di Francesco Floris e Stefano Bertolino (*)
Milano, 24 feb. (LaPresse) – “Dovevo far osservare la legge e ho sbagliato”. Carmelo Cinturrino è “pentito nei confronti di tutta l’Italia”, chiede “scusa” e confessa la “messinscena” allestita accanto al corpo rantolante di Abderrahim Mansouri, per aver piazzato un’arma giocattolo mentre il 28enne era steso, con un colpo di pistola alla tempia, fra le sterpaglie del ‘bosco della droga’ di Rogoredo simulando di aver aperto il fuoco per legittima difesa. “L’ho fatto da solo”, dice il poliziotto al gip di Milano, Domenico Santoro, durante le due ore di interrogatorio di convalida del fermo per omicidio volontario disposto lunedì dal pm Giovanni Tarzia e dal Procuratore di Milano, Marcello Viola. Nelle prossime ore il giudice sarà chiamato a decidere sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. Per l’avvocato Piero Porciani, che ha chiesto i domiciliari, il 41enne assistente capo del Commissariato Mecenate “ha ammesso tutte le proprie responsabilità e gli errori, è pronto a pagarli”. “Ma non per quello che non ha fatto”, attacca il difensore respingendo la descrizione di un agente infedele dedito al pestaggio di tossicodipendenti e pusher e a richieste estorsive di droga e denaro per lasciare mano libera ad alcuni nella piazza di spaccio più grande del Nord Italia. Per il legale l’onda di sospetti lanciati su Cinturrino da tossicodipendenti di Corvetto e Ponte Lambro e dagli spacciatori che popolano Rogoredo è un “Carnevale” senza prove. La finta Beretta caricata a salve “l’aveva trovata durante un servizio qualche anno fa, prima del Covid e l’aveva tenuta. Senza denunciarla perché un’arma giocattolo non si denuncia”, afferma. Il “martello” con cui invece sarebbe stato solito “percuotere” le sue vittime altro non sarebbe che “un martelletto che veniva usato per scavare dove i pusher mettono la droga, non è un martello per i chiodi”. “Nega di averlo mai usato per colpire” così come ha “garantito” di non aver “mai preso un centesimo da nessuno”.
Una linea difensiva che sembra già fare i conti con le accuse destinate a piovere sulla testa dell’agente, noto nell’ambiente per i numeri da record negli arresti, ma descritto dai colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso come un “paladino”, un “fenomeno”, “frustrato” e dal carattere “aggressivo”. Uno con cui non volevano “lavorare”, tanto da pensare di mettersi in “malattia” quando capitava il turno assieme, perché tendeva a intromettersi “nei servizi di altri”. Come quel 26 gennaio quando è partito di gran carriera da via Polesine, dove si era appostato “da solo”, per arrivare in via Impastato dove il 28enne ha trovato la morte. “E’ un pazzo, non sta bene, si è fiondato subito sul corpo di Zack (presudonimo Mansouri ndr) e lo ha girato”, avrebbe detto ai colleghi il giovane che si trovava a pochi metri da Cinturrino quando ha esploso il colpo alle 17.33. Tredici minuti dopo, alle 17.46, avrebbe simulato con un messaggio che il pusher fosse ancora vivo. “E’ arrivato in fondo Zac. Zio. Vieni che è lì”.
I sospetti sono, se possibile, più pesanti e riguardano un’intera carriera ventennale in polizia. Picchiava tossici e pusher, arrivando a prendere a “schiaffi” e “martellate” anche uno “spacciatore sulla sedia a rotelle”, quando “non gli dicevano dove erano i soldi e dove era la sostanza”, hanno messo a verbale gli agenti raccontando le indiscrezioni raccolte nel microcosmo di Rogoredo. “Mi hanno riferito che ‘se danno tutto’ non li arrestano. Io sono rimasto stupito, mi hanno detto che con ‘Luca’, soprannome di Carmelo, facevano così, davano la sostanza e lui non li arrestava”. “Lo avrò visto cinque o sei volte colpire qualcuno. Lo faceva per farsi dire dove era la sostanza”. Il pm Giovanni Tarzia e il dirigente della squadra mobile, Francesco Giustolisi, domandano se sia mai stato visto Cinturrino “chiedere soldi e droga?”. “Sì”, la risposta. “Era conosciuto dai tossici quindi?”. “Sì da tutti. Lo chiamavano Luca Corvetto”. Quando i tossicodipendenti del sud-est di Milano vedevano arrivare le Volanti “andavano come ‘in protezione’ pensando che anche noi agissimo come lui”. Un poliziotto ha raccontato un episodio di alcuni “mesi fa” che ha coinvolto un pusher in un’area boschiva. “Quando lo abbiamo fermato lui ci ha detto ‘io vi do tutto e poi non ci siamo visti'”. “Gli ho chiesto se stesse scherzando e lui ha confermato: ‘io vi do tutto come facevo con Luca’”. “Ci ha detto che Luca si mette d’accordo”, ha concluso, non ricordando con precisione se lo spacciatore abbia anche aggiunto una frase inquietante: “Come faceva con Zack”. La vittima.
(*) La Presse
