– “Gli elementi oggettivi acquisiti nel corso delle indagini consentono di superare la frammentarietà dei ricordi” della vittima e le “dichiarazioni minimizzanti, reticenti o mendaci” rese da alcuni dei partecipanti alla festa. È questo uno dei passaggi centrali delle motivazioni con cui la Corte d’appello ha riconosciuto la responsabilità di Patrizio Ranieri, difeso dall’avvocato Valentina Bongiovanni, nel mese di maggio scorso, per violenza sessuale di gruppo, rideterminando la pena in sei anni e sei mesi di reclusione. Per i giudici, a sostenere la ricostruzione dell’accusa sono soprattutto “i referti medici, i dati telefonici, le fotografie e le conversazioni acquisite nel corso delle indagini”. La vicenda risale alla notte tra il 31 dicembre 2020 e il primo gennaio 2021, quando una festa organizzata in una villetta nella zona di Primavalle, a Roma, si concluse con la denuncia di una ragazza minorenne. Il 2 gennaio la giovane si presentò alle forze dell’ordine raccontando di avere ricordi molto frammentari della notte. Disse di essersi risvegliata “con dolori diffusi, ecchimosi e graffi sul corpo, indossando una felpa che non era sua e senza biancheria intima. In ospedale furono riscontrate ecchimosi di varie dimensioni agli arti e all’addome, oltre a graffi nella zona dei glutei. L’esame ginecologico documentò inoltre “recenti lacerazioni” delle pareti vaginali. La diagnosi riportata nel referto fu quella di “riferita aggressione sessuale su minore con prognosi di trenta giorni”. Gli accertamenti rilevarono anche cocaina nelle urine, mentre nel sangue furono riscontrati alcol e sostanze farmacologiche. La ragazza aveva riferito di avere consumato alcol, cannabis e cocaina e di avere fumato una sigaretta che, secondo il suo racconto, le aveva provocato un improvviso malessere, con difficoltà a muoversi e parlare. Da quel momento i ricordi erano rimasti parziali. Tra quelli successivamente riferiti, la sensazione di essere stata accompagnata al piano superiore, la presenza di più ragazzi e alcuni atti sessuali ai quali aveva cercato di opporsi. La giovane aveva ricordato anche un tentativo di rapporto sessuale contro la sua volontà, al quale avrebbe reagito dicendo ‘no’. Un particolare che, secondo la Corte, deve essere valutato insieme agli altri elementi raccolti e non isolatamente rispetto alla frammentarietà del ricordo. La mattina seguente scrivono i giudici: “la ragazza era apparsa profondamente scossa. Inizialmente aveva parlato di una caduta dalle scale e di uno svenimento, ma le sue condizioni avevano suscitato dubbi negli amici. Successivamente aveva raccontato quanto ricordava della notte e mostrato i segni presenti sul corpo”. Il 3 febbraio, secondo quanto ricostruito nella sentenza, la ragazza incontrò nuovamente Ranieri. Il giovane le avrebbe detto che aveva “messo nei guai” tutti i partecipanti alla festa con la denuncia. Avrebbe inoltre ammesso di avere avuto rapporti sessuali con lei, sostenendo però che fossero stati consenzienti. La ragazza, tuttavia, continuava a non avere un ricordo completo di quanto accaduto. Per i giudici, proprio la mancanza di una memoria lineare non è sufficiente a mettere in discussione la ricostruzione. La Corte attribuisce particolare rilievo ai riscontri indipendenti, tra cui la documentazione sanitaria, le immagini della serata, i dati estratti dai telefoni e le conversazioni tra i partecipanti. Elementi che, secondo la motivazione, consentono di ricostruire alcuni passaggi della notte al di là delle dichiarazioni rese successivamente dai presenti. I giudici hanno quindi respinto l’appello della difesa di Ranieri e accolto quello della Procura, riconoscendo la responsabilità dell’imputato per la violenza sessuale di gruppo contestata, con l’aggravante prevista dall’articolo 61 numero 5 del codice penale. Applicate le attenuanti già riconosciute e la continuazione, la pena è stata rideterminata in sei anni e sei mesi di reclusione. Il difensore di Ranieri, l’avvocato Valentina Bongiovanni, ha annunciato il ricorso in Cassazione.
