Roma Capitale

Regionali Lazio, shock a sinistra dopo l’accordo Pd-Calenda: lo strappo è servito

Shock e incredulità. L’anima di sinistra, ecologista e civica del “campo largo” del Lazio è rimasta spiazzata e piuttosto irritata dal comportamento del Pd sulla scelta del suo candidato alle prossime elezioni regionali. L’oggetto della forte contestazione, secondo quanto risulta all’agenzia Dire, non è tanto legata al nome di Alessio D’Amato quanto alla “postura” politica che sottende quella decisione e alla sua mancata condivisione con gli alleati. Andare sull’assessore regionale alla Sanità, nome proposto-imposto dal leader di Azione, Carlo Calenda, che per questo è stato fortemente criticato dal governatore uscente, Nicola Zingaretti, per la sinistra equivale intanto a sconfessare un posizionamento generale (così più spostato sull’asse liberale che su quello del socialismo europeo) e regionale dell’alleanza che ha governato il Lazio per 10 anni: “Così si passa dal campo largo a un altro molto stretto”. Se a questi due stravolgimenti di merito si aggiunge lo “schiaffo” del metodo, con l’annuncio pubblico di D’Amato candidato unico del Pd senza prima confrontarsi nel tavolo (aperto da mesi) del centrosinistra (che aveva anche chiuso una bozza di programma), ecco che lo strappo è praticamente servito. Martedì si svolgerà la direzione regionale del Pd che voterà un atto nel quale Alessio D’Amato sarà ratificato candidato unico del partito. Pur tra più di qualche mal di pancia, visto che zingarettiani e Area Dem, cioè la maggioranza dell’organismo, non hanno mai sostenuto il nome dell’assessore. “Non ho nulla contro Alessio D’Amato, ma il percorso scelto che sta portando alla sua candidatura in alleanza con Calenda e Renzi non lo condivido- scrive su Facebook Marco Miccoli, dirigente regionale e persona molto vicina a Zingaretti. Martedì in direzione regionale spiegherò la mia posizione, chiedendo che non venga così frettolosamente chiusa la porta alla possibilità del campo largo che fino ad oggi ha governato il Lazio, che resta l’unica formula valida per cercare di non regalare anche la regione, dopo il governo del Paese alla peggior destra sovranista”. Nello stesso documento che “incoronerà” D’Amato si lascerà la Porta aperta alle primarie. Da fare con chi? Sicuramente, in base a quanto filtra ambienti dem, non ci sarà una competizione tra l’assessore e la capogruppo della lista civica Zingaretti nonché esponente di punta del movimento “Pop”, Marta Bonafoni. Questo non perché Bonafoni abbia ritirato la sua disponibilità a correre ma, in sintesi, perché non rappresenterebbe le istanze di un partito. La porta aperta delle primarie è, in sostanza, una porta lasciata aperta all’alleanza Verdi-Sinistra: se decideranno di allargare la coalizione (al momento composta da Pd e Terzo Polo) e metteranno sul tavolo l’esigenza di un candidato che rappresenti le loro istanze, allora si svolgeranno le primarie (a quel punto anche con Marta Bonafoni). Il quadro sarà più chiaro mercoledì, quando si riunirà di nuovo il tavolo del centrosinistra del Lazio. In quella sede la sinistra ecologista chiederà conto al Pd della sua scelta “indipendente”, non amncherà di sottolineare i temi che li dividono dal Terzo Polo (uno su tutti il termovalorizzatore) ed è pronta a presentarsi da sola alle elezioni, anche per non lasciare il “campo progressista” ad esclusivo appannaggio del Movimento 5 Stelle. I pentastallati del Lazio si riuniranno all’inizio della prossima settimana per decidere come comportarsi, dopo che Conte ha deciso di liquidare la loro linea del campo largo. Martedì si svolgerà una direzione regionale del Psi, che potrebbe anche decidere di proporre un candidato per le primarie, domenica i Verdi riuniranno il consiglio nazionale dove parleranno anche del Lazio. Demos per ora resta alla finestra. Ore di fibrillazione anche in Articolo 1, che da sempre ha fatto dell’alleanza con i 5 Stelle un suo mantra. Una parte consistente della base locale del partito è rimasta doppiamente scioccata dalle modalità con cui è stato scelto D’Amato, anche perché Articolo 1 sta prendendo parte alla costituente del Pd. “Siamo sicuri che l’obiettivo sia quello di vincere le elezioni? Mi pare che nel Lazio si stiano ripetendo gli errori commessi in occasione delle politiche”, ha sentenziato il segretario regionale, Riccardo Agostini.

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