“Se si ha una bassa propensione a rischio, si dovrebbe diversificare molto di più il portafoglio per attutirne i rischi, ma una voce importante nel portafoglio” dei risparmiatori “manca o è molto limitata, ossia l’investimento in azioni” e questo è “il paradosso generazionale”.
Così Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo che oggi ha presentato l”Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026. Le tre dimensioni del risparmio: tecnologia, consapevolezza e disciplina’, a Milano, alla presenza di Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa, Giuseppe Russo e Stefano Firpo, direttore e membro del comitato direttivo del Centro Einaudi.”L’ investimento in azioni – spiega l’economista – è utile soprattutto per le fasce di popolazione più giovane, dove ormai il concetto di giovane si è allungato e va anche oltre i 40 anni, e questo sarebbe coerente con le teorie sul ciclo di vita, cioè più rischio quando si è giovani, meno rischio quando si è in età pensionistica.
Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche- emerge dall’ indagine di Intesa Sanpaolo- hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori: il ratio di avversione al rischio ha toccato nel 2026 quota 33,6, la più elevata mai raggiunta (era pari a 8,1 nel 2017; 15,1 nel 2024; 20,5 nel 2025). La disaggregazione per categorie rivela un paradosso generazionale: i 18- 24enni risultano in assoluto i più avversi al rischio (84 intervistati contrari a correre rischi per 1 favorevole), l’opposto di quanto prevederebbe la teoria del ciclo di vita. È la generazione degli “scarring” multipli (ossia il sovrapporsi di ferite profonde come la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche): informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia.
Guardando alle altre categorie, le donne mostrano un’avversione al rischio assai più pronunciata degli uomini (41,9 contro 27,6), anche se sono i disoccupati (113,9) e i meno istruiti (111,4) a toccare i valori di picco.La preferenza per la liquidità aumenta al crescere dell’incertezza percepita. Se nel 2019 la tutela del capitale rappresentava ancora una netta priorità per i risparmiatori italiani (62,2 per cento), nel 2026 questa scelta scende, per la prima volta, sotto la soglia della maggioranza assoluta (48,8 per cento); sale invece l’orientamento verso gli strumenti liquidi (18,7 per cento). È la lezione dell’inflazione: tenere i risparmi fermi sui conti ha significato perdere potere d’acquisto.
Quasi il 72 per cento di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione. Pesa, da questo punto di vista, anche un’alfabetizzazione fragile: solo il 36 per cento degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.
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