di Riccardo Bizzarri (*)
C’è qualcosa di profondamente comico e al tempo stesso antichissimo, nella tempesta politico-mediatica che si è abbattuta su Claudia Conte e Matteo Piantedosi ovvero la scoperta dell’acqua calda (in politica)
Già Aristotele, con il suo sano realismo, ricordava che l’uomo è un “animale politico” e non intendeva certo dire che fosse un monaco trappista. E prima ancora, nelle cronache romane, gli amori, gli intrighi e le relazioni erano parte integrante della gestione del potere.
Se vogliamo fare i sofisticati, potremmo citare Niccolò Machiavelli: la politica non è il regno della purezza morale, ma dell’efficacia. Si grida allo scandalo, ma in realtà si assiste al più classico dei copioni italiani: tutti sanno, nessuno dice, poi improvvisamente tutti scoprono.
E a quel punto scatta il teatro: retroscena, sussurri, “fonti vicine”, analisi geopolitiche su… una storia sentimentale. La frase più significativa, forse, è quella attribuita all’intervistatore:
“Mi ha chiesto lei di farle quella domanda”. E qui il livello si alza: non siamo più solo nella relazione, ma nella gestione narrativa della relazione. Che è, se vogliamo, la vera arte politica contemporanea.
Ma veniamo al punto: perché difendo Claudia Conte? Per un motivo molto semplice: non ha fatto nulla di straordinario. Nulla che non accada “dalla preistoria”. Se c’è qualcosa di discutibile, non è il comportamento individuale di Claudia Conte bensì il comportamento del nuovo Sangiuliano ovvero il Ministro Piantedosi (Prefetto di ferro) e la motivazione della mia affermazione è semplicissima: un uomo pubblico deve essere integro anche nel privato senza se e senza ma.
Nel frattempo, sullo sfondo, si muove la politica vera: rimpasti, equilibri interni, Giorgia Meloni che osserva, valuta, decide.
Ed è qui che la vicenda diventa interessante.
Perché il problema non è la relazione. Il problema è come viene usata. Le allusioni, i retroscena, le “fonti”, le ipotesi di complotto: questa è la vera materia prima del potere contemporaneo.
E qui torna utile Thomas Hobbes: non è la morale a governare la politica, ma il controllo delle percezioni. Se proprio bisogna trovare qualcuno per cui provare una certa empatia, probabilmente è Giorgia Meloni. Perché al di là della vicenda, delle relazioni, dei retroscena e dei sussurri di corridoio, resta una fotografia abbastanza nitida: Giorgia Meloni che deve tenere insieme un equilibrio fragile, circondata non sempre da statisti, ma spesso da figure… diciamo così, creative.
Governare è un’arte difficile anche con una squadra solida. Farlo in mezzo a personalismi, fughe in avanti, piccoli calcoli e grandi ego, somiglia più a un esercizio di sopravvivenza che a un progetto politico. E allora sì, senza retorica ma con un filo di ironia amara, viene da capirla:
non tanto per le scelte, ma per la fatica.
Perché quando ti ritrovi a dover guidare un Paese mentre intorno hai più variabili impazzite che alleati affidabili, il rischio non è lo scandalo. È l’esaurimento.
E forse il vero retroscena, quello che nessuno scrive, è proprio questo: non chi sta con chi, ma quanto si possa resistere a lungo a governare così, con una squadra che a tratti sembra più una riunione di condominio che un esecutivo di una Repubblica.
Forza Giorgia tieni duro
(*) Giornalista
