della Prima Repubblica segnò poi un passaggio decisivo. Con la crisi dei grandi partiti popolari, la chiusura di molte industrie pubbliche e il ridimensionamento dell’intervento straordinario dello Stato, il Sud perse progressivamente centralità nelle politiche nazionali. La globalizzazione e le nuove regole economiche europee accentuarono ulteriormente le fragilità strutturali del Mezzogiorno.
La nuova questione meridionale
Negli ultimi trent’anni il Sud ha vissuto una nuova stagione difficile. Lo spopolamento delle aree interne, il crollo demografico, la fuga dei giovani laureati e la debolezza del sistema produttivo stanno cambiando profondamente il volto del Mezzogiorno. Interi territori rischiano oggi la desertificazione sociale. Le città meridionali, pur avendo conosciuto crescita culturale e apertura internazionale, faticano a trattenere energie e competenze. Molti giovani sono costretti a cercare lavoro altrove. È una nuova emigrazione, diversa da quella del dopoguerra: più istruita, più qualificata, ma altrettanto dolorosa. Nel frattempo la rivoluzione digitale, internet e l’intelligenza artificiale stanno modificando l’economia e il lavoro su scala globale. E il rischio è che il Sud resti ancora una volta indietro, privo di adeguate infrastrutture tecnologiche, investimenti e politiche di innovazione. Tuttavia, sarebbe sbagliato leggere il Mezzogiorno soltanto attraverso il prisma del declino. In questi anni sono nate esperienze positive nel turismo, nell’agroalimentare, nell’economia della cultura, nelle università, nelle start-up innovative e nel terzo settore. Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, il Sud continua dunque a rappresentare una grande questione nazionale. Non più soltanto un problema economico, ma una sfida demografica, culturale e geopolitica che riguarda il futuro stesso dell’Italia. Perché senza il Mezzogiorno non può esistere una crescita equilibrata del Paese. E forse la vera lezione di questi ottant’anni è proprio questa: quando il Sud è stato accompagnato da una visione politica, da investimenti e da fiducia, ha saputo rialzarsi e cambiare. Quando invece è stato lasciato solo, i suoi problemi si sono aggravati e il divario con l’Italia del Nord si è nuovamente allargato.
(*) Giornalista
