Secondo le stime dell’UPB, “considerando diversi indicatori tempestivi, nel primo trimestre del 2026 il PIL avrebbe rallentato rispetto all’ultimo trimestre del 2025 e la sua crescita si attesterebbe tra uno e due decimi di punto percentuale, con margini d’incertezza comunque elevati a causa dell’instabile contesto globale. Si osserva in particolare la debolezza del manifatturiero, un moderato andamento dei servizi e un rallentamento delle costruzioni. Gli effetti del conflitto in Medio Oriente dovrebbero manifestarsi nei dati sull’attività economica dei successivi trimestri”. Lo rileva l’Ufficio parlamentare di bilancio nella congiuntura di aprile, sottolineando che la guerra in Iran “incide ancora poco” ma che potrebbe avere un impato sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato. L’Upb presenta alcune simulazioni sugli effetti del conflitto in Medio Oriente sull’economia italiana nel biennio 2026-2027. “In uno scenario relativamente favorevole, che ipotizza il consolidamento della tregua e una progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, si determinerebbe una graduale normalizzazione delle forniture e dei prezzi delle materie prime energetiche, con un rientro entro la fine del 2027 verso i livelli medi di fine 2025. In tale contesto, la crescita del PIL italiano registrerebbe un peggioramento rispetto allo scenario previsivo pre conflitto di 0,2 punti percentuali sia nel 2026 sia nel 2027, mentre l’inflazione registrerebbe un aumento significativo quest’anno, pari a 1,3 punti percentuali, ma più contenuto (0,5 punti) nel 2027”, spiega l’Upb. “In uno scenario meno favorevole, di tensioni più persistenti nel tempo ma senza escalation militare, gli effetti macroeconomici risulterebbero più intensi. La riduzione della crescita del PIL sarebbe di poco meno di mezzo punto percentuale in ciascun anno del biennio 2026-2027 mentre le pressioni inflazionistiche si manterrebbero sostenute più a lungo, con un incremento analogo al primo scenario per il 2026 e di 1,1 punti percentuali nel 2027. Le simulazioni, soggette a elevata incertezza e puramente indicative di alcuni scenari, andranno via via aggiornate con l’evoluzione del contesto internazionale e i prossimi sviluppi del conflitto”, aggiunge l’Upb. “Prima del conflitto, l’economia globale mostrava segnali di crescita moderata, seppur in un contesto frammentato. Con lo scoppio della guerra, la distruzione e il danneggiamento di importanti infrastrutture energetiche, e le conseguenti restrizioni sulle rotte strategiche al transito per le forniture, si sono innescati forti rincari dei prezzi delle materie prime e interruzioni delle catene di approvvigionamento globali. Le tensioni si riflettono in un aumento dell’inflazione importata, soprattutto in Europa, e in un rafforzamento delle aspettative di inflazione. Questo contesto potrebbe influenzare le prossime decisioni di politica monetaria. Permangono inoltre incertezze sulle tariffe degli Stati Uniti, con possibili effetti sugli scambi internazionali nei prossimi mesi. Nelle ultime previsioni il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2026, soprattutto per i paesi emergenti e l’area dell’euro; i rischi delle previsioni, prevalentemente riconducibili alle tensioni geopolitiche, sono qualificati al ribasso”, osserva l’Upb.
