Economia e Lavoro

Silver Economy, dagli over 65 ossigeno per il Pil

 di Natale Forlani

 L’importo della spesa per beni e servizi delle persone con più di 65 anni residenti in Italia ha un valore che oscilla tra i 300 e i 350 miliardi di euro, equivalenti al 16,6% -19,7% del Pil. Questa stima è contenuta nel rapporto annuale sulla “Silver economy” presentato nella giornata di ieri dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali guidato dal Prof. Alberto Brambilla, che utilizza per lo scopo le metodologie messe a punto dalla Commissione europea per valutare il contributo delle popolazioni anziane all’economia e alla società. Gli over 65 anni sono poco più di 14 milioni, equivalenti al 24% della popolazione italiana. Un’incidenza destinata a crescere per l’effetto combinato dell’invecchiamento della popolazione e del calo della natalità al 30% nel 2035 e a diventare un terzo di quella totale nel 2050. Sono i più longevi del mondo, primi in Europa per le aspettative di vita, dopo i 65 anni: 18,3 anni per gli uomini e 21,7 per le donne. Non altrettanto per gli anni attesi in condizioni di buona salute, che si ridimensionano a 10,3 per gli uomini e 10,6 per le donne. Superati in questo dalla Svezia, dalla Germania e dalla Spagna. È una popolazione mediamente benestante, se rapportata alle altre fasce anagrafiche, in linea con le caratteristiche del reddito e della propensione di spesa registrata per la popolazione tra i 51 e i 65 anni. Sono poco indebitati e dotati di un patrimonio medio pro capite intorno ai 297 mila euro. Che moltiplicati per il numero dei 14, 051 milioni di soggetti interessati portano il totale della loro ricchezza a 4.173 miliardi di euro (tra i quali 2.629 miliardi da beni immobiliari), equivalente a circa il 40% del totale dei patrimoni dell’intera popolazione italiana. L’86% vive in un’ abitazione di proprietà e il 27% possiede più di un immobile. La propensione a spendere risulta molto elevata, non solo per i servizi dedicati alla sanità e alla cura delle persone. Sono in forte crescita anche le spese dedicate al tempo libero, alle attività ludiche e a quelle sportive. Una tendenza destinata ad aumentare anche a discapito dei livelli storici di propensione al risparmio, secondo un sondaggio effettuato da Format Research per conto di Itinerari Previdenziali su un campione di 5.000 anziani che comprende anche gli over 50 anni. Emerge una popolazione sensibile ai cambiamenti degli stili di vita, con una buona predisposizione per le attività di volontariato e di utilità sociale. Il 63% dichiara di dedicare una parte significativa del tempo a disposizione, almeno 20 ore settimanali, per attività di supporto o di servizio ai familiari. Per un valore finanziario teorico, secondo di circa 50 miliardi di euro di prestazioni. Al di sotto delle potenzialità disponibili, la propensione a utilizzare le nuove tecnologie digitali e le prestazioni sanitarie integrative (solo il 13,6%). Il rapporto effettua una stima anche della spesa pubblica dedicata alle persone over 65 anni: 280 miliardi di euro per le rendite pensionistiche e 127 miliardi per la sanità e assistenza sociale, integrata in questo caso da una spesa privata a carico delle famiglie pari a 73 miliardi (tra i quali 33 dedicati alla spesa per l’assistenza delle persone non autosufficienti). Il quadro d’insieme prospetta un potenziale di crescita del complesso della domanda di beni e dei servizi rivolti a migliorare la qualità della vita delle persone anziane, ma anche serie preoccupazioni per la sostenibilità del modello distributivo, fondato sulla dominanza della spesa pensionistica sul complesso di quella sociale, che ha reso possibile una crescita del reddito delle popolazioni anziane superiore a quelle delle generazioni più giovani. L’altra faccia dell’invecchiamento della popolazione è la riduzione delle persone in età di lavoro e del numero dei contribuenti che si fanno carico del finanziamento delle prestazioni sociali. L’impatto nei prossimi 15 anni sarà terribile. Tale da portare il numero delle rendite pensionistiche al di sopra dei lavoratori contribuenti nei due terzi del territorio italiano. Il buon andamento dei redditi e dei patrimoni delle persone anziane ha consentito un trasferimento di risorse verso le giovani generazioni che si possono permettere livelli di consumo anche a prescindere dalle proprie prestazioni lavorative. Il sottoutilizzo delle risorse giovanili, che non ha paragoni nei Paesi sviluppati, ha diverse spiegazioni, ma quella appena evidenziata, anche se politicamente scorretta, è forse la più importante. La vittima parallela dell’escalation pensionistica è la spesa sanitaria pubblica. Cresce meno del necessario in rapporto all’aumento delle malattie croniche e delle persone non autosufficienti. Compensata inevitabilmente dall’aumento di quella privata per rimediare la carenza delle prestazioni del Sistema sanitario nazionale. Rimane il comparto con le più elevate potenzialità di innovazione, e di incremento dell’occupazione, ma si fatica persino a trovare il personale per garantire un adeguato turnover a quello esistente. Per l’assistenza familiare e i servizi alle persone il livello di degrado è persino più elevato. Consegnata in via di fatto a un esercito di colf e badanti, per la stragrande parte di origine straniera, parzialmente regolarizzate, anche per l’esigenza di far quadrare la sostenibilità dei costi da parte delle famiglie. Tema destinato ad aggravare per l’incremento vertiginoso dei nuclei familiari monocomposti e delle persone prive di adeguate relazioni. Le potenzialità della Silver economy, descritte puntualmente nel rapporto di Itinerari Previdenziali, dipendono essenzialmente dalla capacità di veicolare le risorse disponibili nella giusta direzione e di rigenerare la popolazione attiva. Anche con il contributo di politiche rivolte a rendere sostenibile l’allungamento dell’età pensionabile con approcci lavorativi adeguati e a valorizzare il ruolo sociale attivo delle persone della terza età. Cosa possibile anche per Ia disponibilità di conoscenze, di mezzi tecnologici e di soluzioni organizzative e lavorative che non hanno precedenti nel passato. Ma se il baricentro delle riforme sociali continua a essere egemonizzato dai tentativi antistorici di anticipare con ogni mezzo l’età pensionabile, lo spazio per l’innovazione politica e sociale si riduce a un lumicino.

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