di Fulvio Barion (*)
L’accoltellamento dell’insegnante di francese da parte di un alunno di tredici anni non è un incidente di percorso, ma il “fermo immagine” di una civiltà che ha smarrito il senso del limite. Quando un minore, protetto dallo scudo della non imputabilità, affonda una lama contro l’autorità scolastica e commenta sprezzante “Tanto non mi fanno nulla”, non sta solo compiendo un reato: sta recitando il copione che noi adulti gli abbiamo scritto.
L’illusione dell’onnipotenza
Siamo di fronte al prodotto terminale di un modello distruttivo che affonda le radici in un’interpretazione distorta del post-Sessantotto. Abbiamo trasformato la libertà in un’espansione indefinita del desiderio, cancellando il confine tra il permesso e il non permesso. Il risultato è una “fragilità narcisistica” esplosiva: il ragazzo di oggi non accetta il “no”, non tollera il fallimento (un voto, un rimprovero) e reagisce eliminando fisicamente l’ostacolo. L’altro — sia esso un docente, un coetaneo o una donna (come drammaticamente confermano i femminicidi) — non è più un soggetto di diritto, ma un ingombro biologico.
La violenza come “modello gradito”
C’è una responsabilità profonda di certa parte politica e culturale che, negli anni, ha legittimato il conflitto fisico come forma di espressione. Quando gli spari sulla polizia nelle manifestazioni vengono quasi tollerati, quando si aizza la piazza per “uccidere” simbolicamente il pensiero diverso, si lancia un segnale devastante ai tredicenni: la violenza è un linguaggio accettabile, a tratti persino eroico. Elevare a modelli mediatici figure che usano la forza significa dire a questi ragazzi che la legge è un optional e che il sopruso è un valore.
La famiglia: dal nido educativo al guscio pulsionale
In questo quadro, la famiglia è spesso la proiezione di un vuoto. Ridotta a mera sintesi di pulsioni, ha smesso di essere il luogo dell’empatia e del rispetto del “sentire” altrui. Genitori che si trasformano in avvocati difensori dei figli contro i docenti non fanno che sigillare il delirio di onnipotenza del minore. Se in casa manca il “No” che struttura la personalità, fuori ci sarà solo il coltello che distrugge la realtà.
Il ritorno al rigore: le proposte
Per fermare questa emorragia non servono palliativi, ma una scossa strutturale:
1.Scudo Legale ai Docenti: L’insegnante deve tornare a essere un pilastro dello Stato, inattaccabile e autorevole.
2.Responsabilità Totale: Rafforzare le sanzioni civili e amministrative per le famiglie. Se il minore non paga penalmente, la famiglia deve rispondere del fallimento educativo con durezza.
3.Disciplina e Servizio: Valutare seriamente il ripristino di percorsi di disciplina obbligatoria, come il servizio civile o militare, per insegnare ai giovani che la libertà vive solo dentro una cornice di regole e gerarchia.
Conclusione
Se la società continuerà a premiare l’arroganza e a giustificare la violenza ideologica, il “tredicenne con il coltello” non sarà più l’eccezione, ma la regola. È tempo di riaffermare un concetto cardine: la tua libertà finisce dove comincia la mia. Senza questo limite, non c’è democrazia, ma solo la legge della giungla in un’aula scolastica.
(*) Analisi a cura del dott. Fulvio Barion dell’Associazione Sociologi Italiani
