di Giuliano Longo
Non è una novità che Erdogan, – anche in una lunga prospettiva – elenchi dieci regioni russe turcofone come “repubbliche turche” integrate nel “Progetto Turkestan Contiguo”.
La Dichiarazione di Shusha del 2021 in Azerbaigian ha consolidato la formula “due stati, una nazione”, offrendo un modello che la Turchia ora applica implicitamente all’interno della Russia come un “Azerbaigian senza sovranità”, ma senza tracciare alcun confine politico geografico.
Il “Russia-Islamic World: KazanForum” è la piattaforma federale che collega la Russia con gli stati dell’Organizzazione della Copperazione Islamica (OIC), attrae 8.500 ospiti da 96 paesi e 82 regioni russe, con centinaia di eventi e decine di accordi, tra cui la Russia Halal Expo e sessioni di business sugli investimenti.
KazanForum e KazanSummit riuniscono le delegazioni dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, del Golfo e della Turchia per firmare accordi economici. Il rais Rustam Minnikhanov presidente del Tatarstan russo presiede il gruppo “Russia-Mondo Islamico” e incontra il presidente Erdogan per discutere scambi commerciali e partnership universitarie:
L’Università Federale russa di Kazan ospita studenti provenienti dalla Turchia e ha accordi con istituzioni turche. Il cammino di Ankara nel Caucaso settentrionale passa attraverso il commercio, i viaggi e la fede. La Turchia è diventata così un partner per il Daghestan russo, costruendo legami commerciali ed edilizi con una regione che gli analisti russi definiscono “irrequieta”.
I voli diretti dalla sua capitale Makhachkala a Istanbul trasportano lavoratori, studenti e persone in cerca di ispirazione religiosa. In Cecenia, Ramzan Kadyrov sfrutta il suo rapporto con Erdogan -come intermediario con Putin. Ma l’influenza religiosa è pilotata – come riferito in precedenza da ORE 12 – dalla Presidenza degli Affari Religiosi (Diyanet) che dispone oggi di un bilancio di 3 miliardi di dollari.
Le moschee, gli imam e gli addetti del Diyanet, che opera anche in Russia, sono diventati strumenti della politica turca nelle comunità musulmane di tutta Europa, innescando indagini sulla loro influenza politica.
Figure di spicco dell’Amministrazione Spirituale dei Musulmani di Russia (DUMRF) descrivono la loro collaborazione con il Diyanet e come modello per la formazione del clero musulmano. La rivista in lingua inglese di Diyanet presenta l’Islam come un’eredità turca continua, interrotta dal dominio russo e ora riaperta con il sostegno turco, con una narrazione sgradita a Mosca.
L’ascesa e la caduta di Kazan, il trauma della cristianizzazione forzata e l’insediamento tzarista nel XIX secolo, diventano episodi della storia di un popolo turco separato dai propri consanguinei.
Conferenze Diyanet, campi estivi per giovani, inaugurazioni di moschee e forum alimentano questa memoria degli “antenati” con programmi di formazione per imam russi, inviti per studenti tatari a frequentare corsi estivi di lingua in Turchia.
La Dichiarazione di Shusha ha codificato l’integrazione economica, inclusa la pianificazione congiunta della difesa, i corridoi energetici e le politiche coordinate per i media e l’istruzione, secondo il modello di “una nazione in due stati”.
Per le élite turche in Russia, l’indipendenza non è necessaria per spostarsi nello spazio turco, ma contano i rapporti economici e religiosi che offrano alternative nel caso gli equilibri regionali cambiassero.
Il Qatar aggiunge un ulteriore livello di influenza. Investitori del Golfo e inviati regionali compaiono a Kazan e nel Caucaso settentrionale. Qatar Charity finanzia centri islamici in Europa, a dimostrazione dell’investimento di Doha in infrastrutture di pietà che si integrano con reti di soft power più ampie.
Si delinea così una divisione di compiti: Ankara costruisce l’identità turca; Doha costruisce la pietà religiosa creando un ambiente in cui essere musulmani in Russia comporta punti di riferimento turchi e qatarioti.
Le analisi descrivono una Russia sotto pressione a causa delle sanzionie di un’economia di guerra, l’attentato terroristico di matrice islamista avvenuto il 22 marzo 2024 nella sala concerti del municipio di Crocus a Mosca, ha messo in luce le carenze della lotta al terrorismo interno e ha spinto Mosca a un’ulteriore centralizzazione.
Ma la dottrina di sicurezza russa è orientata all’insurrezione, non alla formazione di identità solidali. Fin dalla strage nella scuola di Beslan 3 settembre 2004 nell’Ossezia del Nord da parte di ribelli ceceni che provocò 300 vittime – l’FSB ha gestito un sistema di tattiche anti-insurrezionali schierando forze speciali, cooptando uomini forti locali.
In quest’ottica, gli imam del Diyanet, i centri culturali turchi, i forum imprenditoriali di Kazan e gli scambi giovanili non vengono registrati come minacce.
L’Intelligence Turca (MIT) gestisce invece operazioni esterne. In Europa, le indagini hanno collegato Diyanet, e le reti della diaspora, ad attività di spionaggio come raccolta di informazioni sugli oppositori politici e organizzazione di gruppi che possono essere utili ai Servizi turchi.
In Russia, il MIT non ha bisogno di reti di agenti ma si avvale oggettivamente di agenti religiosi, rettori, imprenditori e giovani leader che si orientano verso la Turchia; mufti che seguono le decisioni del Diyanet; governatori che si recano ad Ankara; deputati regionali che partecipano al vertice di Kazan.
Ma Mosca e Ankara sono legate da una dipendenza che ufficialmente nessuna delle due ammette: la Turchia ha acquistato gli S-400 russi di difesa antiaerea, pur essendo membro della NATO; la Russia costruisce e alimenta il reattore Akkuyu turco e Ankara legata agli ingegneri nucleari russi, mentre non rinuncia ai suoui traffici con il petrolio russo.
La contraddizione sta in una rivalità dove i due imperi si scambiano difesa aerea, energia nucleare e petrolio, mentre competono per l’influenza dal Mar Nero al Caucaso e in questa “silenziosa” contraddizione la Turchia avanza.
Di fatto si sta costruendo -nel silenzio della l’intelligence occidentale e russa- un corridoio identitario che va dalle comunità musulmane dell’UE alla Russia, attraverso le moschee europee e le strutture di Kazan, Diyanet e Yunus Emre in Tatarstan e Daghestan.
Così mentre Mosca combatte in Ucraina, la Turchia sta estendendo una rete che comprende il Volga, l’Anatolia e il Caucaso in una zona “culturale” (si fa per dire) al di fuori del controllo di Mosca e della comprensione di Bruxelles.
Una cintura – sunnita e turca – mobilitabile dal Volga all’UE, allineata ad Ankara che la Russia ha favorito attraverso i suoi S-400 e l’occidente con l’esaltazione dei droni turchi Bayraktar e gli accordi sul grano.
Morale: l’ambiguità di Erdogan lo rende “untouchable” nonostante i suoi disegni o sogni imperiali minacciati ( o minacciabili) solo dalle forze democratiche turche e (perchè no?) dai Curdi.
