Esteri

Palestina-Israele: “Poche speranze che Hamas possa mantenere il potere a Gaza”

di Giuliano Longo

 

L’emittente araba al  Arabiya Englishriporta l’opinione di alcuni esperti di questioni mediorientali con una prognosi infausta per il futuro di Hamas, dopo che ha violato il blocco dalla Striscia di Gaza con il sanguinoso attacco ad Israel di sabato sorso.

 

Un  attacco senza precedenti che avrà conseguenze potenzialmente di vasta portata per la regione come afferma Jon Alterman, capo del programma per il Medio Oriente presso il Centro per gli studi strategici e internazionali.

 

Secondo Altermans “Hamas mirava a penetrare in Israele in un modo di aver centralità e rilevanza per i decenni a venire, ma uccidendo centinaia di israeliani e prendendo 150 ostaggi nei primi giorni, si è messo in una posizione impossibile. Israele è unito nella sua determinazione a cambiare lo status quo ante e a cacciare completamente Hamas dal potere”.

 

L’esperto osserva che da quando Hamas ha preso il potere nel 2007, l’esercito israeliano è periodicamente entrato a Gaza distruggendo alcune delle sue infrastrutture, ma se non ci sarà una soluzione più drastica, .Hamas si ricostruirebbe in pochi anni,e il ciclo conflittuale si  ripeterebbe. “Questo ciclo non sarà più accettabile per l’opinione pubblica e la leadership politica israeliana”.

 

Allora la domanda, già oggi, è che tipo di governo emergerà a Gaza dopo la guerra. Forse un maggiore controllo per l’Autorità nazionale palestinese con sede a Ramallah, una sorta di nuova governance locale, un governo sotto la tutela dell’esercito israeliano, o forse una coalizione di stati arabi.Ma è la presa di ostaggi, senza precedenti echeinfluenzerà gli eventi successivi, ha affermato

 

Alexander Palmer, ricercatore associato del Transnational Threats Project presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, ricorda che sebbene Hamas abbia già preso degli ostaggi in passato, non è mai accaduto che ne catturasse un così gran numero e gli scambi avvenuti in precedenza fra le due parti non sono ripetibil.

 

“Netanyahu –prosegue Palmer – è retoricamente impegnato in una risposta massiccia, ma il recupero degli ostaggi richiede azioni su scala minore come negoziati o operazioni delle forze speciali. Gli ostaggi renderanno le decisioni militari di Israele molto più difficili perché Hamas sta minacciando di uccidere gli ostaggi come rappresaglia per gli attacchi israeliani, e la presenza di ostaggi in aree specifiche sarà un’incognita fondamentale per l’esercito israeliano (IDF)”.

 

Per  Daniel Byman, membro senior del Transnational Threats Project del CSIS e professore alla Georgetown University, Hamas aveva molteplici motivazioni per le sue recenti azioni e la sua legittimità,  poiché come entità, politica dipende dalla combinazione tra la fornitura di servizi a Gaza, dove governa di fatto, inoltre usa la resistenza violenta contro Israele al contrario  dall’Autorità Palestinese (AP), che amministra la Cisgiordania che Hamas giudica corrotta.

 

Ma offrire alla popolazione di Gaza   servizi pubblici come lo smaltimento dei rifiuti e l’applicazione della legge, sono ben poca cosa rispetto alle pressioni economiche israeliane che  “hanno limitato la  capacità di migliorare il benessere dei palestinesi, determinando livelli persistentemente elevati di disoccupazione e povertà”  Ciò ha amplificato l’importanza della resistenza armata  di Hamas, soprattutto perché il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas invecchia senza un successore e gode di scarsa credibilità.

 

Certamente l’espansione incontrollata degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, gli atti di violenza da parte dei coloni israeliani contro i civili palestinesi e l’evidente razzismo all’interno di alcuni membri della coalizione di governo di Netanyahu, hanno contribuito al malcontento e al pessimismo tra i palestinesi.

 

Lo dimostra il numero crescente di incidenti provocatori presso la moschea di al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’Islam, incidenti  che Hamas cita esplicitamente quale giustificazione del suo attacco, ma la sanguinaria reazione di Hams va tutta a suo svantaggio.

