Di Margherita Lopes
(LaPresse) – A 13 anni “il confine tra vissuto ed esperienza social è molto fragile. Non si cerca più solo il gesto eclatante, ma anche un pubblico a cui mostrarlo”. Parola di Isabel Fernandez, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Emdr per l’Italia, che analizza con LaSalute di LaPresse quanto accaduto alla scuola media Giovanni Verga di Roma, dove un tredicenne ha utilizzato uno spray urticante contro un’insegnante per poi ferirla con un coltello. Stando alle testimonianze, il ragazzino avrebbe filmato l’aggressione per trasmetterla via social con una diretta su Telegram. “Non conosciamo ancora la storia di questo ragazzo, né ciò che abbia preceduto il gesto e sarebbe quindi inopportuno formulare diagnosi o interpretazioni sul singolo caso. Ci sono però due elementi sui quali è importante soffermarsi”, premette Isabel Fernandez. “Il primo è l’età: a 13 anni si è in una fase della crescita nella quale la capacità di regolare le emozioni, tollerare la frustrazione, valutare pienamente le conseguenze delle proprie azioni e costruire un’identità è ancora in formazione. Questo non riduce la gravità di quanto accaduto, ma ci impone di interrogarci su quali segnali possano aver preceduto un gesto di violenza così estremo e sulla capacità degli adulti, della famiglia, della scuola e della comunità di intercettare precocemente situazioni di forte disagio”. Il secondo elemento, “particolarmente inquietante, è la volontà di riprendere ciò che stava accadendo e, secondo le prime ricostruzioni, di trasmetterlo attraverso il telefono”, prosegue la specialista. All’atto violento nel caso dell’aggressione di Roma “si aggiunge una dimensione di rappresentazione: non basta compiere il gesto, esiste anche un pubblico reale o immaginato davanti al quale mostrarlo. Lo smartphone, in questo caso, non è semplicemente uno strumento utilizzato durante l’aggressione, ma entra nella costruzione stessa dell’azione”.
“Per ragazzi così giovani il confine tra esperienza vissuta e la sua rappresentazione digitale può diventare molto fragile. Se la sofferenza, la rabbia o il bisogno di riconoscimento trovano nel gruppo online un amplificatore – dice la psicoterapeuta – il rischio è che anche comportamenti estremi possano assumere una dimensione performativa, nella quale essere visti diventa parte dell’esperienza stessa. Non significa attribuire la responsabilità ai social o alla tecnologia – chiarisce la specialista – ma comprendere che oggi la crescita degli adolescenti avviene contemporaneamente nello spazio reale e in quello digitale e che non possiamo più occuparci dell’uno ignorando l’altro”. “Episodi come questo devono spingerci a lavorare prima che la violenza emerga: sull’educazione emotiva, sulla capacità di riconoscere e gestire rabbia e frustrazione, sull’uso consapevole degli strumenti digitali e, soprattutto, sulla presenza di adulti capaci di ascoltare i segnali di disagio”, afferma Fernandez. “Dopo un evento traumatico, inoltre, è fondamentale prendersi cura non soltanto della persona direttamente colpita, ma dell’intera comunità scolastica: compagni, insegnanti e famiglie possono essere profondamente scossi anche dall’essere stati testimoni, direttamente o indirettamente, di quanto accaduto”.
