Esteri

Stati Uniti e Niger, il dilemma del sostegno a un intervento armato

di Giuliano Longo

 

Victoria Nuland,Sottosegretario di Stato per gli affari politici degli Stato Uniti,è volata in Niger due giorni dopo il golpe dei militari e ha chiesto di incontrare  l’ex presidente Bazoum , attualmente agli arresti domiciliari. Richiesta piuttosto improbabile, ma il viaggio le ha consentito di incontrare esponenti del golpe nella capitale Niamey. Victoria ha minacciato di sospendere gli aiuti USA al Niger se non fosse stato liberato il presidente deposto. Alla minaccia sono quasi immediatamente seguiti i fatti e Washington ha deciso di sospendere gli aiuti, mentre incombe   la minaccia di un’azione militare  proveniente dai paesi dell’ECOWAS (comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale) nonostante il loro ultimatum sia già scaduto da giorni.

Sin qui la cronaca, ma è davvero curioso che gli Stati Uniti hanno addestrato la maggior parte dei leader del golpe in Niger e mantengono una forza di circa 1.500 soldati nel paese oltre ai 1.100 militari francesi cui è stato intimato lo sgombero senza risultati.

Come noto il Niger è uno dei paesi più poveri del mondo, ma ricco di miniere di uranio praticamente in mano ai francesi, per il resto un po di petrolio destinato al consumo interno, mentre il 70% dell’elettricità gli viene fornito dalla Nigeria, fornitura quasi immediatamente sospesa.  La principale miniera di uranio della SOMAIR (Société des Mines de l’Aïr), riceve invece energia elettrica da un generatore locale di carbone. Il Niger rappresenta circa il 5% della produzione mondiale di uranio (sotto forma di Yellowcake), ma la Francia ne dipende per il  il 20% del suo fabbisogno uranio proveniente dal Niger. Il principale fornitore di uranio è il Kazakistan, il terzo è l’Uzbekistan è  appena sotto il Niger. Se la produzione nigeriana viene interrotta a lungo aumenterà la pressione su altri fornitori con probabile impennata dei prezzi, ma la  Orano, socia ddi maggioranza della SOMAIR, assicura che l’estrazione è ancora operativa e che il prezzo è solo leggermente aumentato. Attualmente lo spazio aereo del Niger è chiuso, le strade sono bloccate e anche l’importazione di alimenti, medicinali e altre forniture dall’estero ne risente gravemente con il rischio immanente di un crisi umanitaria. Rimane tuttavia aperta l’importazione via mare grazie ai porti della Guinea, paese amico. Non  tutti i 15 membri dell’ECOWAS sono favorevoli all’azione militare che invece può provenire  dai contingenti statunitensi e francesi che potrebbero venire rapidamente rinforzati.  Ufficialmente la presenza mi degli Stati Uniti si basa su un codice che autorizza l’uso delle operazioni speciali militari  per combattere il terrorismo, ma non autorizza interventi nella governance interna del paese ospitante.

Il contingente statunitense in Niger è sotto l’autorità dello US African Command (AFRICOM) che potrebbe intervenire solo se Washington proclamasse una contingenza di sicurezza nazionale solo se le sue truppe vengono minacciate  minacciate. Anthony Blinken e Victoria Nuland affermano che una delle loro principali preoccupazioni è la possibilità che milizie della  Wagner russe si spostino in Niger da paesi vicini dove già operano, (Mali membro di ECOWAS), Sudan, Repubblica Centrafricana e Libia. La Wagner, pur non ufficialmente, si è già offerta di fornire i propri “servizi” ai golpisti.

L’esercito del Niger è uno dei meno equipaggiati dell’Africa, la sua Air Force ha solo due jet russi Su-25 d e un po di elicotteri. L’esercito fa molto affidamento su furgoni Toyota con i cannoni montati e non dispone di mezzi corazzati. Ci sono poi gruppi jihadisti che operano in Niger, Mali e Burkina Faso nella regione di Liptako Gourma. Liptako-Gourma adiacente all’ansa del fiume Niger tra le città di Gao (Mali) e Niamey (Niger). Alcuni di questi gruppi jihadisti sono legati ad al-Qaeda, altri all’Isis, altri ancora sono indipendenti, fra i quali i Fula, nomadi e pastori spesso in conflitto con agricoltori stanziali per i pascoli.

Su oltre 25 milioni di abitanti del Niger, i Fula sono 3,6 milioni, l’altra etnia che ha organizzato almeno due golpe negli ultimi anni sono i Tuareg popolo berbero, anch’esso nomade con 2,6 milioni.

Nei giorni scorsi un importante leader tuareg, riabilitato dai due precedenti governi del Niger, Mr.Rhissa Ag Boula, si è schierato contro il golpe e ha chiesto la restaurazione del governo democraticamente eletto sostenendo l’intervento dell’ECOWAS,   ma non è noto se è  in grado di mobilitare i suoi  tuareg creando notevoli problemi  alla giunta militare. Sebbene gli Stati Uniti appoggino i governi democraticamente eletti e i loro leader, sarebbe difficile giustificare un intervento armato a meno che non esista una reale minaccia alla loro sicurezza nazionale.

Intervento che danneggerebbe la loro credibilità  in Africa e non solo con una operazione di stampo vetero colonialista, men che mai se fosse realizzata con la Francia non molto amata da quelle parti del Continente.

Joe Biden, ormai in campagna elettorale,  dovrebbe decidere se  schierarsi con Blinken e Nuland, entrambi interventisti, o agire in modo più sensato lasciando che gli africani risolvano la questione da soli, magari anche con un intervento militare dell’ECOWAS sostenuto sotto sotto. Certo, ci sono limitazioni economiche per quanto riguarda la logistica e il finanziamento di una forza di questo tipo che lasciano aperto uno spiraglio per il sostegno occidentale.

Ma Burkina Faso, Mali e Guinea che confinano con il Niger, potrebbero  fare squadra attraverso la regione del Sahel, nella vasta distesa arida a sud del deserto del Sahara, che va dalla Guinea da un lato al Niger dall’altro.

Se poi ci mettiamo la Wagner è evidente la prospettiva di un conflitto che coinvolgerebbe gran parte dell’africa Nord Occidentale preoccupa a livello internazionale. Non a caso va sottolineata  la presa di posizione dell’Algeria che non fa parte dell’ECOWAS, ma rapprenda una potenza, anche militare, di tutto rispetto. “Rifiutiamo categoricamente qualsiasi intervento militare in Niger, che costituirebbe una minaccia diretta per l’Algeria”ha detto il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, aggiungendo “Non ci sarà una soluzione senza di noi, che siamo i primi ad essere preoccupati: l’Algeria condivide quasi mille chilometri di confine col Niger”.

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