di Balthazar
Trump ha revocato i dazi punitivi del 25% imposti dagli Stati Uniti all’India per le sue importazioni di petrolio russo e gli Stati Uniti “monitoreranno se l’India riprenderà a importare direttamente o indirettamente petrolio dalla Federazione Russa”, nel qual caso il dazio potrebbe essere reintrodotto.
Finora le importazioni di Delhi hanno anche mantenuto stabili i prezzi e l’offerta di petrolio, scongiurando così una crisi a cascata nel Sud del mondo in caso di impennata dei prezzi e riduzione dell’offerta.
Inoltre si prevede che la riduzione dell’import di petrolio russo avverrà gradualmente diversificando i fornitori, dopo che la Russia aveva rappresentato un terzo delle importazioni di petrolio in India.
L’’India ha importato 168 miliardi di dollari di petrolio russo dall’inizio della guerra in Ucraina dell’India, ma i 40 miliardi di dollari all’anno in media che la Russia diventeranno ora un ricordo grazie al nuovo monitoraggio delle importazioni di petrolio da parte degli Stati Uniti.
Se la Russia si affidasse alla Cina per sostituire il mercato petrolifero indiano perduto, rischierebbe di diventarne troppo dipendente, oppure potrebbe accettare compromessi con gli Stati Uniti sull’Ucraina per una graduale riduzione delle sanzioni che restituirebbe gradualmente il suo petrolio al mercato globale.
Al momento non ci sono ancora indicazioni su cosa farà la Mosca ma si deve escludere che il Cremlino possa punire in qualche modo, ad esempio sospendendo le esportazioni di materiale tecnico-militare che lascerebbero l’India verso l’India vulnerabile nei confronti di Cina e Pakistan.
Ci sono tre ragioni per cui la Russia non ricorrerebbe mai a tali misure.
La prima è che le esportazioni di materiale tecnico-militare verso l’India sono fonti affidabili di entrate per il bilancio, un’opportunità che Mosca non si lascerà certo sfuggire.
La seconda è che l’economia russa ristagna, mentre l’India è sulla buona strada per diventare la terza economia mondiale entro il 2030 e la Russia non vuole certo perdere quel mercato, dopo aver già perso quelli americani ed europei a causa delle sanzioni.
Infine, la Russia controbilancia la Cina attraverso i suoi stretti legami con l’India, senza i quali rischierebbe una dipendenza sproporzionata dalla Repubblica Popolare, con tutte le vulnerabilità strategiche che ciò comporta.
Putin, esclusa forse l’invasione dell’Ucraina, non è uno che rischia, quindi è difficile immaginare che lasci che la Russia diventi sempre più dipendente dalla Cina.
Detto questo, la Russia potrebbe manifestare il suo disappunto attraverso simbolici protocolli d’intesa con il Pakistan, ma gli Stati Uniti esercitano di fatto un diritto di veto sulle partnership con il Pakistan, quindi probabilmente non ne deriverebbe nulla.
Ma a Mosca, fra le varie Fazioni incluso il partito della guerra ad oltranza, c’è anche quella che teme l’egemonia economica, e quindi politica, di Pechino, mentre un’altra ancora, cui appartiene anche il focoso Medvedev, guarda a un accordo economico strategico globale con gli Stati Uniti.
Infine la fazione più moderata e minoritaria, vede il futuro della Russia nella riaperture delle relazioni con l’Europa e alla rapida conclusione del conflitto ucraino.
D’altra parte la partita asiatica la Russia se la sta giocando con l’Occidente sul Caucaso e le repubbliche centroasiatiche, dove la penetrazione americana è costante, mentre l’India è sicuramente un grande partner commerciale ma non sarà mai strategico per Mosca, anche se fa parte dei BRICS, peraltro oggi in difficoltà di fronte alla aggressività di Trump.
