Esteri

Palestina, la vera storia di un territorio che muore per gli interessi di Hamas e del Governo di Israele/1

di Dario Rivolta (*)

Anche l’ultimo tentativo per trovare le condizioni per una pace a Gaza è finito con un fallimento. Israele e Stati Uniti hanno abbandonato Doha e l’inviato americano Witkoff ha accusato Hamas di esserne il responsabile. L’accusa si basava sul fatto che, fino a poche ore prima, l’accordo sembrava possibile salvo che Hamas ha preteso che in cambio di una parte degli ostaggi ancora detenuti i palestinesi incarcerati nelle carceri israeliane che dovevano essere liberati fossero qualche centinaio in più del concordato.

Witkoff e gli stessi negoziatori di Hamas hanno entrambi ragione e torto, contemporaneamente. Il problema vero, quello che impedisce il raggiungimento della pace temporanea o definitiva, è che sia Hamas sia Israele pretendono di raggiungere un obiettivo che non dichiarano ma che sanno inaccettabile per la controparte. L’attuale governo di Israele punta non solo ad eliminare Hamas ma a creare le condizioni per cui il maggior numero possibile di Gaziani si senta costretto a emigrare. Da parte sua, Hamas vuole ottenere non una tregua, bensì una pace definitiva (almeno sulla carta) che le consenta di sopravvivere come organizzazione e consentirle di urlare alla vittoria. È bene sapere che Hamas, un gruppo integralista religioso e nazionalista, nel suo atto costitutivo ha scritto che l’obiettivo era la “distruzione di Israele come Stato” (La richiesta della “sparizione di Israele” è esplicitamente presente nella Carta del 1988 e implicita nel documento del 2017 che continua a negare la legittimità dello Stato di Israele). Se le cose stanno così ogni atto, anche la morte di qualche (sic!) palestinese, è giustificata pur di raggiungere il risultato finale.

Se vogliamo cercare di essere obiettivi, pur in una situazione umanamente tragica, dobbiamo ammettere che il governo di Netanyahu e Hamas si stanno comportando quotidianamente in un modo che può essere definito con due semplici aggettivi: cinico e spregevole.

Come tutti sanno, il problema della convivenza tra arabi ed ebrei nel territorio che fu un protettorato britannico non è mai stato totalmente pacifico ma è molto peggiorato subito dopo che l’ONU autorizzò la costituzione dello Stato di Israele (soprattutto con l’avvallo di Gran Bretagna e Unione Sovietica mentre gli USA lo riconobbero solo in seguito). Se volessimo andare più lontano nel tempo dobbiamo ricordare che quelli che si autodefiniscono ebrei non furono la popolazione originaria di quell’area ma vi arrivarono circa 1800-1500 anni avanti Cristo occupando, con la forza, terre che erano già abitate da altri popoli quali, ad esempio, i filistei, i cananei, gli amorrei e gli ittiti. Nei libri sacri ebraici (il Pentateuco = Torah) è scritto che quella terra fu loro promessa da Dio in persona e che avrebbero dovuto distruggere ogni essere vivente che ci abitava prima: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita nulla che respiri, ma li voterai allo sterminio… come ti ha comandato il Signore tuo Dio, perché non vi insegnino a imitare tutte le abominazioni che fanno per i loro dèi.» (Deuteronomio 20:16–18). Questo pensiero che noi troviamo oggi abominevole non va dimenticato perché è proprio a quella ipotetica “promessa” e l’idea di essere il “popolo eletto da Dio” che si rifanno gli attuali fanatici religiosi ebrei che hanno i numeri indispensabili per garantire a Netanyahu la maggioranza, il Governo e la conseguente garanzia di evitare di essere processato per corruzione. Molte famiglie ebraiche erano arrivate in Palestina diversi anni prima che l’ONU autorizzasse la nascita di Israele e vi si erano stabilite generalmente in modo pacifico. Lo avevano fatto in gran parte per fuggire all’intolleranza e ai vari pogrom cui erano sottoposti dagli Stati e dalle popolazioni cristiane e avevano scelto proprio la Palestina non solo perché ricordava loro la “terra promessa” ma soprattutto perché nei territori controllati dall’impero ottomano non ci sarebbero stati problemi, salvo pagare tasse a carico di chiunque non fosse musulmano.  Altri vi arrivarono più tardi dall’Europa a causa dell’aumentare dell’anti-semitismo, sentimento in crescita fino a manifestare il peggio durante il nazismo.

Conoscere queste premesse è importante per avere maggiori elementi di comprensione dell’Israele odierna e allo stesso tempo, però, non si deve dimenticare che il mondo ebraico ha sempre avuto forti dibattiti al proprio interno tanto che perfino della Torah esistono varie versioni. Anche tra gli attuali abitanti ebrei di Israele il dibattito politico è sempre stato piuttosto vivace e non è mai esistito un pensiero unico. La risicata maggioranza su cui si regge l’attuale governo e le forti contestazioni che lo accompagnano ne sono la dimostrazione. In merito al comportamento attualmente tenuto a Gaza e all’abusiva occupazione di terre palestinesi in Cisgiordania, una gran parte degli israeliani si oppongono a ciò che il Governo e i coloni abusivi dicono e fanno.

Dopo l’atroce carneficina del 7 ottobre 2023 (su cui per motivi politici non è stato possibile aprire una inchiesta) gli iniziali obiettivi della necessaria reazione israeliana apparvero diversi tra chi puntava soltanto a rimuovere del tutto la futura minaccia terroristica da Gaza perseguendo i capi di Hamas e chi invece nutriva obiettivi ideologici massimalistici quali una occupazione israeliana permanente, la ricostruzione degli insediamenti ebraici e l’instaurazione della piena sovranità israeliana sulla Striscia.

Chi pensava che lo scopo dovesse essere solo quello di distruggere le capacità militari di Hamas puntava a creare zone cuscinetto dentro e intorno al territorio e ottenere, allo stesso tempo, il ritorno di tutti gli ostaggi. Rientrava in questo piano il progetto di causare dei danni significativi, fino allo smantellamento, delle infrastrutture militari dei terroristi. Mentre l’esercito partì con questo obiettivo, i partiti della destra radicale molto influenti nel governo già pensavano che non solo Hamas ma tutta la popolazione civile palestinese andasse rimossa, anche a costo di sacrificare gli ostaggi rimasti. I rappresentanti di questi partiti estremisti si sono anche sempre dichiarati contrari agli scambi con ex prigionieri palestinesi poiché, e su questo hanno avuto spesso ragione, la maggior parte di loro sarebbe tornata al terrorismo immediatamente dopo il rilascio. La dimostrazione che su ciò avevano ragione è stato Yahya Sinwar, il leader di Hamas che fu la testa dell’operazione del 7 ottobre.

(*) già parlamentare della Repubblica ed esperto di politica internazionale

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