 

Per  Alterman “I rischi di un’escalation sono reali, ma è improbabile che Hezbollah fosse avvisato in anticipo di ciò che stava accadendo. In effetti, la maggior parte dei suoi dirigenti probabilmente non sapeva che ciò sarebbe accaduto. Hezbollah sente di avere molto da perdere”.Perché considerando la disastrosa situazione economica del Libano  “una guerra totale con Israele comporterebbe la completa distruzione del sud e una distruzione su larga scala in altre parti del Libano, e Hezbollah non sa se potrà sopravvivere a questo risultato”.

 

Quindi quali possono essere gli sviluppi della situazione a lungo termine? Forse  un impegno arabo con Gaza, che potrebbe effettivamente contribuire al riavvicinamento arabo-israeliano, considerando che  tutti i governi arabi sono ostili a Hamas.

 

Questi temono i tentacoli dell’Iran, che ha contribuito a finanziare Hamas e ha addestrato alcuni dei suoi combattenti, ma proprio i governi arabi potrebbero avere un ruolo nel contribuire a plasmare un risultato politico a Gaza che allo stesso tempo aiuti a far avanzare le aspirazioni nazionali palestinesi, assestando  un duro colpo ai  movimenti sostenuti dagli iraniani.

 

 Sanam Vakil, direttore del Programma Medio Oriente e Nord Africa presso il think tank Chatham House,al contrario ritiene  che“le scosse dovute all’attacco di Hamas contro Israele e la sua risposta militare  si fanno sentire ben oltre la loro portata”.

 

“Ci sono chiari timori in tutto il Medio Oriente che la regione venga impantanata in una guerra più ampia che potrebbe coinvolgendo i palestinesi in Cisgiordania e Giordania, l’Egitto (che condivide un confine con Gaza), gli Hezbollah libanesi e il loro protettore, l’Iran. I paesi arabi del Golfo temono anche che la loro sicurezza interna sia compromessa dalla violenza a cascata”.

 

Gli attacchi di Hamas, prosegue Vakil, a loro volta, dimostrano che “tali sforzi non possono andare avanti senza affrontare le  controversie irrisolte che i precedenti tentativi di normalizzazione cercavano di nascondere”.

 

Nur Arafeh, membro del Malcolm H. Kerr Carnegie Middle East Center, ritiene che sia troppo presto per trarre conclusioni e per dire quale impatto avrà il conflitto, poiché “l’obiettivo principale di Israele è quello di far pagare  un prezzo alto ai palestinesi, quindi ci si possono aspettare ulteriori distruzioni, uccisioni e sfollamenti di abitanti di Gaza, mentre i civili palestinesi continueranno a lottare per vivere, poiché acqua, carburante, elettricità e cibo sono stati tagliati.”

 

Cosa farà Israele dopo? Traccia una risposta Yezid Sayigh, membro senior del Malcolm H. Kerr Carnegie Middle East Center, che ad Al Arabiya English ha detto“Chiaramente, la politica di ‘no-policy’ di Israele su Gaza, ha portato direttamente a ripetuti cicli di intensa violenza a partire dal 2008. Qualunque cosa accada a livello militare – ha proseguito–  Israele dovrà comunque affrontare la domanda che ha sempre evitato in passato, ovvero su quale potrebbe essere un accordo stabile e duraturo dentro e per Gaza”.

 

Per Sayigh  esiste certamente il rischio che il conflitto a Gaza si estenda al confine libanese-israeliano anche se  gli attori rilevanti (Israele, Hezbullah, Iran) preferiscano ancora evitarlo.

 

Se ciò è vero, allora l’Egitto è un attore regionale più rilevante e importante a cui guardare, basta osservare quanto i sui dirigenti si stiano innervosendo  riguardo ai discorsi di alcuni israeliani che vogliono spingere gli abitanti di Gaza nel Sinai e sulla posizione degli  organismi internazionali che vorrebbero creare  un corridoio umanitario per consentire ai rifugiati di raggiungere l’Egitto.

 

“L’Egitto prosegue Sayigh sarà anche un interlocutore chiave se e quando si svolgeranno i negoziati  una volta terminati i combattimenti – e potremmo vedere anche l’Arabia Saudita coinvolta nella ricerca o nella garanzia di qualunque accordo venga finalmente raggiunto, per la prima volta”.

 

Nel frattempo i principali governi occidentali guidati dagli Stati Uniti “stanno concedendo carta bianca a Israele per fare ciò che vuole senza  riguardo agli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale per proteggere i civili. Quindi, Israele ha un certo periodo di tempo per agire con la minima moderazione, prima che le richieste internazionali di porre fine ai combattimenti inizino finalmente a incidere”.

aggiornamento l’attacco a Israele ore 9.54

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