Esteri

Palestina, la vera storia di un territorio che muore per gli interessi di Hamas e del Governo di Israele/2

di Dario Rivolta (*)

Quando IDF cominciò la campagna di guerra il 27 ottobre 2023procedette come previsto attaccando un’area alla volta per poter concentrare gli sforzi e consentire alla popolazione civile di evacuare. Li però cominciò a manifestarsi l’atroce cinismo di Hamas che ha evitato assolutamente ogni scontro diretto per usare come campo di battaglia tutte le zone urbane e fare scudo umano di tutti i civili di Gaza.    Nella loro guerriglia, i miliziani hanno usato anche le centinaia di chilometri di tunnel che avevano costruito sotto il territorio per trasformare ospedali, scuole e siti delle nazioni unite in rifugi militari. Per evitare una molto probabile ostilità presente in alcune parti della popolazione palestinese, i guerriglieri terroristi hanno accentuato una repressione violenta contro la popolazione e utilizzato gli aiuti umanitari dell’ONU come arma per mantenere un consenso forzato. Con questo ricatto alimentare Hamas ha anche potuto rimpiazzare le perdite di miliziani combattenti con nuove reclute “obbligate”. Come previsto sin dall’inizio dell’operazione del 7 ottobre, Hamas ha usato gli ostaggi come merce di scambio e ogni volta che un accordo è stato raggiunto ne ha approfittato per far circolare internazionalmente filmati in cui si celebrava la vittoria e si costringevano all’umiliazione gli ostaggi in via di scambio. Ogni volta che, dopo aver “bonificato” l’area l’IDF se ne andava, Hamas ne riprendeva il controllo continuando a trattare i propri civili come scudi e a controllare l’ingresso e la distribuzione dei vari tipi di aiuti, alimentari e non, che arrivavano dall’esterno. L’idea di far gestire gli aiuti umanitari ad una organizzazione americana aveva l’obiettivo di separare Hamas dalla popolazione e di consentire la nascita di una opposizione interna contro il dominio violento di Hamas. Contrariamente alle intenzioni, di questa iniziativa si è visto il risultato fallimentare anche se non si può nemmeno escludere che i disordini e alcuni dei morti in fila per ritirare quegli aiuti siano imputabili alla stessa organizzazione terroristica. L’infiltrazione dei miliziani tra la popolazione inerme e il continuo aumento delle vittime, dà la prospettiva che la lotta contro i fanatici terroristi possa continuare per anni o decenni e ogni giorno che passa rende più probabile la morte dei prigionieri israeliani, tanto è vero che alcuni di loro sembrano essere stati giustiziati proprio mentre l’IDF si avvicinava alle loro posizione.

È indubbio che il comportamento di Hamas sia riuscito a creare problemi anche all’interno di Israele poiché le forze politiche israeliane che avrebbero voluto un atteggiamento diverso nei confronti della popolazione inerme sono stati messi sotto accusa come “sostenitori del nemico”.

Quanto sta accadendo può anche far comodo alla destra religiosa fanatica poiché la continuazione dei bombardamenti non può che spingere sempre di più, chi può farlo, ad emigrare. Secondo il Ministro delle Finanze Smotrich la campagna “distruggerà ciò che resta della Striscia di Gaza…… i residenti di Gaza raggiungeranno il sud della Striscia e da lì, a Dio piacendo (se ne andranno) verso paesi terzi come parte del piano del presidente Trump”. Sempre che lo vogliano, verso dove potrebbero andare non è chiaro a nessuno, anche perché, per ragioni della loro sicurezza interna, tutti i paesi arabi confinanti hanno già dichiarato di non essere disposti a riceverli.

Nonostante la repressione interna, in alcune zone del sud della Striscia sembra si stia organizzando un fronte armato anti Hamas. A capeggiarlo sarebbe Mohamed Dahlan che era, fino al 2007, il referente dell’ANP nella Striscia. Ne fu cacciato manu militari ma, per completare il suo percorso, fu anche incriminato dai sodali di Ramallah per una presunta corruzione. Ora sembra che stia preparando il suo ritorno proprio puntando sul malcontento dei Gaziani verso Hamas e degli abitanti dei Territori verso Abu Mazen e i suoi sodali tutti sospettati di malgoverno e di corruzione.

Come la questione potrà risolversi per ora è ancora una totale incognita. L’idea di una occupazione perenne di Gaza, progetto che piace tanto agli estremisti israeliani, è difficilmente gestibile perché il costo del mantenimento in loco di migliaia di militari in perenne stato di guerra costerebbe miliardi di dollari e sarebbero costantemente soggetti ad attentati. L’investimento necessario per tenere occupata la Striscia diventerebbe economicamente così importante da influenzare le priorità sociali di Israele, lo stato dell’economia e dell’esercito per qualche futuro decennio. Tuttavia, se Israele si ritirasse senza che siano nate le basi per un governo alternativo o la Striscia cadrebbe nell’anarchia o Hamas ritornerebbe a ricostituirsi e a dominare. Anche l’idea di assegnarne il governo all’ANP è praticamente impossibile, visto l’assoluto discredito di cui oramai gode sia a Gaza sia nella stessa Cisgiordania.

Sempre che si riesca a mettere fuori gioco l’estrema destra israeliana (e quindi lo stesso Netanyahu) l’unica soluzione teoricamente praticabile nel prossimo futuro è quella di una insurrezione interna alla Striscia che renda possibile la nascita di un governo alternativo, magari controllato da Dahlan, che trovi l’appoggio di importanti Paesi arabi quali Arabia Saudita, Egitto e Giordania e che sia considerato accettabile da un nuovo governo israeliano. Riconoscere oggi lo Stato Palestinese, come vorrebbe fare Macron, potrebbe sembrare una buona mossa per sbloccare la situazione, salvo che ciò che manca è il soggetto: se non può essere Hamas e l’ANP è totalmente discreditata, chi dovrebbe essere riconosciuto?

Per intanto, con l’aumentare delle distruzioni in atto e delle sofferenze dei civili palestinesi, Israele ha perso molto del consenso umano e politico che aveva raccolto in vari Paesi del mondo dopo il 7 ottobre ed è oggetto di condanne formali e di minacce di rottura di aiuti e rapporti diplomatici. Il Paese si trova oggi in una crisi morale, politica e sociale da cui ha difficoltà ad uscire e, oltre al problema di Gaza, avrà al più presto da affrontare anche la questione delle centinaia di migliaia di coloni che si sono illegalmente installati nell’attuale Cisgiordania e che per qualunque nuovo governo sarà ben difficile far sloggiare.

(*) già parlamentare della Repubblica ed esperto di politica internazionale

2/fine

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