La guerra di Trump

Polveriera Cisgiordania: Il terzo fronte che minaccia la strategia di Netanyahu

 

di Balthazar

L’attenzione internazionale sul Medio Oriente si è a lungo concentrata sull’intensità dei combattimenti a Gaza – che in occidente non si osano definire”genocidio” – sul confronto lungo il confine libanese e sulla resa dei conti diretta fra Israele e l’Iran.

Tuttavia, per la sicurezza strategica di Israele, la minaccia più insidiosa sta maturando nel cuore stesso del suo territorio: in Cisgiordania. L’eventualità che i Territori Occupati si trasformino in un vero e proprio fronte aperto rappresenta un incubo operativo e politico per Tel Aviv, con ripercussioni a cascata sull’intero equilibrio regionale.

La Cisgiordania versa da tempo in un equilibrio precario.Le continue occupazioni illegali dei coloni israeliani. Le loro violenze  – supportate dall’estrema destra e dal sostegno aperto dell’esercito – hanno già provocato decine di vittime fra I palestinesi e causato le prime  reazioni armate palestinesi, segnali  di una “intifada” imminente

La progressiva erosione dell’autorità dell’ANP – Autorità Palestinese dei Territori, osteggiata da Hamas –  ha creato un vuoto di potere colmato da nuove formazioni armate e celle locali — da Jenin a Nablus —,slegate dalle tradizionali gerarchie politiche e vicine proprio ad Hamas che si voleva isolare.

In questo scenario si inserisce Teheran: che tenta di “armare la Cisgiordania”, replicando la strategia di accerchiamento già adottata con Hezbollah e Hamas.

Per le Forze di Difesa Israeliane (IDF), l’esplosione di un fronte interno non è un semplice aggravio tattico, ma un pesante dilemma strategico. Garantire il controllo del territorio, la protezione degli insediamenti  –  illegali – e la sicurezza delle arterie stradali, richiederebbe l’impiego di brigate e riservisti, sottraendo risorse dal fronte libanese,  esponendo  la propria presenza militare a un logoramento prolungato.

Per Hezbollah e per la leadership iraniana, una Cisgiordania in fiamme agisce da moltiplicatore di pressione. Sul piano operativo, costringe Tel Aviv a redistribuire intelligence e sistemi di difesa; sul piano politico, riaccende la causa palestinese e ostacola qualsiasi normalizzazione diplomatica con i Paesi arabi moderati.

L’escalation nei Territori mette a nudo i limiti della gestione di Benjamin Netanyahu. Diversi think tank americani evidenziano come la  rigida chiusura verso l’ANP e la connivenza con l’ala ultranazionalista del governo, abbiano alimentato la radicalizzazione locale, trascinando Israele in una guerra di attrito su diversi fronti, priva di un’uscita politica chiara.

A complicare il quadro per Netanyahu si aggiungono le crescenti resistenze interne negli Stati Uniti. Alla integrazone militare fra I due Paesi. Sebbene le proposte legislative al Congresso  mirino alla integrazione industriale e militare tra Pentagono e IDF, la misura sta incontrando una dura opposizione bipartisan.

Per Washington, legarsi a doppio filo a una strategia israeliana priva di orizzonte politico e tesa all’escalation permanente, rischia di diventare una trappola strategica insostenibile, come stanno dimostrando gli sviluppi del conflitto con l’Iran.

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